sapori e dissapori

Ma guarda come cambiano, i tempi.

Pochi minuti fa, mentre tiravo fuori dal cestello della lavatrice (a proposito: grazie, mia nuova lavatrice, che centrifughi a mille giri) la divisa da cucina di Pietro, così bella e piena di significati e di promesse, pensavo.

Pensavo che non so cosa darei per essere lui, che oggi ha imparato a fare la purée, le crocchette di patate, le patate fritte (ma proprio comme il faut, mica quelle precose surgelate che rianimo nel microwave con la funzione crispgrill) e le patate duchessa.

Poi, lo ammetto, ho anche pensato come cavolo mai si farà, a stirare un cappello da cuoco?

E poi ancora, in camera sua, mentre con la luce bassa per non svegliarlo stavo facendo il nodo (lo so fare con lo scappino, eh? mica pizza e fichi…) alla cravatta, bellissima, della sua divisa di ricevimento, pensavo.

Pensavo che mio padre (che tra l'altro mi ha insegnato a fare il nodo con lo scappino), se gli avessi chiesto di andare, anziché al classico, all'alberghiero, mi avrebbe come minimo riso in faccia.

Davvero, i tempi cambiano: io liscio la divisa da cucina di Pietro prima di stenderla, affinché, nonostante il fatto che io sia una pessima stiratrice, risulti perfetta. E penso.

Penso che, con un po' di buona volontà e un po' di fortuna, un giorno avrà il mondo in mano.

soundtrack:

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l’estate d’inverno

Per me l'autunno è una scappata a Genova di ventiquattrore, e un pellegrinaggio alla mitica drogheria Torielli in una sera di bufera, con i vicoli allagati e Porta Siberia squassata dal vento e dalla pioggia.

È sapere che, ancora una volta, ti sei persa il Salone del Gusto (che, oltretutto, è nella tua città).

Sono le zucche, sontuose nello strudel della Gazz, piccantine nella crema calda, materne nel risotto.
Anche se (ahimé) le migliori sono troppo lontane, nel tempo e nello spazio 😦

È il primo freddo che ti prende di sorpresa all'uscita dal cinema della domenica sera e, intanto che torni a casa, pensi se è il caso di tirare fuori il piumone o ce la farai, ancora per stanotte, solo col plaid.

Sono le acciughe di barile che hai comprato al mercato di Lambrate e che mondi per ore con pazienza sotto a un filo d'acqua, pensando ai cazzi tuoi mentre fuori avanza la prima nebbia hinterlandmilanese.

È una cena infrasettimanale per giustiziare certi tortelli reggiani (burrofusoparmigiano) e già che ci sei, la trippa con i cannellini.

Una cena con nuovi amici 🙂
Così, tanto per chiarire che l'autunno non dev'essere per forza l'inizio della fine.
Anzi, magari è l'inizio di un inizio.

E l'autunno, per voi?

soundtrack:

sogni d’oro

Certe notti, per arrampicarmi sulla scala a pioli del mio letto, per sdraiarmi tra i libri di cucina e i romanzi, per tirarmi addosso le coperte, per spegnere la luce e chiudere gli occhi e decidere di dormire mi ci vuole un gran coraggio.

Un gran coraggio, davvero. E, ancora oggi, non so come ho fatto, non so come faccio e, soprattutto, non so come farò.

È perfino più difficile che guidare in autostrada (cosa che notoriamente mi terrorizza: se mi devono venire gli attacchi di panico, capita sempre al casello di partenza :-/), eppure, in un modo o nell'altro, finisce che ci riesco.

Trovare quel coraggio ha veramente del miracoloso.
Si vede che mi arriva da qualche parte e che sì, forse i miracoli accadono.

soundtrack [;-)]:

la pecora nera

Non so se ho fatto bene, a portarci Pietro.
Perché La pecora nera di Ascanio Celestini è bellissimo, sognante, delicato, poetico, struggente e, nello stesso tempo, duro, vero, spietato e crudele.

Senza colonna sonora (che sarebbe stata fuorviante e inutile) e con una voce narrante dolce e dolente è un film che racconta la malattia mentale ma soprattutto un'infanzia violata dagli adulti che, come unica salvezza, sceglie il volo della fantasia.
E allora, per il bambino (e poi per l'adulto) Nicola, nato nei Favolosi Anni Sessanta (come me) e costretto ad una vita degradata nella più degradata periferia di Roma, tutto diventa magico, anche i dolori più intollerabili.

I poveri matti sono quelli che stanno dentro, oppure quelli che stanno fuori?
Quante volte ci si è sentiti dire (e non solo dai padri): io ti ho fatto e io ora ti distruggo? Con quanta crudeltà, eppure con quanta dolcezza
È vero che i supermercati sono (rassicuranti) come i manicomi?
Chi sono i Santi?
(per me che ho avuto la fortuna di lavorarci, con i matti, e di imparare a non averne paura, sì, forse sono proprio loro)

Non so se ho fatto bene, a portarci mio figlio che ha 14 anni. Non ne abbiamo parlato granché, dopo (gli adolescenti, si sa, parlano poco).
Ma a pensarci, forse sì.

Voi, comunque, se potete, non perdetevelo.
Perché, in fondo, siamo un po' tutti pecore nere e un po' tutti viviamo nei nostri piccoli manicomi personali dai quali, ogni tanto, proviamo a tagliare la corda. E lo dice anche Celestini, che i poveri matti ogni tanto scappano dal manicomio e superano novantanove cancelli.

Però poi, quando arrivano all'ultimo, tornano sempre indietro.

la soundtrack però io ce la metto lo stesso [daniel johnston è un meraviglioso artista cosiddetto "psicotico", ascoltate e guardate :-)]:

festa di compleanno

Quando c'ho un dolore, ho imparato a non piangere e a chiudermi in cucina.
Quando c'ho un dolore, cucino furiosamente perché mi aiuta a farlo passare.
Più grande è il dolore, più roba cucino, e più rapidamente.

Oggi ho veramente sbulaccato: in tre ore secche ho prodotto una torta di riso genovese (per questo ho usato quel termine lì ;-D), sei peperoni arrostiti, un chilo di insalata russa, due torte salate radicchio-funghi porcini, un'esagerazione di taboulé, un gigantesco flan di broccoli, circa quaranta rotoliniaperitivo, una pentolona di fagioli all'uccelletto, un bönet in pentola a pressione.

Insomma, sono diventata una macchina da guerra.

Probabilmente è veramente troppo, per la mia festa di compleanno, ma è perfettamente proporzionato al dolore e alla volontà di farmelo passare.

Non so quanti saremo, ma so che una persona a cui tengo non ci sarà.

Vorrà dire che faremo doggybag 🙂

soundtrack:

per chi suona la campana [;-)]

È scoccata la mezzanotte, ormai ho cinquant'anni da un giorno.
Non so ancora bene come sono girata, per ora non provo nessuna sensazione particolare (cioé a tratti un pizzico di spleen ma rifiuto l'idea, sono un guerriero, checcazzo, mica mi posso lasciare andare a svenevolezze varie), poi si vedrà.

Quel che è certo, è che mercoledì notte il trapasso è stato allegro, anzi spassoso.
È stato qui, ed è stato bello 🙂
Ho perfino rischiato di salire sul palco e ho la mia t-shirt fuckme 😀

E per una vecchia rockeuse abituata da una vita a smuovere aria, credetemi, non è poco.

soundtrack:

la solitudine dei numeri primi

Stanotte ho fatto un sogno che è durato tutta la notte.

Ho sognato che stavo in carcere, ma ero contentissima perché passavo le mie giornate in una cella soleggiata e in compagnia di donne sorridenti.

Lo spazio era piccolo, ma con queste donne si chiacchierava, si faceva il caffè, si fumava, si cucinava, si ricamavano bellissimi tappeti.
Ogni tanto veniva a trovarmi mia madre, ed era di nuovo giovane e bella, e allegra.
Ogni tanto veniva anche un uomo sconosciuto, che mi abbracciava stretta e mi baciava. Stavo bene.

Poi un giorno mi dicevano che sarei uscita e io mi mettevo a piangere, non potevo pensare di andarmene da un posto così bello e affettuoso. Talmente bello e affettuoso che rifiutavo perfino l'ora d'aria.
Allora imploravo per restare, così alla fine mi dicevano che avrei potuto rimanere ancora per quattro giorni.

Io guardavo il tappeto che stavo ricamando ma che non avevo ancora finito.
Era così bello, pieno di colori.
Ed ero felice.

soundtrack: