la dolce vita

Ultimamente parlo un po' troppo di me stessa, e smollo troppo poche ricette. Quindi il momento è venuto (e magari mi porta anche fortuna, va'): per Viola, che è monferrina e curiosa e per tutti quelli che lo vorranno provare, ecco il dolce (monferrino di fine Ottocento) allo zucchero bruciato.

In una terrina sbattete con la frusta a mano 100 grammi di zucchero (bianco, è una ricetta antica), un cucchiaio abbondante di farina e due uova intere. Non dimenticate un pizzico di sale, quello ci va sempre.
Poi aggiungete, sempre sbattendo, un litro di latte intero, il più buono che riuscite a trovare.
Mollate lì e prendete 100 grammi di savoiardi, i più buoni che riuscite a trovare, perché in questa preparazione supersemplice e superpovera la qualità della materia prima conta un botto (se volete essere più fichi, i savoiardi ve li preparate da voi, come ho fatto io).
In una pirofila di porcellana, la più carina che avete, adagiate i suddetti, previamente inzuppati nel latte.

Mollate lì i vostri savoiardi a ciucciare il latte in cui li avete bagnati e telefonate a un'amica/ascoltate la vostra canzone preferita/fatevi un balletto per circa un quarto d'ora.

Poi mettete 50 grammi di zucchero in una casseruola che tenga un litro e mezzo, col fondo spesso e a fiamma vivace.
Appena lo zucchero si caramella, diventa scuro e fuma un po' (deve bruciare leggermente, altrimenti a cosa serve il titolo della ricetta?), ci schiaffate, mescolando furiosamente, la miscela di zucchero, uova, farina e latte. Il caramello deve sciogliersi nel liquido.
Abbassate la fiamma e continuate a mescolare finché non vedete il cucchiaio di legno velato di crema.

Warning! Warning! Le uova sono intere. Significa che, se cuocete troppo la crema (o a calore troppo forte), ad un certo punto l'albume si solidifica per conto suo e fa la stracciatella. No buono.
Di solito bastano 10 minuti, ma è un punto di non ritorno. Se capita, dovete buttare tutto.

Versate la crema, che ha il colore della mou, sui savoiardi, fate raffreddare, coprite con la pellicola e mettete in frigo almeno per tre ore (meglio una notte).

Si serve a cucchiaiate, freddissimo: i vostri bambini (se ne avete) andranno in visibilio, e probabilmente anche voi.

Ha il sapore dell'infanzia.
E non è un retorico, svenevole, mieloso, letterario modo di dire.

soundtrack (trovo Devendra sempre incantevole e la canzone ottima da ascoltare in loop durante la preparazione):

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mare largo

Faccio esperimenti.
Con i torcetti, per esempio.
Meglio quelli di pastafrolla, duretti ma aromatici, o quelli di pasta di pane, più fragranti ma forse troppo eterei?

E le paste di meliga, vanno bene quelle estreme o devo addomesticarle un po'?

I giorni passano, fuori sono gonfia come un pallone, il pomeriggio è un dolore che mi stringe lo stomaco e la schiena e arriva un'ora della notte che mi vengono gli occhi da batrace.
Ma non importa, il fuori. Per quanto riguarda il fuori, dico volentieri addio a tutto. Il fuori non mi importa più. Importa il dentro, invece.

Ché stavolta sono davvero all'inizio di un viaggio.
A bordo di una piccola zattera, ma vabbé, il viaggio è in mare aperto. È bello e fa paura: riuscirò a guardare in faccia la bellezza, fottendomene della paura?
Attualmente la mia pelle dice di no.
Io dico di sì 🙂

Dedizione è la parola magica.
E la mia dedizione è assoluta.

Ieri notte ho fatto un dolce monferrino, la ricetta è datata 1890. Si chiama dolce di zucchero bruciato e ha un sapore soave.
Soave è la definizione giusta, sì.

Chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole, e prende quello che c'è.

soundtrack:

 

le chiavi di casa

Cara E.,
sabato pomeriggio ho guidato fino in città e sono venuta a cercarti.
Sul sedile del passeggero c'era un pacchetto di carta da forno con dentro un hallah coperto di semi di papavero, che avevo sfornato venerdì mattina, prima di partire per Torino.
Mentre mi avvicinavo alla tua zona pensavo che aveva veramente un buon odore e che era un po' assurda, questa idea di portartelo senza sapere esattamente dove abitassi. Però qualche dritta l'avevo avuta e, tutto sommato, l'idea mi sembrava bella e anche il minimo sindacale che io potessi fare per te.

Il tuo portone l'ho trovato quasi subito e mentre cercavo il tuo nome mi sono domandata come potessi dormire di notte e anche di giorno, con tutto quel viavai di ambulanze a sirene spiegate. Ma è anche vero che forse ci sei abituata e in fondo le sirene delle ambulanze possono perfino far compagnia.

Ho suonato il campanello e tu non hai risposto. L'avevo tenuto in conto, così mi sono fatta aprire da qualcun altro che mi ha detto che non abitavi più lì. Me lo aspettavo, ma so che non è così. Mi sono fatta dire a che piano abitavi e sono salita su un vecchio ascensore scricchiolante e lentissimo. Ho sbagliato piano, sono scesa di uno a piedi, la tromba delle scale era così stretta.

Di fianco alla tua porta lo zerbino era arrotolato e io mi sono sentita ridicola, col mio pacchetto in mano.
Di nuovo ho suonato, di nuovo niente.
Cara E., io lo so che sei lì e sapevo anche che non mi avresti aperto, perché sei in partenza per un posto lontanissimo e misterioso.
È un viaggio lungo e non facile, tu stai facendo i preparativi e giustamente non hai tempo né voglia di parlare con chiunque.

Per questo non ho insistito. Mi sono girata e ho suonato alla porta del signor G., che abita di fronte. Ho chiacchierato con lui di te e gli ho dato il mio hallah profumato con un biglietto da infilare sotto la tua porta.
L'ho anche aiutato a recuperare la sua gatta, una calicut grassissima di nome Mao, che durante la nostra conversazione gli era schizzata tra le gambe, si era precipitata giù per le scale e se ne stava sul pianerottolo di sotto, ad annusare una piantina di yucca (ma guarda, ha gli stessi gusti di Spago).
Si è fatta catturare facilmente, mi è bastato agitarle sotto il naso la scatola dei croccantini. Me la son messa sotto il braccio e l'ho riportata al signor G.
Il signor G. mi ha fatto vedere delle foto di Mao che fa la pipì nella tazza del wc. Dice che sono sei mesi che non la fa più nella cassetta, preferisce così.
Cara E., ho pensato che se tu avessi aperto la tua porta e avessi visto la scena, ti saresti messa a ridere.

Il signor G. mi ha promesso che in qualche modo ti avrebbe fatto avere il mio pane e, prima di chiudere la porta, mi ha detto shalom shabbat.

Mentre tornavo, stranamente, non ero triste.
San Salvario era, come sempre, un posto stupendo, splendente nel sole che filtrava dal temporale che si stava avvicinando. Guidando guardavo la mia città piena di bandiere tricolori, e non mi sentivo sola.
Perché alla fine, il mio hallah e il mio pensiero ti arriveranno, cara E., dovunque tu sia.

E lo shalom shabbat del signor G. è un augurio prezioso e speciale. Vuole dire che la pace sia con te il giorno del riposo, il giorno del Signore
E' una bellissima usanza, e lo dovrebbe essere anche per chi non è di fede ebraica: il suo senso intimo è di augurare la pace interiore per pensare al Signore.

Cara E., il mio regalo te l'ho portato. Tu mi hai lasciato il tuo.

soundtrack:

la pelle

Arrivano brutte notizie, ma non posso farci niente (evidentemente non sono autorizzata).

Una persona a cui tengo sta per andarsene, ma io non ho il suo ultimo domicilio conosciuto.

Non posso nemmeno godermi 4 giorni che siano 4 di vacanza.

Non posso incazzarmi.
Non posso dormire.
Non posso piangere.
Non posso avere paura.
Non posso fermarmi.
Non posso scappare.

Va a finire che la mia pelle, almeno lei, alla fine si ribella e prende fuoco.
E io mi gratto.

Questo sì che lo posso fare.

soundtrack:

another year

È vero.
La vita, spesso, non è generosa.
Essere soli molte volte significa essere disperati.

Tutti hanno bisogno di parlare con qualcuno.
Incontrare la persona giusta (e restarci assieme per tutta la vita) è una vera botta di culo.

Se si è felici, si è generosi.
Se si è infelici, non è così facile esserlo. Anzi, si rischia di essere gretti, infantili, piagnucolosi, egocentrici.

In coppia (se funziona) si sta meglio che da single.
Soprattutto se da single hai cinquant'anni, non hai figli o ne hai uno molto incazzato.

Le coppie felici attirano come calamite i single disperati che, invariabilmente, al cospetto di cotanta beatitudine coniugale, finiscono con l'alzare un po' troppo il gomito e comportarsi malissimo.

Le donne single oltre i cinquant'anni e disperatamente sole, si riducono a trovare molto simpatici uomini altrettanto disperati e quasi catatonici.

Evvabbe', Mike Leigh non dice niente di nuovo. Ma lo dice in modo incantevole.

È tutto così normale, nel suo film, che in certi momenti risulta quasi irritante (e sto parlando da single, magari per le coppie felici è diverso): il calore che emanano Tom & Gerri, con quell'accoppiata di nomi  (almeno foneticamente) involontariamente (o forse no) comica, due persone diverse (il geologo che in vacanza guarda gli scogli dando le spalle al mare, la moglie del geologo che guarda il mare dando le spalle agli scogli) che sanno veramente stare insieme e non solo in cucina o nell'orto.
Il loro figlio avvocato dei poveri che è triste finché non trova l'anima gemella (un po' troppo allegra, ma va bene anche così, lui non è poi un granché), l'amica dedita al vino bianco, la paziente con la rimozione scritta in faccia, il cognato che assomiglia a Zio Tibia.
Il verde inglese, il tè delle cinque, la villetta a schiera nel sobborgo di Londra, la serra molto curata e, per opposto, lo squallore di un'altra casa abitata da persone che non si amano.

È tutto normale, passano le stagioni, passa un anno.
La coppia felice è così felice – nonostante la vita che la circonda, con tutti i dolori di una vita normale – che, se anche uno dei due venisse a mancare, ci si può immaginare che l'altro potrebbe continuare a vivere nel ricordo del calore dell'altro.

Quell'aura di calore amorevole (ma sarà poi vero?) attorno alla quale tutti gli altri ruotano, guardandola e qualche volta sfiorandola.
Ma che resta inaccessibile.
Perché per loro, gli altri, c'è solo infelicità. E silenzio.

Grande cameo di Imelda Staunton (Il segreto di Vera Drake), strepitoso Jim Broadbent, come sempre.

soundtrack:

 

io sono l’amore

Dieci giorni di paura scavano nel cuore e nella testa.
Mi sento le gambe di pastafrolla ma mentre sto scrivendo è ancora la Giornata della Donna e io, per festeggiarla degnamente, l'ho sfangata 🙂

Non solo.
Stasera ho parlato con un uomo che mi ha detto che erano trent'anni che mi aspettava.
Da trent'anni aspettava proprio me, per fare una cosa.

Arrossisco. Ci credo?
Mah. Dopo una simile botta di fifa, potrei anche.
Dai, facciamo che ci credo (in fin dei conti, ne ho tutte le qualità).

E del resto, che posso fare? Oggi non posso che ringraziare.
Il mio Angelo Personale, la mia Buona Fortuna (che sopravvive a tutti i miei casini), Me Stessa, che son riuscita a non sclerare, tutti quelli che in questi giorni mi hanno rivolto il loro pensiero, chi mi è venuta a trovare sabato e mi ha sopportata al top dello stress, chi mi ha accompagnata in ospedale, anche quell'uomo, e chi me l'ha presentato.

A proposito, ora stiamo cercando il nostro nido d'amore 😉
Circa 80 metriquadri, non in Culandia, possibilmente su un pezzo di cortile.

Perché è bello, d'estate a Milano, poter cenare all'aperto. Magari a lume di candela 🙂

soundtrack:

la fuerza del cariño (voglia di tenerezza)

cotto!Non c'è sensazione tattile paragonabile a quella che si percepisce lavorando la pasta del pane lievitata.

È calore sodo, elastico e setoso che ti accarezza il palmo delle mani e dalle mani ti va dritto al cuore.
Quando parlo di salvezza in cucina so quello che dico, perché l'ho sperimentata (e la sperimento tutt'ora) sulla mia pelle.
Quando proprio non so a cosa aggrapparmi e le notti diventano davvero senza fine mi trascino in quella stanza di duemetripertré e mi metto ai fornelli.
Sempre stato così.
Anche adesso, che non ho voglia di contare i giorni, di notte faccio il pane.

Mica lo mangio. Lo faccio e lo regalo.
Il pane piace a tutti, soprattutto se è bello da guardare.
A me piace farlo, perché coccola le mie mani mentre impasto, il mio naso mentre cuoce, i miei occhi quando lo sforno.

E mi dà coraggio.

Grazie, pane notturno, che lieviti lentamente nel forno chiuso.
Grazie a tutti quelli che fanno il tifo per me, qui, su fb, per telefono 🙂

Io di notte cucino, e tengo duro.

soundtrack: