apollo 13

Questa è la sera di tutte le lanterne accese, in giardino.

Tutte, proprio tutte e sono le stesse che accendevo sul terrazzo a Dogville, quando eri ancora abbastanza piccola da chiamarti kid. Te le ricordi?
Sono belle, illuminano il roseto e le surfinie appena invasate.
Le guardo -shhhh- in completa solitudine pensando a te che oggi mi hai riempito gli occhi (per troppo poco tempo, ma devo farmelo bastare) e adesso che siamo di nuovo lontane non posso fare altro che guardarle e pensare che diciotto anni fa, a quest’ora, in ospedale, non riuscivo a dormire e mi sono alzata e sono andata fino al nido e ho chiesto di poterti avere  con me per la notte.

E loro hanno detto di sì e così ti ho spinta, nella tua culletta di plexiglass, fino al mio letto e siccome dormivi, ti ho guardata dormire.

E ho pensato che fossi la cosa più bella che nella vita mi potesse mai capitare.

soundtrack:

i giardini di compton house

Ho un’ortensia grande, smaltata di azzurro traslucido che sfuma nel crema come un vaso di Gallé e una piccola, bianca con i petali frastagliati come un merletto.

Ho due piante di quello che volgarmente si chiama finto gelsomino: quelle non le ammazza nessuno, cresceranno lungo i muri.

Ho due peonie, piccole piccole. Mi ricordano il giardino di mia madre e fanno tanto Proust. Per ora han solo due foglie ciascuna, speriamo che mettano i bocci.

Ho la lavanda, umile e tenace. L’ho piantata ai piedi di un alberello di rose.

Ho le bocche di leone, rustiche e forti, in onore alla mia infanzia campagnola, quando le premevo delicatamente ai lati delle corolle per vederle aprirsi e chiudersi.

Ho una minuscola gardenia, una vera scommessa, carica di boccioli. Durerà?

Ho una piantina di lamponi 🙂

Ho una marea di piante aromatiche, finalmente.
La borragine pelosa che infesterà tutto il giardino e fiorirà di indaco, e magari ci potrò fare i pansoti.
Il rosmarino, che crescerà  sui sassi.
Due tipi di timo, che mi faranno venire in mente il mare ogni volta che  strofinerò le loro foglie tra le dita, e due piante di menta, una piperita e una alpina, che hanno un profumo che stordisce.
Una santoreggia e un origano che sanno di sole.

E poi ho ereditato un arancio bruciato dal gelo che ho potato senza pietà, due rosai che stanno per sbocciare e di cui sto cercando di indovinarne il colore e un prugno metà selvatico ma già carico di frutti.

Le piante sono tutte già state messe a dimora. Sperando in un po’ di sole, domani potrò apparecchiare la tavola nel mio piccolo hortus conclusus, aperto a tutti quelli che ci vorranno venire ma bello, lo stesso, per la mia solitudine.

p.s.
ah, e ho anche piantato una rosa in più. bianca.

soundtrack:

let’s get lost

Il primo uomo a cui ho avuto il coraggio di dire mi sono innamorata di te era il mio supplente di Sociologia, l’anno della maturità.
Lui di anni ne aveva ventisei, gli occhi azzurri e mi sembrava bello come Gérard Philipe. Io ne avevo diciotto appena compiuti, e mi ero tinta i capelli di nero perché volevo assomigliare a Louise Brooks.

Insomma, gliel’avevo detto a bruciapelo (davvero con un grande atto di coraggio) l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale, all’uscita di scuola, sotto la neve.
Non mi ricordo nemmeno bene cos’avesse risposto, se ah, davvero? piuttosto che che carina che sei.

Comunque naturalmente non era successo niente  a parte, se ben ricordo, un bacio (mentre con una mia compagna di classe che aveva un anno più di me, qualche mese dopo, invece sì. E io ci avevo sofferto, ma mi ero “vendicata” passandole il tema di Italiano all’esame di maturità), forse non mi trovava abbastanza sexy o non ero il suo tipo, però in qualche modo gli piacevo perché una sera mi invitò al conservatorio a sentire un tizio che suonava la tromba.

Era febbraio, e il tizio sul palco portava un paio di sandali da spiaggia marroni, di quelli con le fasce incrociate, e calze di lana nere.

Si capiva che doveva essere stato di una bellezza mozzafiato, qualche tempo prima, si capiva che era triste, e anche un bel po’ fatto.
E aveva sollevato la tromba con grande naturalezza e noncuranza e, con noncuranza e senza la minima enfasi, se l’era appoggiata alle labbra. Così, come ci si porta alle labbra una bottiglia di vino ad una festa sulla spiaggia, in una sera d’estate.

E dalla primissima nota era scomparso tutto. Tranne la musica.

Ecco, veramente non so come fosse andata tra il Supplente e quella mia compagna di classe, se era stata una storia carina o solo una notte di sesso.

Ma a me, era venuto a prendermi fin su in collina con la sua Renault4 cartadazucchero e mi aveva portata a sentire Chet Baker. Non me lo dimenticherò mai.

soundtrack:

risvegli

Ok, ci sono, sono sveglia, sono collegata.

Solo che mi ci vuole un po’, a riprendermi.
Atterrata su un altro pianeta. Commossa dall’aiuto degli amici per trasportare milioni di scatoloni. Stranita, anche. Non trovo le mutande, non trovo il curry.

La casa nuova è bella. Ha le porte rosse 🙂
Sono tornata indietro nel tempo, sembra essere di nuovo cuccia, come tanti anni fa. Vuol dire che devo piantare una rosa bianca, al più presto.

Chissà se è la fine di un viaggio? Qui c’è un terrazzo nella notte e nella notte cantano gli uccelli notturni. Anzi, ad ascoltare  bene, è un usignolo. Pensa te.

soundtrack: