cuore sacro

E` la pulce d’acqua
che l’ombra ti rubò
e tu ora sei malato
e la serpe verde
che hai schiacciato
non ti perdonerà.
E allora devi a lungo cantare
per farti perdonare
e la pulce d’acqua che lo sa
l’ombra ti renderà.

Angelo Branduardi, La pulce d’acqua

Oggi il governo australiano ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni per i secoli di maltrattamenti gratuitamente inflitti in nome di una consapevolezza cogliona di essere superiori, a chi o a che cosa non si sa bene.

Allora, a circa sette ore dalla fine del 2008, non faccio gli auguri a nessuno.
Ma vorrei che il 2009 fosse l’anno della rabbia (perché è ora finalmente di tirarla fuori) e del perdono.

Primo, perchè rabbia e perdono sono fratelli.
Secondo, perché la pulce d’acqua lo sa 🙂

E, per favore, un pensiero solidale a quei disgraziati che, a bordo della stazione spaziale USA, si stanno facendo sedici brindisi.

Tutti analcolici, poveracci.

soundtrack: Senza paura, Ornella vanoni

piccole donne crescono (su facebook)

È strano, mentre te ne stai davanti al monitor, veder spuntare una finestra con su scritto ciao, mamma 🙂

È strano e un po’ buffo e un po’ commovente e un po’ preoccupante, perché ti immagini che sia come quando le nostre madri scoprivano che rubavamo il rimmel dal cassetto del bagno.

Non per il rimmel in sé, ma per tutto quello che ci stava dietro.

La mia generazione è l’ultima ad esser stata tirata su a sberloni e la prima a giurare che mai e poi mai avrebbe usato gli stessi metodi con i propri figli.
Non potevamo che fare così, ma alla fine siamo tutti confusi, tra il ricordo della nostra voglia di trasgredire e la paura di non essere un punto forte di riferimento per i nostri figli.

Molti di noi hanno toccato una tastiera per la prima volta attorno ai trent’anni e così ti fà un po’ effetto, sì, quando all’improvviso si apre quella finestrina.

Anche se in fondo è comodo e le puoi dire di ritirare la roba stesa o di mettere su l’acqua per la pasta (a parte scherzare un po’ e chiederle come sta – e soprattutto dove sta, in questo momento –  e magari dirle che le vuoi bene), ti rendi conto davvero che non solo ti ha rubato il rimmel (e quello lo vedi tutte le mattine, in bagno), ma che è partita per un viaggio.

(e che, per essere mediamente sicura che faccia i compiti, ti toccherà andare a lavorare con il mouse nella borsa, ogni tanto)

soundtrack: You’re a big girl now, Bob Dylan

beata ignoranza

Non sai cosa ti perdi.

Detta a tavola, è una frase tipicamente femminile (e anche un po’ mammesca). Mediamente irritante.

Detta in altri contesti, per esempio lo stipite di una porta, è tipicamente maschile. Molto irritante.

No, grazie 🙂

In certi casi, preferisco non sapere.

soundtrack: Goodnight ladies, Lou Reed

santa maradona

candeleGaza brucia.

Gli spaghetti con i pomodorini di Pachino sono buoni.

Tutti hanno (davvero) bisogno di essere abbracciati.
Attacchi di fou rire a parte 😉

Torino, vista in un film, è struggentemente bella.

Queste candele le ho fotografate in duomo, l’altro ieri.

Sono un po’ tante, ma io lo so, che c’è Qualcuno che arriva fin.

Dove noi non possiamo.

soundtrack: There will be a light, The Blind Boys of Alabama

in fuga

Lanciamo il frisbee più lontano di quanto un frisbee sia mai stato lanciato. Prima va più in alto di quanto un frisbee sia mai andato, al punto che nel bel mezzo dell’azzurro ci sono solo il lume opalescente del sole e il piccolo disco bianco, poi vola più lontano di quanto un frisbee sia mai stato visto volare, mentre noi ci allontaniamo di miglia e miglia, da una scogliera all’altra, chilometri di spiaggia piena di gente, per ogni lancio.
La cosa più importante è la traiettoria, lo sappiamo, come sappiamo che la distanza dipende sia dalla velocità che dalla traiettoria, e che devi lanciare il disco con tutta la forza che hai, riuscendo allo stesso tempo a imprimergli una corretta traiettoria, ascendente, diritta e costante, non troppo alta, non troppo bassa, perché se lanci con la giusta traiettoria ascendente, la spinta porterà il frisbee a quasi il doppio della distanza normale, e per la seconda metà del percorso si abbasserà in placida direzione discendente, praticamente come servito su un piatto d’argento, nel senso che tu ti occupi della prima metà del lancio, e per la seconda metà ci pensa lui, e quando la spinta in avanti rallenta e rallenta e termina, e quello plana come un paracadute, è proprio allora che noi ci facciamo sotto, con passi rapidi che sfiorano la sabbia bagnata, e quando alla fine cade, ci cade in mano, perché noi eravamo là ad aspettarlo.
Sembriamo professionisti che giocano insieme da anni. Donne dal seno prosperoso si fermano a guardarci. Anziani ci osservano scuotendo la testa, strabiliati. Chi è religioso cade in ginocchio. Nessuno ha mai visto niente del genere, prima d’ora.

Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio

soundtrack:

fino alla fine del mondo

albero

Io ci provo tutti gli anni.

Faccio finta che sia tutto normale, e che Natale arrivi anche per me.
E non sto parlando di luminarie, canti, sorrisi, auguri e regali.

Faccio l’albero comediocomanda, e son brava a farlo, eh?

Faccio anche il Presepe.
E quest’anno ho pure comprato due pastori e un po’ di pecore.

Cerco di mettermi nella disposizione giusta, tappo le orecchie che stanno dentro, quelle del cuore.
Come posso, fermo il pensiero e il dolore.
E aspetto il miracolo.

Ma il miracolo non arriva.

Allora, piuttosto, mando via i kids, ché almeno abbiano un posto e un tempo per fare Natale.
È ancora più triste, senza di loro.
Ma non voglio che paghino il mio non essere capace di.

Io so che saranno felici, e aspetto il loro ritorno.
E, nel frattempo, aspetto il ritorno di qualcosa che ho perso.

Magari prima o poi lo ritrovo.

Intanto, buon Natale a tutti quelli che passano di qui, davvero 🙂

presepe

E scusatemi, se potete 🙂

soundtrack: Qualcosa che non c’è, Elisa

sapori e dissapori

Un’oretta fa, mentre fissavo con sguardo becero e batteria a terra Raisatgamberorosso, mi sono imbattuta in Govind Armstrong che non solo cucina da dio, ma si muove tra i fornelli con rara grazia e sensualità.

E, soprattutto, con una calma e un selfcontrol decisamente olimpici.

Stava facendo un’assurda gara di menu a base di zucca e mi ha fatto venir voglia di cucinare e anche di mangiare qualcosa di buono e anche, per una volta, di essere un po’ servita.

Insomma, mi piacerebbe andare a lezione da lui (perché è anche simpatico) e/o avercelo in cucina, ogni tanto.

A voi no?

soundtrack: Eat me drink me, Marilyn Manson

le fate ignoranti

superIn redazione sto a panino (e non è un’espressione sconcia, okay?) tra un interista e un milanista over sixty.

Ve l’immaginate, quello che succede ogni mattina?

Se non ve l’immaginate, ve lo racconto io: almeno una mezz’oretta di sfottò oldstyle, come quando ci si vedeva al bar della piazza con quel giornalino rosa sotto il braccio 😉

Manco a dirlo, sono calcisticamente agnostica.
Gli stadi mi fanno paura.
Il termine Coppa Uefa mi sa di sberleffo (onomatopeico, s’intende).

Quindi, oltre ad immaginare i miei inizimattinalavorativiquotidiani, ora fate uno piccolo sforzo in più e immaginate anche la mia difficoltà ad impaginare i palinsesti di Sky Sport  😉

Però, siccome sono una brava ragazza volenterosa e dedita al lavoro (altrimenti detto pezzo), cerco di documentarmi e durante la pausa pranzo, mentre cucino per i kids, ascolto sempre Capitalgol.

E così, oggi pomeriggio, rientrata trafelata al lavoro, ho domandato ai due supertifosi se per caso il cartello affisso sulla vetrina della Standa fosse per caso attinente alla selezione per la Champions League.

Ecco, ora fate uno sforzo ulteriore (ma forse non ce n’è bisogno) per immaginarvi le loro facce.

😀

soundtrack: La leva calcistica della classe ’68, Francesco De Gregori

le due città (ovvero) selvaggina di passo

rennaCredo che ormai sia piùommeno la numero ventitrè.

Ho anche pensato di smettere, poi ho pensato che non aveva senso, non farla più.

Per apprezzare qualcosa o qualcuno, si vede che c’è bisogno che ti manchi, così quest’anno l’ho rifatta (ebbene sì) la fatidica Cenadinatale.

C’era la ghirlanda di compensato sulla porta, c’era la renna anoressica appesa alla maniglia, c’era l’albero con i lumini, c’era il bollitone misto con le tre salse e c’eravamo noi.

Noi siamo, in fondo, sempre i soliti.
Abbiamo parlato tanto ma avremmo potuto anche stare zitti e solamente guardarci e/o annusarci, e basta.

Perché ha ragione C., che la festa grande, per noi, è già passata ma rimangono altre cose e poi alla fine, quando tutti se ne sono andati, la nostalgia più grossa era per la mia città, con il fiume che ci corre in mezzo e il suo odore.

Perché poi, a ben vedere, non sono altro che un’emigrante per lavoro e anche se qui si sta bene e (grazieaddio) si sgobba mi sento come un uccello migratore che fa tappa in un giardino sconosciuto.

Perché, fosse dipeso da me e proprio fossi stata costretta, avrei scambiato la mia città con una peresempio di mare.
Ma ho imparato che non sempre si può scegliere.

Così non so quando ci torno, anche solo per un giorno, nella mia città (come quando ami qualcuno ma non hai voglia di vederlo perché hai paura che vederlo ti faccia male) però mi manca.

E poi, quando ho chiesto al pellicano se questa casa ispirava a fare all’amore (che è la sua frase in codice che ha benedetto in passato molte delle mie case), beh.

Lui non ha saputo cosa dire.

soundtrack: Senza fine, Gino Paoli

l'arte del sogno

neve
Per dormire di notte ci va amore di qualcuno, o serenità, o sicurezza, o abitudine, o senso del dovere, o rassegnazione.

Ma dormire di giorno, soprattutto di mattina, oh.
Quello è più facile, e così bello.

Quando questo è quello che vedi dall’alto del tuo letto sopraelevato e il gatto ronfa vicino a te e sono le sette  e intorno solo le voci ovattate dei vicini e tu lentamente svieni e sogni che hai otto anni ed è la mattina di Natale e tra poco ti sveglierai e davvero avrai otto anni e di sotto ci saranno i regali che ti aspettano e tuo padre che ti prenderà sulle sue ginocchia e tutto, ma tutto quello che è successo in questi quarant’anni non sarà altro che un sogno (perché quella cosa l’hai veramente pensata, quando avevi otto anni e ti stavi addormentando, la notte della vigilia), ecco, non puoi fare a meno di pensare che dormire di giorno è meraviglioso.

Meraviglioso.

Ed è per questo, che non dormi mai 🙂

soundtrack:  Asleep, The Smiths