paura e amore (great expectations 4)

210620091314-460x345Ecco, ho le chiavi del Posto.
È mio.

Ci sono andata l’altroieri, durante un furioso temporale, per cominciare a fare quello che posso fare da sola cioè strappare la vecchia moquette (due strati cementificati). Ma, appena arrivata, son dovuta riscappare a casa in preda ad un attacco di cagotto (l’emozione, suppongo). Per fortuna abito a cinque minuti a piedi.

Strappare a mano due strati di moquette cementificata, per l’appunto, è un lavoro dimmerda.
Con l’aiuto del figlio adolescente (assai forzuto e, in più, perennemente incazzato col mondo il che, come si sa, moltiplica le forze) sono arrivata a tre quarti dell’opera.

Oggi ho trovato i tavoli al mercatino dell’antiquariato sotto casa. Sono belli, proprio come li volevo io.
Le sedie le ho già in mente, domani mattina comincio l’inventario dei servizi di piatti e al pomeriggio ho la riunione con la crew per dare il via ai lavori di ristrutturazione.

Mi sento totalmente sottosopra (e fragile, anche se non voglio. io voglio avere due palle così, essere una macchina da guerra, spaccare il culo ai passeri): diecimila sentimenti contrastanti mi stanno frullando contemporaneamente nello stomaco.
Se dovessi farne una summa, direi fondamentalmente felicità e terrore.
E poi c’è tutto il resto ché, il resto, mica lo puoi cancellare: i figli poco comprensivi, la casa che è sempre un casino, i gatti che adesso sono due, la banca, il consorzio di garanzia.

Ma intanto il Posto c’è.
È mio, ormai.
E diventerà bellissimo.

soundtrack:

essere avere

avv3Avere tra i piedi (e nel cuore) una nuova micina, minuscola e nera, che cerca in tutti i modi di farsi accettare da uno Spago più spaventanto di essere esautorato del suo ruolo di supergattoadoratodicasa che altro.

Essere stata minacciata (da un uomo, manco a dirlo) per una stupida questione di parcheggi, in piena notte.

Avere un nodo nello stomaco (e provare tanta ma tanta rabbia)  telefonando ogni sera per avere notizie di un ex marito che sta malissimo.

Essere determinata a tirare dritto per la mia strada e aver paura di non riuscirci.

Avere bisogno. Ma non volerlo sentire.

Essere, semplicemente.
Forse, in questo momento, è meglio.

soundtrack:

love streams

coverOKSono appena tornata dal Family Pride.

Che dire, senza sembrare banale?
C’era un sacco di gente, io ero sul carro del Queever (grazie, Queever!) e ho avuto la possibilità di guardarla bene in faccia: era gente di tutti i tipi e di tutte le età, gente sorridente e con molta voglia di stare insieme.
C’era anche molta musica e molto colore. E molto calore.
Sono andata da sola ma non mi sono sentita sola. Anzi, per la prima volta dopo tanto tempo, non mi sono sentita nemmeno trasparente.
Ero io, come sono io, con il mio corpo e con la mia faccia. E le persone che erano intorno a me si sono avvicinate. A me, al mio corpo, alla mia faccia. Bello.

Che cosa ci sono andata a fare?
Ci sono andata a fare il tifo (io che sono etero e giammai mi sposerei) per le persone che vorrebbero sposarsi e non possono, per le persone (io che ho due figli) che vorrebbero adottare e non possono.
Ci sono andata perché sono stufa di sentire persone (anche intelligenti e colte, anche a cui voglio bene) sostenere che per crescere bambini sani e felici sono necessari una mamma e un papà. Nella mia famiglia, il papà se ne è scappato secoli fa: non mi sembra che i kids siano malati o infelici.

Ho avuto in regalo la mia brava maglietta viola vorreimanonposso: era taglia xs ma lo stesso mi ci sono cacciata dentro, senza vergognarmi (dopo tanto tempo) di un semispogliarello davanti a tante persone. E pazienza se sarò sembrata un insaccato, dalla strada la gente mi sorrideva e mi mandava baci.
Ho cantato, ho ballato, ho abbracciato e sono stata abbracciata.
Ho visto tante cose, alcune commoventi, come il bacio dolcissimo e interminabile di due ragazze in mezzo alla folla e il cartello che un ragazzo portava al collo e che diceva sono vostro figlio e sono omosessuale: io ci sono, e voi?
Sono state quattro ore di allegria, di piume e lustrini, di risate e di sguardi affettuosi.

Non è stato un carnevale ma una manifestazione pacifica, civile e profondamente umana per chiedere, in modo gentile, di poter godere di un diritto fondamentale: avere una famiglia.
E io c’ero.

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