revenge

Sabato, ore 11.

Discussione (anzi, rissa) con Pietro.
Pietro: perché non muori?
Alga:

Sabato, ore 14.

(A tavola: spaghetti con gamberoni, braciole di maiale dorate alla senape di Digione, puré di patate, spinaci e formaggio.)

Alga: perché poi non mangerai mai più bene così.
Pietro:

soundtrack:

scarpette rosse (per non dimenticare)

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
… Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chissà di che colore erano gli occhi bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti non consumano le suole.

Joyce Lussu – C’è un paio di scarpette rosse

soundtrack:

vento di passioni

Stasera di nuovo incazzata.
Non triste, furiosa.

Con la bava alla bocca, dopo cena (non mangiata), pulito maniacalmente la cucina. Mentre pulivo, pensato alle mie amiche Estre e Cloud, che la sanno pulire molto meglio di me. Provato sentimenti di nostalgia e di profonda frustrazione. Ancora più incazzata.

Caricato sgarbatamente la lavastoviglie, impostato programma energico a 65° (mai fatto, da quando ce l’ho, cioè da diciannove anni).

Warning! Warning! Lavastoviglie non completamente piena.
Conseguente ulteriore aumento esponenziale della rabbia.
Fortissimo desiderio di uccidere qualcuno a sprangate (e poi di danzare sul suo cadavere).

Afferrati con rabbia tre barattoli bormioli vuoti. Riempiti di zucchine chiare a tocchetti, un paio di spicchi d’aglio affettati, sale, pepe, un filo d’olio, uno schizzo di passata mutti e un po’ di prezzemolo tritato.
Posizionato i barattoli (coperchi avvitati con tutta la ferocia possibile) nel cestello basso della lavastoviglie. Avviato la stessa.

Terminato il lavaggio, estratto un barattolo, svitato (nuovamente con ferocia, non è stato facile) il coperchio, assaggiati gli zucchini.

Trifolati e croccantini. Perfetti.

Domani mattina per andare a lavorare mi metto il chiodo di quando cantavo con le Funky Lips.

soundtrack:

le voci bianche

Lavorare duro tutta la settimana (dormendo poco la notte) e alzarsi alle sette di mattina per quattro sabati di fila, prendere un treno (ma prima la macchina e poi la metropolitana) per Torino, svuotare una casa (fredda) per due giorni sette ore al giorno, riprendere il treno (ma prima la metropolitana e poi la macchina) e arrivare a casa alle undici di sera della domenica, non è propriamente riposante. Eppure, in mezzo, ci stanno tante cose belle, divertenti, tenere (e anche un po’ tristi, ma vabbe’): tipo l’aria tiepida di oggi e le colline di Pecetto illuminate dal sole viste dal balcone della camera da letto di mia madre (che in primavera trabocca di rose), le grandi risate con mia sorella, ogni volta che si apre uno sportello o un cassetto da sbaraccare, i lanci dei libri dall’alto di una sedia davanti alla mastodontica libreria dello studio (ma quanto hanno letto, i nostri genitori?), le poesie che scrivevo quando avevo dieci anni trovate in fondo a una scatola di velluto bordeaux, un’occhiata al giardino inselvatichito e all’acero giapponese, spoglio ma sempre così bello mentre ripeto silenziosamente i nomi di tutte le piante e annuso l’aria della campagna, così leggera a confronto di quella di Milano.
L’atmosfera stranamente euforica, che assomiglia tanto a quelle delle mattine in cui ci siamo sposate, noi figlie, oppure in cui abbiamo fatto la prima comunione o la cresima (e invece è un addio), la mia città vista (con occhi affamati, e non ne ho mai abbastanza) attraverso i finestrini della macchina che mi porta in collina, lo zibibbo mandorlato comprato per strada, una cena con gli amici di sempre.

Svuotare la grande casa in cui siamo state bambine (e ci sento ancora le nostre voci, e ci vedo ancora noi, e nostro padre) è una cosa che non si può raccontare e forse non si può nemmeno pensare, probabilente, che so, per non farsi troppo male.

Ma sto bene, sono stanca ma sto bene.
Oggi. Domani, non so.

soundtrack:

look back in anger 2

Davvero, faccio del mio meglio, ma ogni tanto è troppo. E quindi sbrocco.

Non è vero che, invece che (come mi disse una volta un noto idiota) metto avanti i problemi prima (o invece) di risolverli. Dei miei problemi ne parlo e, intanto, cerco di risolverli. Purtroppo, per alcuni, ci va tempo. Altri sono facili, altri ancora, porcapaletta, realisticamente irrisolvibili.

Comunque stasera sono veramente incazzata e, se vado indietro col pensiero e faccio i dovuti collegamenti, ci sono tre/quattro persone (facciamo pure cinque/sei) che prenderei volentieri a legnate.

Guarda caso, sono tutte di sesso maschile.
E, nonostante tutto, mi ostino a pensare che sia solo una (disgraziata) coincidenza.

soundtrack:

new york, new york

Penso che, assieme ai blinis, i bagels siano i pani più facili e allegri che esistano.

Basta avere una macchina per il pane da programmare su impasto (o due braccia belle solide), 60 grammi di burro liquefatto, 200 cc di latte tiepido, un panetto di lievito di birra da farci sciogliere dentro con un cucchiaio di miele scuro o di malto, un uovo intero e un tuorlo (il secondo albume è da conservare), 700 grammi di farina bianca (meglio se manitoba) e tre cucchiaini rasi di sale, da mettere sulla farina così non si incontrano col lievito.

Quando la pasta è lievitata (ci va un’ora), si arrotola una grossa baguette e si tagliano 12 pezzi uguali, di ogni pezzo si fa una pallina e ogni pallina la si buca col dito indice infarinato. Poi si allarga il buco in modo da formare delle ciambelline.

Adesso viene il bello. Si accende il forno a 220° e si mette a bollire un pentolone d’acqua con due cucchiai di miele scuro o di malto.

Ci si lanciano tre bagels per volta e, quando vengono a galla, si tirano su con la schiumarola e si sistemano su una teglia grande coperta di carta da forno. Prima di infornare si spennellano con l’albume avanzato.

Devono cuocere per 25 minuti o finché non saranno belli dorati (e il loro segreto è che sono umidi, quindi si autosomministrano il famoso colpo di vapore che rende il pane gonfio e croccante), ma già dopo un quarto d’ora avrete la casa invasa da un profumo che vi farà fremere le froge e provocherà ai vostri vicini profonde crisi di autostima e attacchi di invidia incontrollati.

Vi sentirete molto newyorkesi (alice, conferma!), incanterete i vostri bambini (tiepidi con burro fuso e marmellata sono da urlo) e i vostri fidanzati (farcendoli di formaggio caprino fresco e salmone affumicato). In ogni caso, farete una straporca figura con i vostri ospiti.

soundtrack (da cantare durante la preparazione, in loop, e mi raccomando l’acuto finale):

serendipity

T.: È bello andare all’Ikea con te, perché anche tu non sai resistere alle cazzate.
Alga: … e non siamo ancora arrivate al reparto candele.

In realtà sono stata bravissima. A parte la strepitosa poltronalettoconrotelle che mi serviva (rossa), me la sono cavata con due (ennesimi) portacandelina (rossi) con (appunto) candele annesse, una minilampada da scrivania, sei cucchiaini da té, un’asse da stiro, dieci buste di preparato di salsa per polpette (i kids dicono che le polpette ikeane le faccio – in casa – da dio, ma non sono all’altezza per la salsa), una bottiglia di glögg con cui ho cotto le pere martin sec e la mitica lampada solare Sunnan (rossa).

Davvero. Ho resistito perfino alla torcia a manovella 🙂