besame mucho

Ma quanto bello è Ninth, l'album appena uscito di Peter Murphy (che, tanto per dire, è stato il leader e la voce di questo gruppo qui, mica pizza e fichi)?
Ma da quanto tempo era che mi cullavo in nenie varie e non ascoltavo un vero rockkone darkone schitarrone e oltretutto cantato da dio?

In attesa del tornado che sta arrivando qui a Sanfe, sparo la musica a tuono e, ancheggiando, entro in cucina.
Contorcendomi, faccio un bel battuto di cipolle, lo metto a rosolare e ci schiaffo dentro i bocconcini di vitello infarinati e due foglie di alloro. Spruzzo di vino rosso e, sentendomi vent'anni e dimenandomi adeguatamente, aggiungo sale, pepe, un pizzicone di zucchero e un po' di conserva di pomodoro.

Ondeggiando al ritmo irresistibile (la cucina è troppo stretta e ci ho il ginocchio sifolo, altrimenti credo che pogherei ;-D) acchiappo la mannaia e faccio furiosamente a pezzocchi un peperone rosso e uno giallo e li lancio nella mistura che sobbolle a fuoco dolce sul fornello. Uno schizzone di aceto balsamico, uno di brodo vegetale e posso anche chiudere il coperchio.

Tra poco meno di un'ora, quando la tempesta ancora impazzerà, avrò un fantastico spezzatino con i peperoni per cena.

Nel frattempo posso alzare ulteriormente il volume e andare a scatenarmi in soggiorno.
Ecco 🙂

soundtrack:

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senza limiti

Si può ballare con tutta l'energia del mondo e anche con notevole grazia su di una sedia a rotelle o con un paio di stampelle.

Sembra incredibile ma io l'ho visto fare, con i miei occhi, ieri sera al Festival di Villa Arconati, dalla maggior parte dei componenti dello Staff Benda Bilili, al suono della loro musica strepitosa.

È la vera Musica Africana, arriva dritta dritta da Kinshasa, Congo.
È quella che non ti dà scampo, perché ti prende il cuore e le gambe. Non eravamo in tanti, ma dopo dieci minuti i posti a sedere erano tutti vuoti.
Tutti in piedi, tutti a ballare: da soli, in coppia, in gruppo, con i bambini piccoli addormentati in spalla.
Perché il ritmo dell'Africa è come il battito del cuore, potente ma gentile, e lascia dormire i bambini.
Nello stesso tempo proprio non puoi stare fermo, anche se non sai ballare o non puoi.

I pezzi dello Staff Benda Bilili sono lunghissimi e a lungo andare, ballando, sorridi perché ti scordi la tua vita, i tuoi casini, i tuoi limiti.
Il loro nome significa guardare oltre le apparenze, loro sono in gran parte segnati dalla polio o vittime di guerra, di giorno mendicanti, di notte musicisti.

E guardandoli e acoltandoli suonare e cantare e danzare come magici ballerini sulle loro stampelle e sulle loro carrozzine, viene da pensare che mai nome di band fu tanto azzeccato.

Se vi capitano a tiro, non perdeteveli.
Andateci con chi amate di più, e non lasciate a casa i vostri bambini.

soundtrack:

la moglie del soldato

Da un paio di settimane, ogni mattina trovo una mail nella mia casella di posta.
Da un paio di settimane, ogni sera, quando è tardi e c'è silenzio, dopo che ho sbrigato le faccende di casa, chiacchierato o guardato un film con Pietro e telefonato alla Cami, mi siedo davanti al Mac e rispondo alla mail.

È un ufficiale medico, sta in zona di guerra. Ci scriviamo in inglese, non so nemmeno se è USA o brit.
Non ci diciamo grandi cose. Lui mi racconta dei suoi pensieri, le cose pratiche sono quasi offlimits per ragioni di sicurezza.
Io gli racconto di cinema, di musica o di quello che cucino.

Mi piace, non avevo mai parlato di guerra con qualcuno che nella guerra ci sta dentro. Si capiscono tante cose. La paura, prima di tutto, da una parte e dall'altra.

Nelle ultime quarantotto ore non ha scritto.
Mi sono spaventata.
Ho googlato furiosamente per capire se era successo qualcosa, e in effetti…
Così, ho fatto una nuova esperienza: sapere come si sta quando una persona che conosci è in pericolo.
Non ho resistito, ieri sera gli ho scritto di nuovo solo per sapere se stava bene.

Mezz'ora fa mi ha risposto, ha detto che è stata dura.
Ma ha letto la mia mail e It tells me how much you do care and to be able to find that these days is a real blessing.
🙂

Realisticamente non ci incontreremo mai.
Ma da sempre ripeto che, quanto a rapporti umani, non credo nella virtualità del web.
Dall'altra parte del monitor c'è sempre qualcuno di vero, e un cuore che batte.
E se qualcuno scrive and always smile and keep in mind there is someone that cares about you io so che è davvero così.

Non è meraviglioso?

soundtrack:

l’ospite inatteso

centrale copia
Mi piace quando mi chiami solo ventiquatt'ore prima e poi mi frani in casa e mi dici che ci resti per qualche giorno, e mi rubi lo shampoo e metti a soqquadro il bagno e a tavola ti becchi con tuo fratello e mi porti il tuo ultimo trofeo da guardare, così poi mi commuovo.
Non sono quasi più abituata, ma ogni volta è meglio di quella prima. Sono felice.
Sono così felice che poi, quando voi kids uscite, non mi sento sola. Prendo la bici e me ne vado a pedalare al buio, cantando sotto la luna.

Stasera sono ancora più felice. Ci sei tu e c'è anche il quorum.
Un motivo in più per continuare a resistere in un Paese come questo.
E per lasciartelo, un giorno, migliore di quello che è oggi.

soundtrack:

hannibal (the sequel)

Dopo una notte di scricchiolii sinistri e di dolore, sono finita dal dentista. Uno nuovo, dall'altra parte di Milano.
Per dove sto io, praticamente in culandia.

Lui mi guarda i denti, poi mi guarda negli occhi e mi fa:
il premolare destro è andato, te lo dovrò togliere, poi a settembre decidiamo cosa fare.
Sei per caso preoccupata o stressata?

Io: …

Lui: perché lo sai, vero, che digrigni i denti? Tutte le notti e probabilmente anche di giorno.
Se continui così te li fai saltare tutti.

Allora a me è venuta in mente questa cosa qui.
Non me ne rendevo conto, ma è un anno e mezzo che lo faccio.

Vabbé, panoramica, estrazione e per dormire metterò il bite.
E pensare che per me, da quando ho cambiato città, stringere i denti significava che in qualche modo riuscivo a tenere duro.

Invece non è così romantico.
Bruxismo, si chiama.
E amen.

soundtrack:

ritorno a casa (ma la mia casa, dov’è?)

Ecco, adesso sono tornata.

Ho guidato sull'autostrada (provando paura, come sempre), ho parcheggiato, ho scaricato le cibarie buone, quelle che mi porto dietro da Torino, ho aperto la porta, ho salutato il gatto, ho cucinato per i miei amici milanesi curiosi.
Sono andata a letto tardi, anche se non avrei dovuto.
Mi sono svegliata e non volevo. È passato molto tempo dall'ultima volta che mi sono svegliata felice e, quando sto qui, non ho mai voglia di svegliarmi.
Ho lavorato anche più del solito, ho fatto la spesa in un supermarket triste, sono tornata a casa (?) ho cucinato, ho mangiato, ho studiato con mio figlio.
Qui è così. Si tiene duro.
Si tiene duro senza alcuna prospettiva, tranne quella di conservare un qualsiasi posto di lavoro, riuscire a tirare su i figli nel miglior modo possibile e riuscire a cavarsela, in qualche modo.

Meno male che, quando torno, oltre alla roba da mangiare, mi porto dentro sempre qualcosa di speciale. Questa volta è stato un bellissimo incontro, pieno di parole profonde, davanti alla collina, con la Gran Madre e il Monte dei Cappuccini illuminati dal tramonto.

Avrei tante cose da dire, sul piacere di parlare con donne incantevoli (cioè belle, anzi, di più) e intelligenti e acute, e vere. Ma sono stanca, stanca di tornare. Di tornare qui.

Facciamo che me le tengo per me.
Così, quando ci penso, mi fanno sentire meno sola.

soundtrack:

le parole di mio padre

Mio padre mi manca.
E di lui, mi mancano soprattutto le parole.
Fin da piccola, mi ha sempre parlato tantissimo, come a un'adulta. Mi ricordo che certe volte mi sentivo intontita, a forza di discorsi.

La domenica mattina andavo nel lettone e si facevano i ragionamenti.
Di che ragioniamo? domandava lui.
E io: di treni! Allora lui mi spiegava com'erano fatti.
Oppure: di soldati! Allora lui giù con tutti i gradi, e le armate, le divisioni, le compagnie.
Qualche volta proponeva lui: ragioniamo di Alessandro Manzoni! Di Risorgimento! Di Divina Commedia! Di campi di concentramento! Di Giovanni Pascoli! Di Leonardo da Vinci! Di Anna Frank! Dell'assedio di Stalingrado!
Una volta (avevo quattro anni) gli ho proposto un ragionamento sui formaggi.
Mi ha guardata male.

Ecco, io credo di essere quella che sono, e curiosa come sono, anche grazie alle parole di mio padre.
Sono loro, che mi mancano di più, e me ne sono accorta lunedì sera in Piazza del Duomo mentre ascoltavo Adelmo Cervi che diceva se oggi mio padre fosse qui, sarebbe felice.

Ho pensato che anche mio padre sarebbe stato felice.
Poi ho pensato che io, a sei anni, sapevo già chi erano i fratelli Cervi, e conoscevo la loro storia.
Perché me l'aveva raccontata lui.

soundtrack: Stalingrado, Stormy Six