away we go

E così, prima che mi tolgano (magari a sorpresa) la connessione dico, stasera e qui, ciao alla bolla.

Venerdì si trasloca, proprio mentre sta fiorendo tutto e i merli fan festa nei cespugli.
Mi dispiace solo per questo. Nella bolla non ho trovato motivi di affezione, tranne che per gli amici, e non arrivano a fare le dita di una mano.
Intorno, tanta bellezza ma come imbalsamata. Raramente mi ha dato vera gioia.

Quindi (a parte il panico delle troppe cose da fare in troppi pochi giorni) me ne vado serena, in un posto meno deluxe ma, spero, più adatto a me.

Quando sono troppo stanca, penso al terrazzo, al sole.
Sarà la mia isola, la mia Isola di Santa Maria.
E davvero mi piacerebbe, il giorno che la dovessi lasciare, essere finalmente un po’ triste.

La connessione non so quando la riavrò, ho in mente racconti da tregenda di amici come me abbonati a Fastweb, ma non è detto.

Magari me la ridanno dopo il weekend, dai 🙂

sooundtrack:

Annunci

un giorno questo dolore ti sarà utile

Ma niente, momentino di scazzo e di cattivo umore. Probabilmente di stanchezza.

La casa che si svuota e (ri)diventa brutta e triste. Gli scatoloni ovunque e il doverli fare fino alle tre di notte. La certezza che avrò tempi cortissimi e dovrò tinteggiare quella nuova con i mobili già dentro (e da nessun’altra parte come in questa città il tempo è denaro: capace che i miei padroni di casa mi faranno pagare ogni ora extra in cui resto qui).
L’ennesimo trasloco, ed è la prima volta che devo spendere cinquecento euro per imbiancare, ripulire, rifilare, rileccare un posto in cui non abiterò più.
Significa che, per ammortizzare, dovrò abitare la nuova casa per almeno dieci anni.
Considerando le mie medie, impossibile.

Ah, e ho anche visto Un giorno questo dolore ti sarà utile.
Le cose più belle del film sono la decrepita Ellen Burstyn (chi se la ricorda in Alice non abita più qui?) e le collane di Marcia Gay Harden.

E con questo ho detto tutto.

soundtrack:

ritorno a cold mountain

Quest’estate non ci sarà mare, per me.

Come a scuola, in redazione sono usciti i tabelloni: questa volta ha deciso per noi Sua Sommità. Decisione irrevocabile e non uno che sia contento.

Per esempio io.
Io che posso portare i kids a respirare l’aria di Camogli solo a Luglio, perché a Luglio la casa è libera, be’, avrò le ferie dal 2 al 19 Agosto.
Confesso che è stata una bella botta: sempre pochi soldi, e odio la folla. Un binomio che significa non si va in vacanza.

E invece no.
Dopo i primi giorni di scoramento (tipo ho solo dieci giorni – lavorativi – di ferie all’anno e li devo passare in questo bagno turco con annessa serrata totale milanese, cheffacciomisparo?), per fortuna lo spirtoguerrierch’entromirugge ha avuto il sopravvento e ho preso una grande, meravigliosa decisione.

Il 2 Agosto dormo fino a tardi e poi me ne vado da Decathlon.
Compro (ci saranno pure i saldi) materassini gonfiabili, taniche, un fornelletto  a gas, un paio di lanterne da campeggio.
Poi me ne vado all’Ikea e compro un sacco di candele e tre  (questa volta sì) torce a manovella.

Carico la macchina e me ne ritorno a Tara, come Rossella O’Hara.
Vale a dire che campeggerò nella Casa Vuota.

Avrò il fresco anche di giorno, i grilli da ascoltare di notte, cene a lume di candela, l’odore della mia infanzia, l’usignolo che canta da mezzanotte in poi, un orto inselvatichito in cui rubare la frutta, lunghe letture (e dormite) all’ombra del tiglio, le rose tardive sul balcone di mia madre, il mercato di Porta Palazzo e il Molinetto per fare la spesa di roba buona, le mie strade su cui camminare alla sera, le more da raccogliere nella valle come tanti anni fa, mia sorella e Lulù (e i loro strepitosi gelati tutte le volte che me ne verrà voglia), il Museo Egizio e quello del Cinema da tornare a visitare con calma, i miei amici che sono andati via a Luglio, la lussuosissima piscina comunale con vista sulle colline per ogni giorno di sole e una fotonica grigliata di Ferragosto.

E vabbe’, il cellulare e il portatile li caricherò durante il giorno da qualche parte.

Sarà bello, bellissimo.
Non vedo l’ora.

soundtrack:

hugo cabret

Prima o poi, arriva sempre il momento in cui un grande regista sente il bisogno di fare la propria dichiarazione d’amore al Cinema.

Lo fece in passato François Truffaut con Effetto notte (uno dei miei preferiti, anni fa cassai senza pietà un corteggiatore che dopo la visione del suddetto dichiarò niente male, come documentario), lo fa ora Martin Scorsese con Hugo Cabret.

Il mio Scorsese è quello di Quei bravi ragazzi o di Toro scatenato: cose come L’età dell’innocenza o Gangs of New York mi hanno sempre lasciata interdetta.
Non fa eccezione questo film, ma la mia parte emotiva e irrazionale si è sciolta in lacrime, perché non c’è niente da fare, il Cinema è il Cinema.
E il Cinema è davvero la fabbrica dei sogni.

Lo sanno quelli che, come me, hanno passato ore e ore (anche quando fuori c’era il sole, la bella stagione e si era giovani) in piccole sale buie e odorose di chiuso, magari in prima fila per potersi far meglio divorare dallo schermo, magari seduti su panche di legno (come nel primo Museo del Cinema a Palazzo San Giovanni a Torino), magari con panini e birre al seguito, ché le rassegne erano rassegne coi controcazzi, mille lire e ti guardavi Visconti dalle due del pomeriggio a mezzanotte, un film via l’altro (come al Movie Club, nelle cantine di Palazzo Carignano).

Anni e anni passati a consumarsi gli occhi guardando cose meravigliose (e a godere spropositatamente, altro che home cinema) con quell’odore lì e con quel suono lì, del proiettore che ti apre, ogni volta, le porte di un mondo fantastico.

Guardare tanto, guardare tutto il guardabile, è quello che vuoi (e non puoi fare a meno di fare) se sei innamorato del Cinema.
Quindi, come si fa a non commuoversi guardando Hugo Cabret?
Essere innamorati del Cinema, la più bella invenzione di tutti i tempi, è un’immensa fortuna.

E, modestamente, io lo fui, lo sono e sempre lo sarò.

soundtrack:

un amore di swann

… ma era così timido con lei, che, avendo finito col possederela quella sera, cominciando con l’aggiustarle le sue cattleya, sia per timore d’offenderla, sia per  paura di apparirle retrospettivamente un bugiardo, sia per difetto d’audacia nel formularle un’esigenza più grande di quella (ch’egli poteva ripetere, poiché la prima volta non aveva messo in collera Odette), i giorni seguenti usò lo stesso pretesto. Se ella aveva delle cattleya allo scollo, egli diceva: – è un peccato, stasera le cattleya non hanno bisogno che le aggiusti, non sono fuor di posto come l’altra sera; tuttavia mi sembra che questa non sia tanto dritta. Posso sentire se neppure queste hanno odore? […] e così ogni volta si iniziavano le sue carezze, e molto più tardi, quando l’assestamento (o il simulacro rituale dell’assestamento) fu da un pezzo caduto in disuso, la metafora “far cattleya” divenuta un semplice vocabolo di cui si servivano senza pensarci quando volevano esprimere l’atto del possesso fisico – in cui d’altronde non si possiede nulla – sopravvisse nel loro linguaggio a quella consuetudine dimenticata, commemorandola.

E forse quella forma particolare di dire “far all’amore” non significava esattamente la stessa cosa che i suoi sinonimi. Si ha un bell’essere stanchi delle donne, considerare il possesso delle più differenti come sempre lo stesso e noto in precedenza; esso diviene invece un piacere nuovo se si tratta di donne abbastanza difficili, o da noi credute tali, perché siamo costretti a farlo nascere da qualche episodio impreveduto dei nostri rapporti con esse, com’era stato la prima volta per Swann l’assestamento delle cattleya.

          Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Una volta le orchidee non mi piacevano.
Poi, non so nemmeno perché, me ne sono comprata un paio di piantine al supermercato. Roba andante, non da Nero Wolfe, per dire.

Eppure.
Le ho schiaffate con noncuranza sul tavolino della nonna, di fronte alla finestra.
Le ho bagnate poco, guardate non tanto, spesso dimenticate, mai trapiantate, raramente concimate, assolutamente mai pensato nemmeno di spolverargli le foglie.

Ma ogni anno, puntualmente, sono rifiorite. E sempre nel mese più triste dell’anno,  febbraio, quando in giro, di fiorito, non c’è proprio niente.
Così. In silenzio, mi hanno fatto compagnia in una casa che non ha nemmeno un davanzale.
Quest’anno poi, guardatele. Si sono veramente sprecate 🙂
E, anche se non sono cattleya, mi hanno fatto pensare a Marcel Proust e all’anno in cui l’ho letto (sì, ci ho messo un anno) e a quanto è stato bello. E a quanto ero giovane.

E come, a modo loro, mi ricordino che, anche se in giro (apparentemente) sembra ci sia poco o nulla, si possa ogni volta rifiorire.
Sempre.

soundtrack:

genova

Genova è la mia seconda città.

È un sacco che non ci torno, e un po’ mi manca.

A Genova, i posti che mi piacciono sono
il mercato orientale per fare la spesa
il forno della Maddalena per la focaccia
il cinema all’aperto a Villa Croce, d’estate e con le erbacce
il Banano Tsunami per l’aperitivo
il Britannia Pub per il fish&chips
il suq per comprare i pantaloni strani e la drogheria Torielli per comprare l’anice stellato e le tisane
i vicoli per perdermici senza avere paura
Porta Siberia per prendere freddo e annusare il vento
Boccadasse per guardare il mare di notte e Vesima per farci il bagno di giorno
Piazza Principe per sentirmi felice all’arrivo e un po’ triste alla partenza
le creuse per farmi venire il fiatone
la Raibetta, Vico Palla e Sa pesta per mangiare
il sofà arancione di Estrellita per dormire.

Meno male che col tempo sono diventata brava a dribblare le nostalgie: certe volte mi basta un gesto, tipo come venerdì che ho trovato alla Billa il baccalà.
Mi son fatta mandare la ricetta dalla proprietaria del sofà arancione e ieri sera l’ho fatto. Accomodato.
Era la prima volta, mi è venuto niente male.

E va bene così.

soundtrack: