reversal of fortune

Ché poi, alla fine, il tempo passa, anche troppo in fretta, e ci pensi.
Pensi a come sei messa ora, e a quello che sta per succedere.
Anche al passato, pensi, ma quello ormai è inutile e poi è scientificamente provato: gli esseri umani non imparano (quasi) nulla dall’esperienza.

Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore. Credo l’abbia detto o scritto Bertolt Brecht, per dire, mica pizza e fichi. In fondo è anche una bella battuta.

Dunque dunque, finora ho imparato a stare da sola senza stare troppo male, a dribblare i maschi (un po’ mi mancano, ma pazienza) per non farmi sbranare da loro, a prendere le distanze emotive dalla casa di mia madre (su di lei, invece, ci sto ancora lavorando), a provare di tutto prima di chiedere aiuto, a lasciar andare l’indegno padre dei miei figli, a fare pace con mia sorella, a non andare alle feste se non ne ho voglia, a considerare Capodanno e Ferragosto come giorni esattamente uguali agli altri, a dire addio (molte volte con soddisfazione), a dominare la paura dell’autostrada, a cucinare davvero bene, a sopportare (abbastanza) la lontananza di mia figlia, a non piangere quando il mio capo mi tratta come una merda, a fare più di un lavoro, a combattere col Figlio Adolescente senza uscirne distrutta, a conservare (nonostante tutto) un minimo di fiducia negli altri.

Purtroppo, però, non ho ancora imparato ad essere autorevole (o almeno autoritaria), a vendermi per quello che valgo, a volermi veramente bene.

Ma sono ancora qui. Il lavoro per cui ho cambiato città a  fine settembre non esisterà più.
Non c’è niente di nuovo all’orizzonte e stranamente provo una sensazione di sollievo.
So che certamente ci sarà l’ennesimo trasloco, non so ancora bene dove o, meglio, so che sarà in un posto meno caro di Milano.

Intanto i giorni passano, io continuo a lavorare nel mio solito modo, preciso e puntuale.
Guardo la mia casa, così colorata e così ancora poco goduta e faccio finta di essere un personaggio di Cielo di sabbia di Joe R. Lansdale.

Sono rimasta a piedi un sacco di volte, in mezzo secolo di vita.
E questa volta no, non riesco ad avere paura.

soundtrack:

mega python vs gatoroid

Nonostante la temperatura tipo sauna, le zanzaretigre che si sono pasciute delle mie carni tutteinsiemeappassionatamente fregandosene bellamente degli zampironi accesi in gran copia, le spire dure, nere e sfuggenti che mi frustavano testa e caviglie (e che mi hanno anche fatto volare via gli occhiali, a un certo punto) e lo scotch da pacchi che goffamente ho usato per bloccarle e che mi ha sfrancicato lo smalto verde pistacchio che mi ero data sulle unghie ieri notte per illudermi di un po’ di fresco (almeno da guardare), ne sono uscita vittoriosa: dopo un’ora abbondante ce l’ho fatta.

Ad arrotolare il tubo dell’irrigatore automatico, dico.

soundtrack:

the hot spot

Sono scappata in collina veloce come una lepre e altrettanto velocemente le vacanze se ne sono andate, volate via con l’illusione di una vita diversa, più umana, più lenta, più buona.

Di nuovo qui, a combattere con un caldo bagnato e implacabile come un asciugamano appiccicoso e bollente che ti avvolge dalla testa ai piedi e non ti lascia respirare, e nemmeno pensare.

E sì che pensare dovrei: da fine settembre la mia strada cambia di nuovo, una specie di scambio ferroviario che dovrò prendere alla massima velocità, io che mi sento sempre tanto lumaca.

So che ci sarà uno scarto e poi un salto.
Ma non so dove andrò.

soundtrack (grazie, e.):