calore e polvere

57473921Non so se uso i termini giusti, ma quando il buffer del computer ti si satura, bisogna vuotare la cache e fare un riavvio.

Succede anche nella vita, quando magari prendi quota e sorvoli per un po’ e ti senti leggera però arriva il giorno che hai fatto il pieno e sei troppo triste perché ti manca troppa gente e ti senti le ali grippate.

Personalmente, per vuotare la cache, oggi ho pensato a questa poesia.

Chi s’aggrappa al nido

non sa che cos’è il mondo,

non sa quello che tutti gli uccelli sanno e

non sa perché voglia cantare

il creato e la sua bellezza.

Quando all’alba il raggio del sole

illumina la terra

e l’erba scintilla di perle dorate,

quando l’aurora scompare

e i merli fischiano tra le siepi,

allora capisco come è bello vivere.

Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alle bellezza

quando cammini tra la natura

per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:

anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,

vedrai che è bello vivere.

L’ha scritta un ragazzino, tanto tempo fa, e la conosco quasi a memoria. Se volete leggerne altre, le potete trovare qui.

E poi, per guarire dai ricordi, a pranzo mi sono fatta la puccia, un piatto povero monferrino che ha sfamato generazioni di contadini e che scalda la pancia e anche un po’ il cuore.

Basta prendere una pentola, tagliuzzare qualche foglia di verza e soffriggerla in poco lardo battuto, aggiungere un pugno di fagioli lessati, salvia e rosmarino, pepe e sale, coprire  di quattro dita d’acqua e, quando bolle, farci una polentina morbida, che sembra quasi una minestra.

Obbligatorio mangiarla caldissima, con sopra un pezzetto di burro e una spolverata di parmigiano.

 È come tornare a casa con qualcuno che, a casa, ti aspetta. Si può stare un po’ lì e, dopo, si può ripartire 🙂

soundtrack:

 

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il pianista

Il Giorno della Memoria è ufficialmente passato da qualche ora e qualche ora fa mi sarei vergognata di postare una qualsiasi ricetta per rispetto alla fame che si fece nei campi e anche fuori, durante la Shoah.

Ma ieri sera ho visto Il pianista insieme a Pietro e, tra le altre cose, lui è rimasto colpito dal fatto che, per tanta gente, una pagnotta in quei giorni lì potesse rappresentare una ricchezza.

Allora ho pensato che domani me lo porto qui in cucina e faccio il pane con lui.
E se ha ancora domande, dopo le cento che mi ha fatto ieri, cercherò delle risposte, intanto che impastiamo, il più lentamente e il più a lungo possibile.

Sarà un pane scuro e, spero, un buon modo per ricordare.

soundtrack: –

gian burrasca

Cara Cristiana,
anche mio padre diceva sempre che buttare il pane è un delitto e, a riprova di questo (lui che non era certo di destra, anzi), mi recitava il famoso amate il pane, gioia della mensa, profumo del focolare ecc ecc. (che, se per caso non lo sai, è una roba che aveva scritto Benito Mussolini quando ancora era un giornalista socialista e scriveva sull’Avanti!)

Quindi io, per imprinting, il pane non lo butto mai, lo tengo lì e poi ci faccio un sacco di cose, prima fra tutte il panpesto per l’impanatura e per legare le polpette e i polpettoni: basta ficcarlo del robot 🙂

Ma siccome tu mi hai chiesto una ricetta per riciclarlo e a me piace un sacco quando qualcuno mi chiede qualcosa (che so o che posso fare), dalla contentezza ti passo il modo per fare la cosa più buona che conosco col pane raffermo.

E cioè la pappa al pomodoro (sperando che ti piaccia il pomodoro).

Prendi tre spicchi d’aglio, sbucciali e schiacciali con la lama di un coltello, schiaffali con un ciuffone di basilico (d’estate) o di salvia (d’inverno), una presa di sale grosso, una carota, mezza cipolla e un gambo di sedano in una capace casseruola, aggiungi due liti e mezzo d’acqua e fanne due litri di brodo vegetale (ci vorrà tipo un’ora dal bollore).

In un tegame grande e largo fai soffriggere due cipolle rosse affettate in un po’ d’olio extravergine e quando sono rosolate mettici dentro anche tre etti e mezzo di pomodori maturi schiacciati – libbiddine! – con le mani (d’estate) o di pelati (d’inverno).
Aspetta sette/otto minuti e poi aggiungi due etti e mezzo/tre del tuo pane secco, sbriciolato grossolanamente e metà del brodo nel quale avrai lasciato solo l’aglio e la salvia (o il basilico).
Mescola bene e fai gonfiare il pane, poi aggiungi il brodo rimasto.

Ti sembrerà troppo, ma vedrai che non è così.

A questo punto te la puoi prendere comoda, perché ci vorrà un’altra mezz’oretta.
Aggiusta di sale e di pepe (se ti sembra troppo acida mezzo cucciaino di zucchero non guasta) e poi non mescolare più.
Abbassa la fiamma, prenditi qualcosa da leggere, chiacchiera con un’amica, fa’ le coccole al tuo fidanzato, ché la cucina è il posto adatto per queste cose.

Ma resta in zona.
Perché, se vuoi seguire la tradizione toscana, la tua pappa al pomodoro deve fare i sette veli 🙂
Ovvero, le devi dare una girata tutte le volte che si forma una pellicola in superficie.
Per sette volte. Ma non è obbligatorio.

Servi tiepida questa minestra poetica che è tanto facile ma che non fa più nessuno (questa dose è per otto), con un giro d’olio e una macinata di pepe.
Quella che avanza, il giorno dopo, è ancora più buona.
Sentirai… 🙂

la soundtrack mi sembra ovvia ;-):

avatar

Per me cucinare è anche (ma forse soprattutto) guardare, toccare, annusare.
Stranamente non assaggio quasi mai, il piacere del gusto viene dopo, a tavola.

Quando voglio mangiare una cosa semplice ma buonissima, mi preparo l’antipasto preferito di mio padre.

Compro un avocado maturo ma sodo e quando arrivo in cucina me lo guardo per un po‘, ché il verde brillante della sua buccia è una gioia per gli occhi e fa pensare a posti lontani dove non andrò mai.
L’avocado è bello anche sotto i polpastrelli, così me lo rigiro tra le mani a lungo, prima di giustiziarlo.

Poi la faccio finita, estraggo il coltellaccio e (senza sbucciarlo) lo taglio verticalmente e a fondo, girando intorno al nocciolo (che è bellissimo pure lui), e lo apro a metà.
Se l’avocado è al punto giusto la polpa è verde-giallo chiaro e il profumo è delicatamente mandorlato, con un vago retro di erba appena tagliata. Estasi.

Estraggo il nocciolo e passo alla vinaigrette, cioè emulsiono (volgarmente, sbatto) l’olio extavergine più buono che ho, un pizzicone di sale, una bella macinata di pepe nero, un cucchiaino di aceto, due di senape di Digione e la verso nei due incavi della polpa.

Acchiappo due cucchiaini e divido questa delizia con qualcuno che mi piace.

Isabel Allende, nel suo Afrodita, annovera l’avocado tra i frutti proibiti e dice che da alcuni viene ritenuto un ortaggio, ma in realtà si tratta di un frutto che gli Aztechi chiamavano ahuacatl, che significa testicolo. Ciò nonostante è un frutto "femminile", dalla consistenza morbida e dal sapore delicato, che evoca la sensualità più nelle donne che negli uomini. Fu portato in Europa dai conquistatori spagnoli che si incaricarono di diffonderne la fama di stimolante, tanto che i sacerdoti cattolici lo proibivano alle loro pecorelle nel confessionale…

Basta non cuocerlo (annerisce e diventa amaro), e con l’avocado in cucina si può fare di tutto, per esempio la famosa capresemonamour della mia amica Estrellita, che ne tiene sempre uno nel frigo 🙂

E trovo che sia un alimento molto Avatar: semplice, verde, delicato, potente.
Gustandolo con la vinaigrette, potrete meditare sulle tre grandi verità.

Il nostro è un pianeta morente.
Siamo degli incivili perché, per essere felici, abbiamo bisogno di possedere troppe cose.
La morte è solo una nascita al contrario.

Buon appetito 🙂

soundtrack:

oci ciornie

90543411“Caro Rob, mentre ascoltavo i tuoi messaggi audio sul portatile in camera da letto ho notato una cosa curiosa: la mia gatta impazzisce letteralmente nel tentativo di raggiungerti. Di solito non mostra interesse per i video o la musica che ascolto. Ma quando sente la tua voce fa di tutto per cercare di entrare nel mio computer e trovarne la fonte. Come te lo spieghi?”.–Bilanciosa. Cara Bilanciosa, forse è perché in tutte le versioni dei miei ultimi oroscopi della Bilancia ho inserito dei messaggi subliminali per far uscire il felino che è in voi. In questo momento del ciclo astrale è importante che tu sia aggraziata, elegante e imperscrutabile.

Ehm.
Sul terzo punto forse ce la posso fare, ma chiedermi di essere (fisicamente) aggraziata ed elegante sarebbe come chiedere ad un cammello di passare attraverso la cruna di un ago.

Anche se, stranamente, quella partedimechenonsivede, a suo modo lo è.

E per provarlo, stanotte mi faccio i blinis 🙂

I blinis son quelle minifocaccine russe morbidose che, se le mettete in tavola o le offrite con l’aperitivo, danno subito l’impressione di posto trés chic, tipo la Russian Tea Room di Manhattan (quello di Woody Allen).
Ma da realizzare con la ricetta classica son lunghi come la fame, perché hanno bisogno di lievitare eccetera.

Allora, per i raptus improvvisi o per quelli che mi scampanellano all’ultimo momento, mi sono inventata i blinis express.

In una scodellona metto a occhio farina integrale (oppure metà farina bianca e metà di segale), yogurt magro, uno o due tuorli (dipende da quanti ne voglio fare), un pizzicone di sale, mezzo cucchiaino di lievito istantaneo per la pizza e mescolo fino ad avere una consistenza tipo crema pasticciera.
Lascio un momento a gonfiare e nel frattempo preparo la crema acida (se non l’ho trovata al supermarket e, in effetti, non si trova quasi mai :-/), cioè faccio un mix di robiola, panna liquida e il succo di mezzo limone.

Poi prendo la mia fantastica padella per blinis, cioé una roba piatta antiaderente con sette piccoli avvallamenti tondi che ho trovato in edicola (era in regalo con una rivista di cucina ma scommetto che se andate in un negozio un po’ fornito la trovate di sicuro. fate finta di volere una padella per fare le uova all’occhio di bue, così vi capiscono), la metto sul fuoco, la spennello di burro fuso e verso un cucchiaio abbondante di pastella in ogni tondino.
Quando la superficie dei blinis fa le bolle, li giro.

Man mano che son pronti, li appoggio su un vassoio e vado avanti fino all’esaurimento della pastella o della mia pazienza.
Poi è facile, basta un cucchiaino di crema acida e sopra ci metto quel che ho in casa: salmone affumicato, finto caviale, bottarga a fettine, cetrioli in salamoia tagliati a velo.
Ma sono strepitosi anche in versione dolce, con la marmellata o la panna montata e i lamponi freschi spolverati di zucchero a velo 🙂

Mo’ vado a farli, ché la settimana è stata lunga e dura, fuori c’è la galaverna e ho bisogno di sentirmi un po’ Lara 😉

soundtrack: Babushka, Kate Bush

nirvana 2

vestitoIl paradiso esiste, anche se magari dura solo un’oretta.

È fatto di un vestito a fiori [e anche un po’ punkabbestia, estrellita perdonami ;-)], di una casa vuota dove puoi mettere su a volume massimo Al Green senza che nessuno protesti, del tempo sufficiente per esplorare una nuova ricetta vista qui e che, la notte prima a letto, ti ha fatto venire la voglia.

Non ho mai capito quelli/e che dicono non ha senso impiegare più di dieci minuti per preparare una cosa che mangerai in dieci minuti.

Cucinare è (anche) un esercizio zen: fare piccole cose molto normali, pensando a quello che fai, è davvero una medicina per il cervello e per l’anima.

Senza contare che, mentre la verza se ne sta a stufare lentamente, tu, che notoriamente sei una femmina liberata e multitasking, ti puoi divertire ad interrogare questo nuovo oracolo , ovvero il primo vero motore semantico che prelude al WEB 3.0, quello in cui potremo rivolgerci al computer in linguaggio naturale (per ora in inglese) e lui ci capirà 🙂

… se non è Nirvana questo…

soundtrack:

la febbre

78326327La cosa buffa è che se anche il più stronzo dei maschi si ammala e se ne sta a letto tutto abbattuto, paonazzo di febbre e con tanta tosse, per noi femmine diventa automaticamente meno stronzo.

La cosa ancora più buffa è che basta un’amica che ti prepara un bel lettone con borsa dell’acqua calda e tu dormi per otto ore filate (cosa mai successa da sette anni a questa parte).

L’accudimento è fondamentale.
Se nessuno te lo fa, te lo devi far da solo.

E questo è quel che ci vuole.

Dose per uno (tanto siete voi che state male):

una patata
un porro
mezza tazza di riso
una tazza e mezza di brodo di verdura o di dado
olio extra vergine di oliva
sale
parmigiano
una pentola a pressione (se non la usate, va bene anche un pentolino ma i tempi raddoppiano e se avete la febbre alta, come fate?)

Schiaffate nella pentola a pressione la patata a dadini, il porro a rondelle, un filo d’olio e fate rosolare due minuti.
Unite il riso, rosolate per altri due minuti, salate e coprite tutto l’insieme di brodo.
Incoperchiate e al fischio contate 10 minuti. A meno che non abbiate un’encefalite, ce la potete fare.

Se vi piacciono i pezzi, va bene così.
Se vi piace cremosa, con l’ultimo brandello di forze, attaccate alla presa il magico minimiper e immergetelo nella pentola. Azionate.

In ambedue i casi, unite abbondante parmigiano grattugiato e ingurgitate caldissimo.
Vi farà sentire coccolati e, almeno, (forse) vi salverà dal cagotto.

soundtrack 😉 :