il tempo dei lupi

Ecco fatto.
Si ricomincia, per un altro anno, a non dormire più.

Non sgridatemi, non datemi consigli, soprattutto non ditemi che vi dispiace.
Non ci credo neanche morta.

In fondo, ormai non dispiace neanche più a me.

soundtrack (lol):

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il mattino dopo

                                                                               
Con una temperatura da piombo pressofuso e un tornado in arrivo, metto su After the Gold Rush (che, anche se non è un disco allegrissimo, ha un sacco di buone energie dentro) e rimonto in sella.
Ma stavolta il passo è più lento.

Considerato che non mi si fa mai uno sconto su nulla, anzi, quelli che dovrebbero amarmi e proteggermi sono i primi ad avventarsi, cerco di pensare ai momenti in cui sono stata felice. E non sono pochi.

Per esempio, una notte di fuochi artificiali, su una canoa nel bel mezzo del Po. Le volte che mi sono svegliata con qualcuno che amavo lì vicino, che respirava (adulto o bambino poco importa). Le cene con gli amici. Mia madre che si trucca davanti allo specchio e io bambina che la guardo. La volta che ho visto Los Angeles dall'alto, atterrando. La campagna della Virginia, pensando ad una vita nuova. In sala parto, quando ho guardato l'orologio ed erano le 17 e 13, e avevo mia figlia tra le mie braccia per la prima volta. Mentre camminavo, in novembre, verso la panetteria di Dogville e tutto era spoglio e triste ma io mi sentivo così fortunata perché avevo a casa qualcuno di speciale che mi aspettava.

Ma non va bene vivere di ricordi. Sto nel presente, anche se non è una passeggiata. Ascolto Neil Young, mi dispongo al rito degli zucchini in carpione e penso che tra due giorni partirò. Saranno due settimane di sonno e di letture, in un posto che mi piace. Per il momento va bene così.

soundtrack:

pioggia (again)

Piango aggrappata alla pensilina di pietra davanti alla stazione del passante, a Dateo.
Piango perché non ne posso fare a meno, è stata una pessima settimana e perché ci sta, e soprattutto perché a Milano si può piangere anche per strada, tanto nessuno ti caga.

La pensilina è di pietra, mi scalda la pancia col calore del sole che si è succhiato per tutto il giorno. È una bella cosa sentirlo, mentre piango aspettando la Cami, inutilmente alle nove e mezzo di sera, da un'ora.
Piango abbracciata alla pensilina, poi piango nella stazione sotterranea deserta, poi ancora sul treno.

Lo so che una donna di mezza età che piange è brutta e ridicola, ma non me ne frega niente,
Finalmente piango davvero, perché mi sento tradita, perché non riesco a parlare ai miei figli, perché sono mortalmente stanca, perché non sono riuscita, nonostante tutti i miei sforzi, a dare un senso a niente.
Perché mi sento trasparente sempre di più, perché dovrò buttare il pollo yassa, domani, senza che nessuno lo abbia assaggiato.

Già, il pollo yassa.
Fosse per me, smetterei.
Di cucinare. E anche di parlare.

soundtrack: silence, brian eno

the interpreter

Sabato sera, al 21 di piazza Vittorio, tra un'apoteosi di taglieri zeppi di fette di salame e formaggi vari accompagnati da letali baudelaires rossi e lo sguardo intenerito e protettivo di Ada, Alga ha fatto il terzo grado ad Alice.

Ma allora, come so' 'sti ammericani?
Sono pazzi, o quando parlano fanno sul serio? Perché io mica ci capisco…

Mah, 'nzomma, a noi sembrano marziani, magari per secoli non ti dicono niente di loro, poi in un botto ti svuotano addosso rivelazioni incredddddibbbili, ma il mattino dopo fanno finta di niente.

Anvedi…

L'aria era tersa e tiepida, le due amiche incantevoli e il Monte dei Cappuccini, nella brezza serale, bellissimo come sempre. All'Alga, come sempre, sembrava di essere in un film e provava sensazioni multiple e contrapposte: delizia, nostalgia, affetto, paura dell'ignoto.

Ah, e c'era pure la Cami, molto presa dai cazzi suoi.
Ça va sans dire.

(notevole) soundtrack: