soldati 365 all'alba

coronaSulla porta di casa (lato esterno) ho una ghirlanda di fiori di ciliegio.

Sul palmo della mano sinistra, quella che leggono le chiromanti, ho la linea della vita spezzata, un po’ più in là della metà.

Anche se qualcuno mi ha detto che camperò fino a novant’anni, quando sono triste non ci credo, e mi immagino che durerò fino a cinquant’anni (che è come dire dopodomani).

Così, stasera mi va di dire delle cose, tanto sto in ambiente protetto (cioè so benissimo chi mi legge e chi no, per fortuna).

E cioè, se devo fare un bilancio, mi sento assolutamente normale: mi sento nella media delle madri single che hanno tirato su figli da sole, un po’ bene, un po’ male, un po’ come si può.

Mi sento spersa e sola come tutte, mi sento sfinita come tutte, mi sento impotente come tutte.

Mi sento come un’acrobata che volteggia nel vuoto, come un soldatino lontano da casa, come un giocoliere a cui, ogni tanto, sfugge una palla.

Mi sento come un minatore in una galleria senza fine, mi sento un pagliaccio che qualche volta piange, mi sento come uno schiavo ebreo ne I Dieci Comandamenti.

Però lavoro regolarmente (e duro), cucino (e ogni volta cambio menù) due volte al giorno, non sono mai malata più di tre giorni all’anno e anche se vorrei dormire per sempre, ogni mattina mi alzo e in venti minuti sono pronta a scendere in trincea.

I kids son quel che sono, ché ormai son grandi, però son nutriti, ascoltati (se vogliono), lavati e stirati.

Conosco le mie colpe, che sono averli fatti con l’uomo sbagliato e pensare di poterli crescere in libertà.

Tutto qui.

Sinceramente mi sento in pari e non credo di aver conti da pagare, quando sarà il momento.
Tutt’al più, mi si farà uno sconto.

🙂

soundtrack: The Whistle March, Blind Alley

in memoria di me

algagiovaneL’Alga a diciannove anni faceva il primo anno di università, e si aggirava come un lupo affamato nell’atrio di Palazzo Nuovo alla ricerca di cose da scoprire.

Non si perdeva nemmeno la più piccola, insignificante locandina (la maggior parte erano fatte col ciclostile, ve lo ricordate?) perché aveva ancora tanto tempo libero, e tanta curiosità, e tanti viaggi da fare, con i piedi e anche con la testa.

L’Alga si era presa una gran cotta per Louise Brooks e quindi si era tinta i capelli di nero con le bustine che si trovano al supermarket e se li era tagliati a caschetto.

Portava tacchi alti sui quali non era capace di camminare, usava rossetti scuri e dopo le lezioni del mattino si sprangava nei sotterranei del Movie Club e ne riemergeva a notte fonda, sbronza di immagini.

Non sapeva bene cosa avrebbe fatto della sua vita, ma del cinema era già innamorata da tempo e così si abboffava di film a caso e, anzi, lasciava che lo schermo, ogni giorno, si abboffasse di lei.

Una mattina era incocciata per caso in un manifesto che diceva pressapoco così: L’università di Pisa e il comune di Pontedera presentano Per ritrarre il grido che ho sognato – I documentari etnografici di Maya Deren e Jean Rouch.

E ci era andata e, naturalmente, era l’unico spettatore.
E c’era quel ragazzo alto e smilzo con gli occhi scuri che si dava da fare a presentare la rassegna e siccome erano solo in due, poi alla fine si erano messi a parlare.

Eh.
A pensarci ora, non era mica solo chiacchierare.
Era raccontarsi robe enormi, tipo comesaràilmiofuturo.
Ché a quell’età si è serissimi, e ci mancherebbe.

L’Alga e il ragazzo che voleva diventare regista erano diventati amici.
Torino allora era ancora quella grigia degli Anni di Piombo appena finiti, e l’inverno era freddo da morire.

La rassegna durava un mese circa, lui dalla sua città arrivava ogni settimana in quella dell’Alga, si scambiavano libri di Hesse e facevano grandi camminate nel gelo e parlavano fino a sfinirsi e forse una volta si erano perfino baciati, ma non è molto chiaro 😉

Ieri pomeriggio, dopo quasi trent’anni, l’Algagiovane e il ragazzo dei documentari si sono seduti davanti a un tavolino di plastica vicino alla stazione di Lambrate e hanno bevuto cose senza sapore nel caldo tropicale di una città sempre più vietata.

Il film in bianco e nero è quello di adesso (non quello di ieri) perché sono un po’ invecchiati, questo è poco ma sicuro, ma gli occhi (di tutti e due) son rimasti gli stessi.

Anche la voglia di parlare.

E, insomma, anche un pezzettino, da qualche parte, di quello che erano.

Ma (che bello) senza troppa nostalgia.

soundtrack: After the Gold Rush, Neil Young

santa sangre (astenersi dalla lettura gli stomaci deboli)

La foto, ovviamente, non è mia.

Anche se la tentazione di portarmi la mia minifotocamera in sala operatoria, domenica pomeriggio, ce l’ho avuta, sì (e tutti quelli che mi conoscono sanno che è vero).

Ma stavolta non mi avrebbero dato il permesso, e poi avevo troppa paura.

Non dell’operazione in sé, dopo una notte passata in un mare di sangue era quasi un sollievo.
Piuttosto, dell’addormentarmi di colpo, dello svanire.
Non ci sono abituata.

Eppure, non è poi così male: parte la siringata e ti formicola la faccia.
Fine.

E poi, quando ti svegli, c’è sempre qualcuno che ti guarda negli occhi e che ti sorride.
C’è sempre chi ti chiama per nome (ho lavorato in ospedale e so che è così: è l’ultima cosa che ti chiedono, il tuo nome, prima di farti partire) e intanto ti accarezza il viso.

Che tu stia bene o tu stia male (io, questa volta, stavo bene, per fortuna) è sempre una sensazione meravigliosa.
Come rinascere bambino.

Mesi fa ho letto un articolo di un giovane scrittore dell’Est di cui non ricordo il nome.
Lui dice che il vero trauma della nostra vita sta nella fine dell’infanzia, e per un motivo solo e molto semplice: finché siamo bambini tutti ci amano, è (o dovrebbe essere) un dato di fatto, poi cresciamo e non è più così.

Ecco, sangue e paura a parte, io quegli sguardi, quelle voci e quelle carezze me li sono goduti.
Erano secoli, che non mi capitavano.

Però mi domando se non è un po’ strano prendersi le coccole solamente grazie a un ricovero d’urgenza, la domenica mattina.

Ma poi mica si può star sempre lì a fare i sofistici, alla fine è bello lo stesso.
Insomma, ci sta 🙂

soundtrack: Sunday Bloody Sunday, U2

cuore di tenebra

Ma quanto sono odiosi, certi maschi, da uno a mille?

Ma quanto caldo fa?

Ma quanto è stupido Facebook?

Ma per quanto si può tenere a bada l’ansia?

Ma quanto si deve aspettare per poter emigrare su Marte?

Ma quanto ci vuole per avere il permesso di ammettere che, sinceramente, in un posto così, in un mondo così, uno non è interessato a starci?

Senza che nessun altro sia pronto a scattare per rompere i coglioni?

Eh?

Quanto?

soundtrack: 

in punta di piedi

Te ne sei andata mentre mangiavo le polpette all’Ikea, e non me ne sono nemmeno accorta.

Te ne sei andata senza fare rumore, com’era nel tuo stile.
Non ti sei mai data arie, anche se eri una donna coi controcazzi, così straordinaria da riuscire a stare in contatto (ma sul serio) con grandi sbevazzoni letterari, tu che eri praticamente astemia.

Così speciale da abbracciare (con lo sguardo e non solo) chiunque ti chiedesse un autografo.

Non ti ho mai incontrata, ma ho letto l’Antologia di Spoon River anche grazie a te.
Avevo dodici anni.

Sono sicura che se lo sapessi, ti farebbe piacere.

Buon viaggio, Fernanda 🙂

soundtrack: Instant Karma, John Lennon

calore

L’Alga non è morta.

E non è nemmeno in vacanza.

È semplicemente, leggermente, lessata.

Al vapore, eh (è pur sempre una cottura delicata e sopraffina)? Ché qui a Milano ci son trentacinque gradi in casa.

Tasso di umidità direi ottantapercento.

E da voi?

soundtrack: Domenica d’agosto, Bobby Solo