liberi tutti

Mi è morta la macchina a Settimo Torinese. Stranamente, non mi importa più di tanto. Vorrà dire che andrò a piedi, o con i mezzi.

In questo weekend di Pasqua e Liberazione son successe cose più importanti.
Domenica ho fatto una passeggiata di tre ore, tutta sola, nella meravigliosa, lussureggiante, verdissima collina davanti a casa di mia madre.
Ho rivisto lacasadeimieisogni, le siepi di rovo (che ad agosto danno more squisite) per fortuna sono sempre al loro posto e ho raccolto i luvertìn da fare con la frittata.

Alla Cascina Menzio ho fatto il pieno di tomini freschi e stagionati delle loro capre. Erano secoli che non li assaggiavo più, e mi mancavano.

Ho scoperto un nuovo emporio contadino di verdure, semplice e fresco. Ci ho trovato l'asparagina, che mercoledì sera finirà a far da contorno al mitico tonno di coniglio.

E, sopratttutto, ho finito di leggere Diario di un cuoco, di Pietro Leemann: una grande lezione di cucina (vegetariana e vegana), ma non solo.

Sono tornata a casa in treno, ho passato l'aspirapolvere e perfino lavato i vetri [grazie (per l'ispirazione ;-D), Cloud].

Stranamente, mi sento libera.

soundtrack:

il mondo secondo garp

Ecco, ci sono quasi.
Ho appena sfiorato la perfezione visiva. Anche quella gustativa e tattile (in parte): forse le paste di meliga questa volta sono un po' troppo soffici.
Forse un po' troppo grandi.
Ma sono sulla buona strada 🙂

Conosco due cuochi, nel senso di chef.
Il primo evidentemente adora il suo lavoro; ne parla volentieri, ne scrive, gli piace condividere la sua passione.
Il secondo non ne fa parola e reagisce infastidito quando gli si chiede qualcosa. L'unica cosa che ho capito, durante una conversazione casuale, è che fa ampio uso di panna.
Col primo, forse ci farò uno stage. Dal secondo non andrei a mangiare nemmeno con una pistola alla tempia.

Mi sono inventata un modo per far lievitare il pane, in mancanza di un angolino caldo o di un forno tiepido e libero (in quel momento era occupato dalla meliga): ho messo la pasta in una ciotola e ne ho riempito un'altra, un po' più grande, di acqua molto calda. Ho infilato la ciotola più piccola in quella un po' più grande e ho coperto il tutto con uno strofinaccio. Ha funzionato egregiamente.

Ho scoperto che i pensili della cucina sono pericolanti, merito di una piccola impresa avida e disonesta che mi ha messo su casa con troppa fretta. In attesa di avere i soldi per pagarne un'altra penso che, nel caso, defungere travolta dalle mie pentole di ghisa (pesantissime) potrebbe essere una fine degna di me 😉

Me ne vado per un po', a inseguire una figlia adolescente e ritrosa.
E, se non piove, a camminare nella mia campagna e a raccogliere le buone erbe dei prati.
Sono stanca, proprio tanto. Abbiate, se possibile, la vostra Pasqua di Resurrezione. In tutti i sensi.
Soprattutto, nel senso che piace a voi.

soundtrack:

cul-de-sac

Non ho l'animo del pasticcere, eppure adoro il sac à poche, non so perché.
Ho imparato ad usarlo da sola e una delle mie più grandi soddisfazioni è stata sentir sibilare uno che la cucina la faceva di mestiere, mentre era il mio turno e mi esibivo ad un corso di impiattamento, finalmente una che sa usare il sac à poche.

Nello stesso tempo ho un vero talento per cacciarmi nei cul-de-sac, ovvero i vicoli ciechi, quelli che resti lì e basta.

Ma in cucina no. Se sbaglio qualcosa mi accanisco, provo e riprovo e alla fine una via d'uscita la trovo sempre.

Per esempio: le paste di meliga.
In questo periodo di agonia emotiva (e non solo) la nostalgia è così grande che l'accento piemontese mi scappa più del solito (a Torino non l'avevo) e la sfida, per me che non ho l'animo del pasticcere, sono i torcetti e le paste di meliga.
Con i torcetti sono a buon punto, con la meliga ancora in alto mare.
Quei biscottini giallo chiaro all'aroma di limone, sembra facile farli.
Invece no.
In attesa di conoscere un panettiere delle mie parti che mi dia la ricetta giusta, ne ho già provate tre.

La prima, delle osterie del Gambero Rosso, troppo archeologica: la farina di mais troppo granulosa (farina bianca non contemplata), l'olio di oliva che dava un retrogusto un po' troppo selvaggio. Assaggiata e cassata.

La seconda, su internet, probabilmente sbagliata: meliga e farina bianca non stavano insieme neanche morte.
Risultato: sapore passabile, aspetto mostruoso. Cassata anche quella.

La terza è ora in forno. Il profumo, effettivamente delizioso, si sta spandendo nel biloc.
L'ho trovata sul mio libro preferito La cucina delle Langhe e del Barolo – I menu della memoria di Armando Gambera, un signore che mi piacerebbe conoscere.
Mi sembrava equilibrata: l'olio che ho aggiunto (poco), anziché d'oliva l'ho messo di mais ma ciònonostante, l'impasto non passava dal beccuccio dentato del mio adorato sac à poche professionale.
Allora ho aggiunto un po' di latte, solo un po', anche se non era tra gli ingredienti.

E, meraviglia delle meraviglie, dal suddetto beccuccio sono uscite tante ciambelline perfette, e perfettamente rigate.
Siccome scrivo in tempo reale, ho appena tolto la prima teglia dal forno e il risultato (almeno visivamente e olfattivamente) è carino assai.

A raffreddamento compiuto ci sarà l'assaggio, notturno e solitario.
Se le paste d'mèira, come le chiama il Signor Gambaro (che spero mi perdonerà il latte) passeranno l'esame, prometto che smollo la ricetta.

Ché sarò contenta: almeno da questo cul-de-sac (e con l'aiuto del mio fido sac à poche) me la sarò sfangata 🙂
E avrò una quiet night 😉

soundtrack:

cuore di cane

Ti sto a guardare per tutta l'ora di riscaldamento, con la musica sparata a tuono e con gli occhi da cane innamorato e ti guardo e penso che sei così bella e che mi manchi tanto e mentre ti guardo cerco di ricordarmi di quando eri piccola ma ogni tanto mi accorgo che ho come dei buchi di memoria e allora mi dispero e ancora penso che mi manchi, che in fondo non ci sono quasi mai e che altri ti guardano crescere e allora mi viene da piangere ma non voglio che tu mi veda perché lì sugli spalti semideserti sarei anche un po' ridicola e tu ti vergogneresti di me, quindi cerco di far finta di niente, intanto tasto la sporta di plastica che ho dietro di me, dentro ci sono le fragole (bellissime ma spagnole, mi raccomando lavale bene, ché gli spagnoli esagerano con i pesticidi) che ti piacciono tanto e la mozzarella di bufala campana d.o.p. e la felpa che ti sei dimenticata l'ultima volta che sei venuta a casa e penso che sei venuta un mese fa e sei rimasta solo 24 ore e allora al pensiero mi viene di nuovo da piangere e quasi quasi un piantino me lo potrei pure fare, tanto tu sei tutta concentrata e manco mi caghi poi c'è il fischio d'inizio e tu stai in panca e quindi non mi sento di tifare poi tanto, non conosco nessun genitore della tua squadra, io vivo a Milano e non c'è nessuna faccia che conosca, scusami, è per questo che quando vengo a vederti spesso sbaglio a sedermi, cioè mi siedo quasi sempre dalla parte sbagliata e tu quando mi vedi ridi, mi fai le facce e mi perculi, ma adesso la partita sta finendo, per voi si mette male quindi ti fanno giocare (sei la più piccola e questa è la tua seconda squadra, quella delle grandi) allora mi si chiude lo stomaco e adesso sì che mi metto a tifare senza ritegno, perché insomma è un pezzo di me che scende in campo e tu, se possibile, sei ancora più bella e hai grinta da vendere e in dieci minuti fai cinque punti e a me di nuovo viene da piangere ma questa volta non posso perché la partita finisce e io devo correre a bordocampo per darti la sporta perché devi andare a fare la doccia e subito dopo ti imbarcano sul pullman e torni a Torino e così, che posso fare, ho trenta secondi di tempo e non sarebbe neanche regolare perché state facendo stretching e l'allenatore vi aspetta per favi il culo perché avete perso (di poco, però. e poi le tue compagne non è che abbiano giocato benissimo e le altre erano veramente forti) ma ti chiamo lo stesso e tu vieni da me e mi abbracci e dio quanto sei magra e sei tutta sudata e hai l'odore di quand'eri bambina e io ti stringo fortissimo per quei trenta fottuti secondi e chiudo gli occhi e ti annuso e ti dico che sei stata brava e che nella sporta ci sono le fragole e che il prossimo weekend vengo a trovarti e poi tu scappi via e io mi sento morire come Didone che guarda Enea che parte per mare ma giro sui tacchi e non mi volto nemmeno, ché è tardi e a casa c'è tuo fratello da solo.

soundtrack: