vado a scuola

50184Non si può non piangere dall’inizio alla fine, guardando il bellissimo e profondo film di Pascal Plisson.

Sono quattro storie straordinarie, quattro bambini (e i loro fratelli) che vivono in quattro posti, lontanissimi tra loro, del mondo: Kenya, Alto Atlante, India, Patagonia.
Questi quattro bambini, così diversi, hanno una cosa in comune: la voglia di imparare e la coscienza del fatto che la cultura li salverà.
Si ritengono fortunati per il fatto di poter andare a scuola. Per poter andare a scuola, ogni giorno, affrontano viaggi per noi impensabili della durata di più ore in ambienti spesso ostili e talvolta a rischio della loro stessa vita.

Sono bambini che, tra l’altro, lavorano a fianco delle loro famiglie nelle incombenze di tutti i giorni. Che hanno genitori poverissimi, precocemente invecchiati e segnati dalla fatica ma dolci, protettivi, amorevoli. Genitori che tutte le mattine li mandano fuori, nel mondo, in nome di qualcosa che li renderà migliori e li potrà far sperare in un domani diverso.

Vado a scuola dovrebbe essere visto obbligatoriamente in ogni scuola di ordine e grado di questo povero Paese anestetizzato dai media, in cui i genitori fanno la voce grossa con gli insegnanti che cercano di fare il loro lavoro, in cui molti insegnanti non sanno più fare il loro lavoro, in cui la maggior parte dei ragazzi pensa che la cultura sia una cosa da secchioni, in cui molte ragazze sono convinte che basti avere un bel fisico e sfondare in TV per avere una vita felice, in cui si è ormai abituati a giustificare i propri figli in tutto e per tutto.

Per pensare, per capire che la nostra (pur con tante facilitazioni e comodità) rischia di diventare una misera vita.
E anche per vergognarci, sì.

soundtrack:

la seconda volta

Oh, se eravamo belli, insieme, nel settantacinque.

Io con l’aria tedesca, i capelli di paglia, il corpo burroso e la pelle luminosa. Tu con quel ciuffo nero nero e lucido, il naso largo alla lucianoligabue e gli occhi stretti e verdebosco. Camminavamo sempre abbracciati, eravamo altissimi, la gente si voltava a guardarci.

Sei stato il primo (per forza, avevo quindicianni), uno dei più importanti (in trentasei mesi mi hai insegnato un sacco di cose, dal cambio delle gomme a seguire la partitura della Passione secondo Matteo di Bach), uno di quelli che mi ha fatto più disperare (avevi un carattere impossibile e io ero troppo indifesa), non so se il più amato ma di sicuro quello amato più a lungo (non mi sono liberata del pensiero di te fino ai quarant’anni: ti chiamavo il mio cadavere nell’armadio).

E d’improvviso, ieri sera, ad una di quelle buffe (e un po’ patetiche) cene di coscritti, al Posto arrivi anche tu.
Arrivi anche tu e ti togli il cappotto e mi dici buonasera e non mi riconosci.
Poi mi guardi meglio (forse, invece, hai riconosciuto la voce) e rimani di sale. Perché sì, sono (ancora) io.
Bella e ringiovanita dici tu (per forza, sono felice) e mi abbracci e mi baci e io sto lì dura come un legno e con gli occhi bassi perché sì, son rimasta di sale anch’io.

Cosa ti è successo? In più di trent’anni si invecchia e si cambia. Ma tu. Lo sguardo perso e spaventato. Il volto di un vegliardo (e hai solo due anni più di me). Non riesco a guardarti. Sapevo che eri a Milano, son contento che sei tornata ma lo dici con un tono stanco, quasi farfugliando.

A cena c’è la ribollita ( e tu non sai cos’è O_o) e tu non mangi quasi niente, non tocchi il vino, salti il dolce. I discorsi che orecchio mentre servo le portate sono quelli di un pensionato che si è tagliato fuori dalla vita.

Prima di andare torni a salutarmi, mi stringi forte e mi baci sui capelli. E io lì, imbarazzata, con le mani rosse di detersivo per i piatti che non so cosa dirti. E poi mi metti un dito in bocca (e vabbe’, fai il dentista) e mi dici, con tono da vecchio zio, quel diastema lì una volta mica ce l’avevi. Ma cosa! Se la parola diastema me l’hai insegnata tu!

Il Posto ora è deserto, io sparecchio e intanto mi domando che fine tu abbia fatto. Perché non sei tu.

Dove sei stato e cos’hai visto in tutto questo tempo? Che fine ha fatto il più bello dei due bei fratelli V., quello più esotico, ribaldo, colto e avido di sapere, intransigente, cinico e idealista? Quello che adoravo e che mi ha spezzato il cuore. Lo sciatore provetto, il chitarrista, il malato di poesia.

Potessi venire a cercarti, sapendo di trovarti. Per farmi raccontare.
Ma chissà dove te ne sei andato.

soundtrack: