pierino la peste

Mangio quando ho fame, bevo quando ho sete, dormo quando ho sonno.
E fumo tutte le volte che mi gira.

In più, parlo quando mi sento di parlare (e dico sempre quello che penso) anche se, ultimamente, ho imparato a stare strategicamente zitta.

Di notte non ho sonno, quindi dormo poco (e quel poco solo perché sono costretta). In compenso, ho sonno di pomeriggio.
Di pomeriggio, ovviamente, non posso dormire. Ma di notte il sonno mi sparisce. Quindi praticamente non dormo mai.

Se ho caldo tengo le finestre aperte, anche quando qui nella bolla fanno il trattamento antizanzare.

Se ho lo stomaco chiuso ed è ora di pranzo, non mangio. Se mi viene fame alle sei di sera, allora sì.

Sono sincera fino all'autolesionismo, spietata con me stessa, certe volte troppo accondiscendente con gli altri.
Però se gli altri mi deludono o mi feriscono, taglio la corda, senza dare spiegazioni.

Sono estremamente socievole ma se non vale la pena, allora sto meglio da sola.
Stare da sola, alla lunga, mi dà l'angoscia. Torno ad essere socievole, poi ci ripenso.

Lo so che non posso andare avanti così.
Lo so che, alla fine, tutto questo si ritorce contro di me, tipo come se mi sparassi in faccia un sasso con una fionda.

Un giorno qualcuno mi disse vede, signora, gli altri vorrebbero che lei ballasse il valzer, invece lei balla il tango.
Infatti. Non ci posso fare niente, probabilmente ho un organismo contraddittorio.

Forse dovrei fare il metronotte 🙂

soundtrack (e che voce, ragazzi):

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atto di dolore

Si muore di caldo, giorno e notte.

Di giorno si frigge, di notte si boccheggia.
Ho sete, sono stanca, mi fanno male le ossa.

Vorrei la fine dell'estate ma se guardo gli alberi che ingialliscono e le primissime foglie cadute sui viali, so che non è così.
Perché il pensiero di un altro autunno e di un altro inverno mi spaventa. Non li voglio, se saranno come gli ultimi tre.

È che, anche se penso che magari saranno diversi, qualcosa mi dice che invece saranno peggiori.
Lo strizza diceva sempre che i nevrotici sono bravissimi a predire le proprie disgrazie. Era uno stronzo, ma aveva ragione (cioè, dal punto di vista umano era un grandissimo pezzo di merda, però come strizza non era niente male).

Ma siccome sono allenata a combattere la paura, allora voglio pensare che l'autunno è la stagione cromaticamente più bella, qui nella bolla.
Voglio pensare che mi farò aggiustare le gambe.
Che riuscirò a dormire un po' di più.
Che avrò meno nostalgie.
Perfino che cambierò lavoro.

Per ora sono schiantata, e in un perenne bagno di sudore.
Farò come le rane, mi cercherò un po' di fango fresco per abbattere la temperatura.
E poi, qualcosa mi inventerò.

soundtrack:

arriva un cavaliere libero e selvaggio (insomma, si fa per dire)

Era Mae West, che diceva E' una pistola quella che hai in tasca, o sei solo contento di vedermi?

Orbene (orbene? ma come scrivo?), qui si schiatta di caldo, sono tutti in vacanza (quindi nessuno leggerà questo post) e sono piuttosto incazzata (Woody direbbe no, troppo arrabbiato, non voglio essere arrabbiato), anzi non propriamente incazzata, diciamo disappointed e anche un po' disorientata.

Facciamo che sono upside down e tagliamo la testa al toro 😉 comunque, grazie ad alcuni accadimenti degli ultimi due giorni (e soprattutto dell'ultima ora) mi è venuta voglia di fare un resumé dei miei più recenti contatti ravvicinati col mondo maschile. Senza vergogna, come al solito.

Partiamo da dopo lo Strizza? No, c'è stata una storia riassumibile in una sola parola e cioè trombamica (ma per me non era così), quindi sorvoliamo.
Partiamo da Milano, tre anni fa.

1. Il tipo è sposato. Amico di amici. Conosco sua moglie è mi è simpatica, così diventano i miei primi amici in questa nuova città. Inaugurazione di casa (la loro), cene, gare di cucina, weekend.
Una sera il tipo viene a cena da me, senza moglie. Gli altri ospiti se ne vanno, lui rimane. Allo scoccare della mezzanotte si trasforma in un polipo. Alle mie (sincere) proteste risponde ah, ma tu vuoi l'ammmmmmore!
Io, sguardo sconvolto. Lui, risata sardonica.

2. Blogger, simpatico, intelligente. Reduce da vent'anni di surgelamento emotivo (dice lui). Invito in pizzeria. Esibisce la VisaGold per pagare la pizza. Al ritorno, agevolato dal cambio automatico, agguanta la mia mano per tutta la durata del viaggio. Imbarazzo. Sotto casa, sfodera una compilation di Pino Daniele. Imbarazzo. Successivamente sparisce e/o pacca all'ultimo minuto ma sostiene volermi invitare a cena a casa sua (con altri). Gli chiedo perché non lo fa. Si offende, sparisce.

3. Nano e calvo ma simpatico, begli occhi. Probabilmente musicista. Collega di un'amica. Aperitivo al pub, assolutamente casuale. Dice all'amica che mi trova affascinante (ROTFL) viene a cena. Estasiato (dalle portate, credo). Mi invita a cena a casa sua, vado per curiosità. Sbaglia il risotto, è colpa mia, dice lui. Settimane dopo, durante un afterparty molto alcolico (per lui, io reggo bene) mi dice essere un borderline. Faccio finta di non capire, lo trascino ad una mostra di Doisneau e lui mi dice che, anche se mi aveva chiesto di dormire sul mio sofà, non vuole essere frainteso (?) e mi chiede pure scusa. Perde il lavoro. Sparisce (ogni tanto riappare su fb rivendicando un invito per un altro risotto, ma fatto da me).

4. Alto, forse troppo magro, altro collega di un'amica. Contatto su fb, chiacchierata online, simpatico. Invito per aperitivo e cinema. All'aperitivo, chiacchierata-fiume. Al cinema, qualche abbiocchino (suo). Dopo il cinema, altra chiacchierata-fiume in piedi in cucina, al termine del quale, il Bacio. Invitato a cena la settimana seguente, si presenta disfatto e tiene il muso per tutto il tempo. Dice che è stanco. Scompare.

5. Amico di amici. Straniero, affascinante, vedovo (effettivamente da troppo poco). Gran cuoco. Gentile, mi invita a vedere il suo negozio, usciamo per un aperitivo, la sera ogni tanto chiacchieriamo su fb, ci si vede alle cene con gli amici. Una sera improvvisamete mi fa io lo so che fai di tutto per nascondere che sei una gran troia a letto. Eeeeh? Cerco di spiegarli (dato che è straniero) che la parola troia non è propriamente un complimento. Lui pensa invece di sì. Sparisco.

6. Zio di una collega simpatica. Sponsorizzato da lei (come amico credo, ma poi scopro che non è così). Contatto su fb, sembra abbia una gran fretta di conoscermi. Un po' tanto più grande di me ma brillante, giovine dentro e soprattutto intelligente. Appuntamento al lago, grande conversazione. Pranzo da lui, passeggiata, aperitivo, cena in trattoria. Tornata a casa, mi arriva una dichiarazione d'amore via sms. Dopo otto ore non è un po' presto? Arrossisco e tergiverso. Non so se sono pronta a buttarmi d'amblé. Lui va in barca per due giorni, cellulare isolato. Stasera gli scrivo e gli dico che, prima, preferirei fare amicizia. Lui risponde che se le cose stanno così, non vuole più vedermi. Di amici ne ha tanti, non sa che farsene di me (come amica). E se non ero attratta da lui dovevo dirglielo prima (prima quando? prima di arrivare al lago? appena arrivata? durante la passeggiata? in trattoria? alla stazione alla sera? dovevo mandargli messaggi di fumo sul golfo di genova? oppure un dispaccio alla capitaneria di porto? e, in ogni caso così, di punto in bianco?). Mi girano i coglioni e lo banno all'istante.

Ecco, alla fine mi sembra di non aver capito niente. Di come funziona, intendo.
E voi?

soundtrack:

l’apparenza inganna 2 (ma anche no)

È ridicolo ma, per la prima volta in vita mia, ho preparato le autentiche carote al burro.
Il metodo fa un po' senso, ma è infallibile.

In pratica bisogna mettere le carote a bastoncini in una padella a fuoco dolce, aggiungere il burro e coprirle di acqua salata. Quando l'acqua è tutta evaporata e cominciano a rosolare è il momento di levarle dal fuoco.

Questa annotazione culinaria non c'entra niente con il come mi sento. O forse sì.

Per esempio, ho sempre creduto che le carote al burro si facessero prima lessare e poi saltare. L'aspetto, a piatto finito, lo suggeriva.
Invece non è così.
Probabilmente è come quando io credo di pormi in un modo. Chissà invece gli altri cosa vedono.
E d'altra parte, si insegna (e si impara, o almeno si dovrebbe) che quando ci si deve presentare a qualcuno (e probabilmente giocare il tutto per tutto) la cura che si presta a se stessi diventa rispetto per chi incontri.

Io lo faccio, altri no. Capita che ci rimanga male (perché mi sembra di meritare, come tutti, cura e attenzione), poi penso che magari l'altro va al sodo e mi domando se sono io quella sbagliata.

soundtrack:

catastrofe imminente

I convolvoli, a vederli, sono bellissimi.
Con quei fiorelloni a campanula bianchi, rosa e blu e tutte quelle foglie larghe e belle verdi, che si stendono come un mare calmo e luminoso e tappezzano con eleganza tutto quello su cui riescono ad arrivare.

In realtà sono degli stronzi bastardi assassini, si arrampicano sulle altre piante e, lentamente, le soffocano.
Poi coprono quelle stragi con il loro tappeto lussureggiante.

I convolvoli assomigliano a molte situazioni e a molte persone che conosco. Persone e situazioni apparentemente più che normali, anzi belle, simpatiche, promettenti.

Se strappi i convolvoli, vengono via facilmente e, man mano che li strappi, quel che rimane attaccato alle altre piante perde immediatamente vigore e si affloscia nel giro di mezz'ora. Tutta quella bellezza si deteriora in un batter d'occhio e lascia intravvedere (se non si arriva in tempo) solo morte, sotto di sé.

Oggi pomeriggio ho passato due ore a strappare convolvoli nel giardino di mia madre. In pochi mesi avevano ammazzato gran parte delle ortensie, due piante di rose, una piccola palma, mezzo albero di pittosforo.
C'è soddisfazione, a sentire lo schiocco degli steli che si spezzano quando tiri.
E rabbia e dolore a guardare come ci si possa ridurre solo per incuria.

I convolvoli sono una pianta cattiva, infida e senza palle.
Li odio, e a tutti quelli che li considerano romantici e affascinanti dedico un silenzioso (ma sentito) vaffanculo.

soundtrack:

manuale del giovane avvelenatore (ma anche del vero snob)

Ah, l'estate in città.
Milano deserta e, nei rari momenti di sole, rovente.

Che fare, quando non si lavora (indefessamente)?
La marmellata di pesche e zenzero.
Con sorpresa finale.

Ingredienti:
un weekend
un'auto (anche vecchia)
un'occhiata su googlemaps
la polpa di due chili di pesche gialle (ma non del supermarket)
un chilo di zucchero di canna
due bustine di fruttapec 2:1 (se preferite, come me, la cottura rapida e la marmellata poco dolce, altrimenti raddoppiate la quantità di zucchero)
quattro pezzi di zenzero fresco lunghi 4 centimetri circa.

Esecuzione:
date un'occhiata a googlemaps per vedere come raggiungere questo posto qui.
Prendete l'auto e partite, preferibilmente il sabato mattina di buon'ora.
Arrivati a Torino, fatevi un giretto qui (tanto per provare una delle esperienze multisensoriali più fiche della vostra vita) e poi andate a pranzo qui, ché è proprio di fronte.
Se amate il sushi, invece, andate qui (così vi beccate la seconda esperienza multisensoriale più fica della vostra vita).
Oppure, se volete svaccare (e avete molti soldi da spendere in prelibatezze, è inevitabile) andate qui, dove potete anche mangiare (e bene).
Dopo, per smaltire, potreste andare a passeggiare qui.
Verso le quattro del pomeriggio, arrivate a destinazione qui e, oltre altre alle altre innumeveroli cose (di nuovo inevitabile, oltre alla frutta e alla verdura, le conserve sono da paura), acquistate una cassetta di pesche gialle da marmellata. costa 3 euro.

Se volete godervi la strepitosa campagna di Pecetto e, tornati a sera in città, scialarvi in un aperitivo qui (con vista mozzafiato della piazza, del Monte dei Cappuccini e della collina) fate pure, altrimenti ripartite.

Giunti a casa, mettete sullo stereo qualcosa di soft, pelate le pesche e lo zenzero, grattugiate quest'ultimo (non finemente), fate a pezzetti le prime, aggiungete zucchero e pectina. Cuocete per quattro minuti, invasate bollente.
Quando avrete riempito sette barattoli medi, vi prego, fate una follia.

Aggiungete a quel che resta nella pentola una bella manciata di amaretti (buonissimi).
E con questo, ne avete per altri tre barattoli. Dei quali non vi pentirete.
Dopo aver avvitato i coperchi, capovolgete i barattoli e copriteli con un bel plaid di lana per ventiquattr'ore: è un trucco delle massaie di campagna piemontesi.

D'inverno il mio gatto apprezza e ci si sdraia sopra.
D'estate, no.

soundtrack (grazie, Alberto):

figlio mio, infinitamente caro

Ormai sei più alto di me, e poco incline alle tenerezze.
Non ti posso più baciare in pubblico, tranne alla stazione, però qualche volta posso chiederti di darmi il braccio (e per fortuna ottenerlo) quando dobbiamo fare tante scale e io tiro fuori la scusa che sto invecchiando e le gambe non mi funzionano più tanto bene.
Oggi è il tuo compleanno e, per la prima volta dopo tanti anni, abbiamo la possibilità di passarlo insieme.
Ma tu mi hai chiesto come secondo regalo (il primo è l'ennesimo cellulare, uno bellissimo di cui sei perdutamente innamorato) di poter stare con i tuoi amici del cuore.
Un po' mi dispiace, ma so che è giusto così. Ormai sei diventato grande anche tu.

Quindi mi faccio da parte, sperando che non vomiterai dopo l'abbuffata all'Allyoucaneat e non mi metterai a ferro e a fuoco il biloc.
Io ti guardo sempre, figlio mio. Guardo con tenerezza te e questi quindici anni di fatica boia e penso che, nonostante tutto, sono stati una gran bella avventura. E, perché no?, quasi un miracolo.

Buon compleanno, Pietro.

soundtrack: