un giorno devi andare

imagesPer trovare Dio bisogna prima trovare sé stessi?
Oppure è vero il contrario?

Per Augusta il percorso è (faticosamente) parallelo e sa che ad un certo punto “deve andare”, deve cercare in un modo diverso: per trovare il Cielo (e sé stessa) deve essere Terra.

Come infatti in precedenza ne Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà, anche nell’ultimo film di Giorgio Diritti il paesaggio circostante sembra sfondo ma invece è potentemente protagonista.
Dopo aver cercato, forse inutilmente, un Senso tra gli uomini, Augusta lo trova nella solitudine e nella Natura.
E in un bambino che si ferma, per un poco, a giocare con lei.

Girato quasi interamente nel Brasile amazzonico, dalla poderosa, maestosa bellezza delle foreste sulle rive del Grande Fiume alla dolorosa, appassionata umanità delle favelas di Manaus.
Jasmine Trinca luminosa.

soundtrack:

la banda (great expectations 3)

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Una tristezza così non la sentivo da mai
ma poi la banda arrivò e allora tutto passò
volevo dire di no quando la banda passò
ma il mio ragazzo era lì e allora dissi di sì.
E una ragazza che era triste sorrise all’amor
ed una rosa che era chiusa di colpo sbocciò
ed una frotta di bambini festosi si mise a suonar come fa la banda.

E un uomo serio il suo cappello per aria lanciò
fermò una donna che passava e poi la baciò
dalle finestre quanta gente spuntò
quando la banda passò cantando cose d’amor
quando la banda passò nel cielo il sole spuntò
ma il mio ragazzo era lì e allora dissi di sì
la banda suona per noi, la banda suona per voi.

E dai portoni quanta gente cantando sbucò
e quanta gente da ogni vicolo si riversò
e per la strada quella povera gente marciava felice dietro la sua banda.
Se c’era un uomo che piangeva sorrise perché
sembrava proprio che la banda suonasse per lui
in ogni cuore la speranza spuntò quando la banda passò.

Stamattina ero così triste (le banche sono troppo stronze) che non mi sarei alzata dal letto per nessuna ragione al mondo.
Ma poi è arrivata la banda. Si è fermata proprio sotto al mio balcone.
Ho sentito, nel silenzio, una voce che contava: un, due, tre.

E io son saltata su e son corsa ad aprire le imposte, perché della banda sono sempre curiosa.
È ripartita, infatti, suonando proprio questa canzone. La suonava proprio bene.
Mi sono messa a piangere perché le bande mi fanno sempre questo effetto (come le fisarmoniche e le cornamuse) e poi perché ero davvero, immensamente triste.

Ma poi ho abbassato gli occhi e, proprio sotto al mio balcone, c’erano (a sorpresa!) le bancarelle del mercatino dell’antiquariato, piene di colori.
Ho alzato gli occhi e c’era il sole.
Ho guardato l’orologio ed erano (solo) le dieci e mezzo.

Mi sono tolto il bite verde dalla bocca e ho pensato: la banda suona per me. Vado a farmi un giretto.

soundtrack:

la grande bellezza

La_grande_bellezza_poster_film_sorrentino cannesLa grande bellezza forse non è altro che un trucco. Eppure esiste e, in questo caso, sta a Roma.

La grande bellezza è nel famoso buco di serratura del portone del Priorato dei Cavalieri di Malta sull’Aventino, dal quale puoi vedere la cupola di San Pietro. Guarda caso, qualcuno ne ha la chiave, apre il portone solo per te e tu precipiti nella meraviglia.
La grande bellezza è nei giardini rinascimentali delle case private che si possono spiare solo dall’alto delle terrazze dei ricchi che abitano davanti al Colosseo.
La grande bellezza è nei Lungotevere al mattino presto o alla sera al tramonto, quando ci puoi camminare da solo, in silenzio.
La grande bellezza è in una donna della quale, per una volta, puoi e vuoi essere solo amico, che anziché venire a letto con te ti vuole semplicemente bene e aspetta la morte con allegria e dignità.
La grande bellezza è nella contessa decaduta che abita la portineria di quello che è stato il palazzo della sua famiglia e che, per poter vedere la culla dove nacque, deve infilare delle monete in una macchinetta-guida-parlante-per-turisti.
La grande bellezza è uno stormo di fenicotteri bianchi che si ferma a riposare sui resti di un banchetto, all’alba.

La grande bellezza di Roma rischia di essere offuscata dalla volgarità delle feste del jet-set e dei parvenu, dalla stupidità e dall’ignorante arroganza di chi ha fatto i soldi in fretta e se la compra a pezzi. Eppure resiste, miracolosamente. Basta svoltare l’angolo di una strada, aprire un portone, alzare lo sguardo verso il cielo ed eccola lì: enorme, eterna, opulenta, tranquilla, inscalfibile.

La grande bellezza è anche dentro a Jep Gambardella, scrittore inattivo da più di quarant’anni, gran playboy e re dei party che contano, solissimo.
Lui la sta cercando e non sa che ce l’ha lì, a portata di mano (e non solo nei ricordi).

La grande bellezza è il titolo dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, spiritosissimo, ironico e malinconico, girato mirabilmente (strepitosa fotografia di Luca Bigazzi) e benedetto da un grande cast sul quale troneggia un Toni Servillo sublime, disincantato e oltremodo affascinante.
Due ore e mezzo mozzafiato, Roma come (forse) non l’avete mai vista e un rispettoso e amorevole tributo al Federico Fellini de La dolce vita e di Roma (con tanto di citazione: Fanny Ardant, incontrata per strada come Anna Magnani).
Un film che tiene inchiodati alla poltrona dal primo minuto alla fine (ma proprio alla fine) dei titoli di coda.

Perché è tutto ma tutto, nonostante la morte, la tristezza, la rabbia, la disillusione, la nostalgia, la solitudine, l’ipocrisia, la fatuità, la cattiveria gratuita, il pessimo gusto,  lo sfacelo, il rimpianto, pieno di una grande bellezza. Vera, struggente, profondamente toccante.
Proprio come la vita.

soundtrack: