le parole che non ti ho detto 2

Sei stupida.
Sei anche ignorante, ma te la tiri un sacco.
Con quell’aria spocchiosa, guardi tutti dall’alto in basso.
E quando arriva qualcuno di nuovo, ti avvii con passo ciondolante che tu immagini essere sexy, mormorando tra i denti che cazzo vuole, questo qui.

Hai sempre l’aria scazzata.
Passi la vita al cellulare, miagolando in spagnolo.
Peccato, hai pure la voce da papera.
Tu credi che non capisca, invece sì: per ragioni famigliari, io la tua lingua la comprendo benissimo (tiè) e lo sento, che parli male di tutti.

Vuoi fare la capa ma non hai gli strumenti.
Ti manca il buon gusto, l’educazione, anche solo il senso comune.
Mandi in vacca il mio lavoro e non ti rendi conto che ti stai fregando con le tue manacce (unghie di resina comprese).

Hai pure il culo basso, e i cuscinetti debordanti.
Non ci sarebbe niente di male, ma tu credi di essere Monica Bellucci.
Parli solo di te, di quanto sei bella e in gamba.

E spari sempre quelle dannate salse e bachate a palla, io non le sopporto.
Non le sopporto, capito?

Oh, adesso mi sento meglio.
🙂

soundtrack: Non ti sopporto più, Skiantos

scappo dalla città

Sono stanca come una bestia stanca.
L’herpes simplex mi sta devastando il labbro inferiore.
Non ho ancora capito se mi pagheranno, oppure no.
Pietro ha portato a casa quattro note [per Concajoni: do, re, mi, fa ;-D]
E pure un topo nuovo.
È scoppiato una specie di casino, può darsi che mi arrestino.
Riordinando, mi è caduto addosso un coperchio di taglio e mi ha quasi aperto il mento: lo sbrego è piccolo ma ha sanguinato tanto (manco un film di Tarantino) ed ora mi brucia da morire.

Quasi quasi mi faccio fare un t.s.o.
Quando lavoravo in ospedale l’ho visto, il repartino.
Mica male.
E quanta bella nanna, con una flebo di valium nel braccio.

soundtrack:

nessuna pietà

Devo firmare un avviso sul diario della Cami.
Lipperlì non trovo una penna, manco a pagarla (non so se avete idea, quando ci sono ragazzini in giro…).

Aspetta un attimo, Cami, ma dove diavolo avete cacciato le biro?

Cazzonesò, mamma, scrivi col sangue.

soundtrack: Scrivi il tuo nome, Lucio Battisti

la femme d'àcôté

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Lo è ancora adesso, per i suoi ottant’anni (dichiarati da lei stessa).
Alta, bionda, incedere da regina (ma svelta ed elastica, deve avere fatto tanto sport, oppure la mannequin), uno stacco di gambe da urlo.
E, naturalmente, très chic con il suo cappottino con il martingala e il cap da cavallerizza, e i guantini di pelle testadimoro che lasciano vezzosamente scoperti i polsi sottili.
No, non è ridicola neanche un po’.
Facciamo una specie di Rossella Falk, ma meglio.

Nei suoi sueggiù in ascensore, Pelledasino ogni tanto si imbatte nella visione della sua porta aperta.
Un bel quadro, circa fineseicento.
Una cassapanca scura, vasi di fiori freschi recisi, un tappeto persiano, il suono di un pianoforte.

Nonostante l’aspetto regale, la signora del terzo piano è gentile con Pelledasino.
Tutte le volte che prendono l’ascensore insieme le dice buongiorno, bella ragazza.
Non è che Pelledasino ci creda, ma è carino lo stesso, sentirselo dire.

Questa mattina Pelledasino è in ritardo sulla tabella di marcia, causa spesa, e in un’ora ha dovuto produrre tre torte salate, due vassoi di croissants salati e tre di tartine burrosalmone.
Come risultato, è ancora più arruffata del solito.
Facciamo Paperoga?

In ascensore, la Signoradelterzopiano si fa circospetta.
Sussurra a Pelledasino: non lo dica a nessuno, ma la signora Caprini, quella bruttona del secondo piano, è scocciata perché la vede carica di piatti. Ma lo sa che ha scritto qualcosa proprio qui, vicino alla tastiera?
Me lo legge, per favore? Io non ci vedo bene.

Curvandosi sulla famigerata pila di piatti, Pelledasino aguzza la vista sulla parete di legno lucido.
Incisa (probabilmente) con un coltello a serramanico, legge la scritta fuck.

Un tantino imbarazzata, riferisce alla Signoradelterzopiano: mah, è una parolaccia in Inglese.

E lei, soavemente: beh, dopo ci vengo con il lucido, e la cancello.
È solo a quella lì, che le sta in culo che lei trasporti piatti, bellezza.
Al resto del condominio, non glie ne fotte un cazzo.

O_o

soundtrack: My Lady d’Arbanville, Cat Stevens

tempo

Ascoltando la radio, questa mattina, e leggendo questo post, mi sono resa conto che i miei tempi sono veramente minimi.

Per una serata fuori, trentacinque minuti secchi: doccia/shampoo, asciugatura corpo e capelli (sono quattro, non ci metto niente), spalmaggio lozioni, trucco e vestizione.
In pratica, mentre faccio la doccia penso a cosa mettermi e se per caso non trovo, arraffo qualcos’altro.

Di solito mi caccio in vasca alla sera, per cui al mattino impiego cinque minuti tra abluzioni varie, tre per il trucco, tre per vestirmi.
Nel frattempo ho messo su il caffé.
Altri tre minuti per i denti, prima di uscire.

In compenso, ci metto dieci minuti (di litanie) a schiodare i kids dalle brande, altri dieci a ricercare nel marasma le loro mutande e i loro calzini (sempre rigorosamente spaiati), cinque per la preparazione della colazione e un quarto d’ora buono per rincorrerli con i libri e i diari mancanti.
Altri cinque per riprendermi, dopo che sono usciti.
Quindi, sforo i quaranta del comunicato Ansa.

Poco male, non ho uomini da sfinire nell’attesa.

Però non so.
Va bene che ho meno tempo per me ma, lo stesso, le poche volte che ne avrei, non lo uso per farmi bella.
Probabilmente non ne ho più voglia.
E si vede 😉

Eppure, ogni tanto ho nostalgia di quando avevo vent’anni.
Quando la parte più bella della serata erano i riti di preparazione.
Forse perché non si sapeva ancora come sarebbe andata a finire.

Ora, invece, sì.

soundtrack: Time (clock of the heart), Culture Club