uomini di dio

Dopo averlo visto, non è che ci sia molto da dire.
O meglio, non mi sento di avere gli strumenti per dire più di tanto.

Ma mi sono sentita presa per mano e guidata dentro un mondo (forse) lontano da me, dove ho scoperto che gli uomini sono veri uomini e il loro modo di parlare con Dio è comunicazione vera.

Senza retorica, con grande misura e sobrietà eppure con una capacità di coinvolgere e commuovere che al cinema non incontravo da tempo.

Sono semplici e belle e concrete le parole dei canti dei monaci.
È semplice e bello e concreto sapere che, quando a un certo punto decidi di donare la tua vita a qualcuno, dopo non è più questione di eroismo o di sacrificio a tutti i costi.
La tua vita è lì, malgrado te, e non saresti più capace di vivere in nessun altro posto.

Di questo grande, grande film (grande atmosfera, grandi attori, grande fotografia) preferisco il titolo originale: uomini e dei.
Quando il medico Luc dice sono stato innamorato molte volte, poi un giorno ho risposto a un amore più grande, ecco, non c'è paura che tenga, è tutto lì.

soundtrack:

Annunci

chissà se lo rifarei ancora

È la domanda che mi faccio tutte le volte che decido di officiare il sacro rito.
Cioè, la bagnacauda (sulla quale ho già postato in passato, ma vabbé) .

Eppure, quando arriva il primo freddo, chissà perché, mi ci rimetto.
Sarà il patrimonio genetico (acquisito, non sono di ceppo sabaudo), sarà che prima o poi me la chiedono sempre (e ai milanesi piace, eccome), sarà che ne vado pazza, sarà che è uno dei modi più belli (e più buoni) che io conosca per stare insieme.

Un modo per stare insieme ma anche un modo per ricordare: ogni bagnacauda (se ne fanno talmente poche) per me in effetti si sposa a qualcosa di speciale.
E anche per ricordare la Pat, che non vedo mai e che è la depositaria della preziosa ricetta e per ricordare la storia antica di questo piatto poverissimo (ora non più tanto) che lega da secoli il Piemonte e la Liguria tramite la mitica Via del Sale.

Fare la bagnacauda è un lavorone.
Bisogna trovare l'aglio buono, e le acciughe di barile "mature", quelle che si staccano dalla lisca senza protestare.

Poi bisogna sbucciare gli spicchi, tagliarli a metà e tirare via il germoglio, poi ancora metterli a lessare nel latte. E questo è il primo round.

Secondo round: mentre gli agli cuociono lentamente, ci si mette sotto il rubinetto dell'acquaio di cucina e si passa alla pulizia delle acciughe.
L'acqua dev'essere appena tiepida e si comincia con un massaggio delicato, per togliere il sale.
Poi si toglie la cervicale, si passano i pollici (con pazienza, senza fretta) sulla pancia e l'acciuga si apre, arrendevole e pronta a farsi separare dalla sua spina dorsale. Nel frattempo si può telefonare agli amici, se si ha il cordless.

Terzo round (quello magico): si scolano gli agli, si schiacciano con una forchetta aspirandone il delizioso (e delittuoso) aroma, si scalda (dolcemente! è imperativo, altrimenti non digerirete mai più) in un tegame di coccio un sacco d'olio extra vergine, ci si sciolgono i filetti di acciuga e infine si unisce la purée d'aglio.

Il miracolo è compiuto, basta solo mangiare, con le verdure adatte (cardo, sedano, topinambour, cipollotti a mollo nel dolcetto, patate lesse, foglie di verza, carciofi, puntarelle, rape, ravanelli) possibilmente portate dagli ospiti 🙂

E insomma, dato che non ha senso farla solo per due (a meno che non la vogliate usare come strumento di seduzione, tanto dopo puzzerete in coppia), è una roba che porta via almeno tre/quattro ore.

Ma che vale, sempre, la pena.

ricetta (della Pat da Pessione, provincia di Torino):

a testa
una testa d'aglio
un etto di acciughe sotto sale
olio extra vergine di oliva q.b.

p.s.
dedico la bagnacauda di stasera a Susanna Camusso. anche se è nata a milano, credo che le piacerebbe 🙂

soundtrack:

riso amaro

Quando Alga è a Genova le piace andare a mangiare in questo posto qui.
Si chiama Sa Pesta (significa sale pestato, e rimanda a quando questo era una merce di scambio con le regioni vicine) e non è facile trovarlo aperto, probabilmente perché nelle ore di punta è sempre a tappo e, soprattutto alla sera, chiude prestissimo.

Ma l'ultima volta lei e i suoi amici sono stati fortunati, così si sono potuti beare delle sue specialità, che sono fondamentalmente le torte salate liguri e le acciughe ripiene. Sbav.

Tra queste squisitezze, la famigerata (perché è la protagonista di una famosa battuta sull'antipatia dei genovesi) torta di riso.

Ecco, era fantastica.
Per niente gnucca, anzi morbidissima,delicatamente baveuse e debordante di prescineua.
Sbafandola deliziate, Estrellita e Alga hanno deciso che era l'ora di apportare alcune modifiche alla ricetta che la prima aveva passato alla seconda.

E ieri sera Alga ci ha provato, con esito soddisfacente ma non all'altezza, anche se oggi, in redazione, almeno un paio di persone hanno fatto festa 😉

Forse non ci volevano le uova?
Il Carnaroli non è adatto?
Non era meglio chiedere chiarimenti al cuoco?

Ma perché è così difficile raggiungere la perfezione?

Comunque, secondo Alga, è una questione di forno.

ricetta:
(modificata)

300 grammi di riso
una grattatina di scorza di limone e una di noce moscata
un pezzetto di burro
un filo di olio extravergine di oliva
un pugno grosso di parmigiano grattugiato
due confezioni di prescinseua (cagliata, si può sostituire con lo stracchino ma non è la stessa cosa)
mezzo bicchiere di latte
2 uova
sale e pepe

cuocere al dente il riso, scolarlo e trasferirlo in una ciotola, condirlo col burro e con l'olio, aggiungere il latte e la prescinseua e quando è abbastanza raffreddato tutti gli altri ingredienti.
imburrare e infarinare una teglia grande, in modo che l'impasto versato e livellato abbia uno spessore di circa due dita.
passare in forno a 180 gradi per 20 minuti, poi azionare il grill finché non diventa dorato.

si accettano consigli e correzioni.

soundtrack:

mulan

Per la settimana dei diritti dell'infanzia ho cambiato l'immagine del profilo anch'io, su fb.
Avrei voluto mettere Cenerentola, ché in fondo sono un po' così: povera e romantica 😉
Ma alla fine son costretta a fare la guerriera, quindi Mulan.

Che un po' romantica lo è anche lei 🙂

È un periodo faticoso ma bello.
Cerco di fidarmi del mio istinto e così mi ritrovo su un'altalena: momenti di vero panico alternati ad altri di felicità perfetta.

Faccio molti pani (ne ho appena sfornato uno sontuoso: burro, latte, uova, farina integrale con i semi, cardamomo, cannella, malto di riso, granella di nocciole e mirtilli rossi), ogni tanto di notte piango ma poi basta una cena con nuovi amici e per tre ore riesco a cancellare paure, umiliazioni e difficoltà.

Questa cosa ogni volta mi stupisce, e la prendo come un dono.

E anche se il mio esseremulan può sembrare a qualcuno minaccioso e inavvicinabile, per ora va bene, va bene così.
In fondo, io non perdo mai la speranza che qualcun altro sia capace di vedermi veramente per quello che sono, dietro l'armatura, la spada sguainata e vabbé, anche l'aria bellicosa 😉

soundtrack:
 

quel treno per yuma

Alga ha deciso che vuole andare a vedere il mare d'inverno, è assolutamente indispensabile.

Così si sveglia alle sei e mezzo del mattino anche se è domenica e arriva sul binario a Lambrate in orario perfetto.
Senonché una voce da orco annuncia che il regionale delle otto e dodici è stato soppresso.
Incredula, Alga si trascina lungo la banchina brandendo il suo biglietto già vidimato e in un impeto di coraggio si caccia in metropolitana.

Arrivata in Centrale, scopre che la stazione è semideserta e che, peggiancora, tutti i regionali sono stati cancellati, sulla linea per il mare. C'è solo un intercity che parte con ottanta minuti di ritardo, non si sa nemmeno da quale binario.
Aspettare un'ora e mezza in piedi con la pipì che scappa è un'impresa, ma Alga è una donna determinata e testarda e finalmente, dopo cinque ore di peripezie e un assalto al treno stile cheyenne, sbarca a Principe sotto un cielo greve di pioggia.

Passano solo tre ore e Alga è di nuovo a bordo, questa volta dell'unico (pare) regionale superstite.
Che ci mette quattro ore a guadagnare Lambrate. Per forza, ferma a tutte (ma tutte) le stazioni!

Lei intanto, come si scriveva nei temi stanca ma felice, tra un abbiocco e l'altro pensa che ne valeva la pena.
Che la vita è, indubbiamente, strana.
Che meno male che non ha piovuto.

E che il mare che ha visto dalla spiaggia di Bogliasco, mentre il libeccio le scompigliava i capelli, era proprio bello.

soundtrack: