LASSÙ QUALCUNO MI AMA

Sono appena tornata dall’appuntamento annuale con la mia amica astrologa.

Ebbene sì, una volta ogni tanto certe cose le faccio anch’io 🙂

Non ero neanche entrata in casa sua, che lei ha cominciato a snocciolarmi tutte le belle cose che mi stanno per capitare. Perché sono in gamba, perché me le sono conquistate, perché me le merito.

Roba da non crederci.

E, insomma, è stata un’oretta piacevole, considerando che si sta minacciosamente avvicinando il mio compleanno (e ormai non mi piace per niente), le giornate si stanno accorciando e ultimamente certe volte vorrei cadere in letargo, possibilmente abbracciata a qualcosa o a qualcuno (meglio qualcuno) di caldo e rassicurante…

Poi, tornando a casa, mi è venuta come un lampo in mente un’intervista radiofonica ad Aroldo Tieri, uomo e attore di grande (auto) ironia, in cui ad un certo punto diceva: la prima volta che a teatro mi hanno fatto una standing ovation, ho pensato “oddio, mica avranno saputo che ho un male incurabile?”.

Stasera che faccio, mi addormento cullandomi in tutte le meraviglie autunnali che mi stanno aspettando, o mi bevo l’insetticida acaricida Fenix® che ho sul balcone (è efficace contro afidi, tingidi, tentrenidi, aleurodidi, cicaline, bega del garofano -sarà un tipo di incazzatura-, cocciniglie, ragnetto rosso e tutti i più comuni insetti delle piante ornamentali e da fiore: ehi, ma quante belle parole misteriose…)?

Eh?

soundtrack: Andromeda Heights, Prefab Sprouts (e per questo, grazie Gabriele.)

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PICCOLO BUDDHA

Oggi pomeriggio ero sola in casa, e la cucina era inondata di sole.

Ho preso il coraggio a due mani e mi sono buttata in una cosa molto zen.

Ventisette barattoli mignon di finissima dadolata di pomodoro fresco. In ognuno un frammento d’aglio e un paio di foglie di basilico.

Per un tempo apparentemente infinito, affettare i pomodori. Assemblarli con gli altri ingredienti. Invasarli.

Un pizzico di sale, un filo d’olio. Tappare i barattoli. Sterilizzarli.

In perfetto silenzio, cercando di non pensare.

soundtrack: –

CIAO PUSSYCAT

Come faccio a far capire a Spago che la deve smettere di portarmi tordi quasimorti in casa, mollarli ad agonizzare sul tappeto del soggiorno e intanto guardarmi “sorridendo” (ovvero socchiudendo gli occhioni e miagolando di gola con aria interrogativa) per sentirsi dire: grazie del trofeo-regalo, sei proprio in gamba?

Lo so che non è crudeltà, è solo natura.

Ma i tordi e i passerotti pigolano schiattando.

Per non parlare delle lucertole decerebrate che continuano a dibattersi per ore sotto il tavolo della cucina.

E io inorridisco, anche se cerco di far finta di niente e, quando lui non guarda, riporto tutto nel prato davanti a casa.

Come faccio a farlo smettere senza offenderlo?

Ci manca solo il micio nevrotico, in questa famiglia:-)

Bloggers “gattati”: consigli, pleeezz.

soundtrack: Maledetto gatto, Lucio Battisti

MESSIA SELVAGGIO

Oggi, ore tredici, a pranzo mio figlio mi guarda e dice (testuali parole):

Nuovo Jack Lo Squartatore. Ratzinger.

Si affaccia alla finestra, tira fuori una mitragliatrice e fa strage completa. Poi prega che non nascano mai più.

NUOVO JACK LO SQUARTATORE: RATZINGER.

Nei cinema.

Io: Pietro, ma è il Papa…

Lui: lo so, mamma 🙂

Io: aspetta, che prendo nota.

Pietro non guarda la TV, solo dvd.

Sarà stato il ragù?

soundtrack ;-): Quando i bambini fanno OH!, Povia

PERVERSIONI FEMMINILI

perversione 1.

Aver comprato due cassette di pesche gialle che ora da più di due giorni mi fissano dal tavolo della cucina implorando: ti prego, fai di noi marmellata. E far finta di non vederle.

Aver comprato chili tre (!) di cipolline borettane che aspettano di essere ammollate e accuratamente sbucciate, nonchè poi fatte in agrodolce e stivate in appositi barattoli. Guardarle di sguincio e continuare a rimandare illudendomi che lì nel sacchetto non andranno MAI a male. Ormai si è abbassata la temperatura, no?…

perversione 2.

Fare le quattro di mattina rivedendo lo stesso film che mi fa stare tanto male e, naturalmente, stare tanto male.

Magari accorgermi che sto quasi guaendo, ma insistere a guardarlo fino alla fine. Addormentarmi sul sofà con lo strizzone allo stomaco e svegliarmi il giorno dopo tutta anchilosata e con gli occhi da procione.

perversione 3.

Essere partita per le vacanze con una valigia così farcita da dovermici sedere sopra per chiuderla (e per aprirla).

Per poi indossare un terzo di quello che ci avevo messo dentro.

perversione 4.

Ostinarmi a riempire la libreria di pubblicazioni gastronomiche: soprattutto mensili e tutti dico tutti i supplementi di cucina dei principali quotidiani. Alla fine portarmele al cesso per leggerle in alternativa alle istruzioni dei tampax. E poi rimetterle nella libreria.

perversione 5.

Tenermi nella borsa un principe ranocchio di pezza dell’ikea che i miei figli avevano buttato e io ho recuperato dalla pattumiera sperando che mi serva da monito. Ma tanto non funziona.

… Se solo sapessi dov’è andato in vacanza il mio maledetto analista. Ma dov’è che se ne vanno, tutti quanti, d’agosto? Ogni estate c’è l’esodo degli analisti!

E la gente rimasta in città impazzisce, fino ai primi di settembre.

Woody Allen in Provaci ancora, Sam

soundtrack: Vicious, Lou Reed

TRUE STORIES

Ieri sera in una via del centro, ti ho guardata perché eri bella. Poi ti ho riguardata perché mi sono accorta che eri bella esattamente come quasi vent’anni fa. Anche tu mi hai guardata, e mi hai riconosciuta.

Credo di essere cambiata, tu no.

Solo ci ho messo un po’ più di una frazione di secondo per accoppiare il tuo nome alla tua immagine. Ma mi è venuto in mente quello stupido gioco di parole (in piemontese) che un professore di università stronzo aveva fatto col tuo cognome sardo e con una parola poco gentile, forse perché non avevi studiato abbastanza, e che tu lipperlì non avevi capito.

Te l’ho ripetuto e ti ho fatta ridere, ed eri stupita che me lo ricordassi ancora.

E subito, mentre parlavamo, hai fatto un gesto molto naturale, quasi vezzoso: ti sei toccata dietro l’orecchio destro, e tra i tuoi capelli ho intravisto un apparecchio acustico.

Sai, mi hai detto con la tua voce profonda e sicura, la malaria mi ha fatto perdere l’udito, ma per fortuna ho trovato un tipo che mi ha fatto un trapianto e adesso c’ho tutti ‘sti fili in testa… non sento molto bene ma ho imparato a leggere le labbra. E mentre me lo dicevi sorridevi.

Hai dovuto mollare l’Africa, hai un figlio biondo e un compagno che gira il mondo per lavoro. Ora abiti quasi vicino a casa mia. Anch’io ero con mio figlio, tra loro si sono guardati, forse studiati.

Non si sono parlati: attirati da cose diverse, ognuno di loro voleva tirare dritto per la sua strada.

Ti ho raccontato qualcosa di me, in tutta fretta, e cercando di articolare bene, perché tu ogni tanto corrugavi la fronte nello sforzo di capire (e ti donava molto…), ma non erano cose divertenti. Le cose vere non sempre sono divertenti, lo so.

Avevamo un’amica in comune che se ne è andata quest’estate. Abbiamo parlato anche di lei. Tutte e due non ci crediamo ancora.

Ci siamo scambiate i numeri telefonici di rito, e poi ci siamo abbracciate forte. Di solito si fa così.

Di solito ci si riperde per altri vent’anni. Io spero di no 🙂

soundtrack: Discanto, Ivano Fossati