MALEDETTI VI AMERÓ

Sergio sembra un uomo normale.

Invece è un genio.

nella sua (tutt’ora vivente) vita ha progettato e realizzato, in serie:

un letto circolare con sotto un idromassaggio (circolare, ovviamente)

poi si è stufato dell’idromassaggio, lo ha tolto e ha realizzato un materasso ad aria condizionata (!)

poi si è costruito una piscina 10 per 24. ma profonda 3 mt 🙂

e una bicicletta-moto-bicicletta.

Ed è l’uomo più umile che conosca.

Lui crede nello svitol. avete capito il nesso col titolo del post?

dice che è penetrante.

Beh, ragazzi, sono estasiata. :-)))

soundtrack: L’interprete di un film, Lucio Battisti

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UNA DONNA TUTTA SOLA

Ma perché sono mesi che non riesco a montarmi la tavoletta del cesso?

Eppure fino all’anno scorso c’ero sempre riuscita…

Eppure da sola ho fatto di tutto e di più.

Tipo tirarmi su due figli 🙂

Ma la tavoletta del cesso, quella ultimamente proprio non va.

Sarà un sintomo?

Forse ho deciso (che me lo meriti è già chiaro da un bel po’) che voglio un fidanzato come si deve?

Finalmente?

Eh? 🙂

Eh, ragazzina come sono… lo voglio proprio carino, stavolta.

Tipo, che mi deve un po’ strapazzare sull’onda del funk. O almeno del groove 😉

soundtrack: You can’t hurry love (ma io ho molta pazienza…), Diana Ross & The Supremes

soundtrack 2: Una storia d’amore, Jovanotti 🙂

COSÍ LONTANO, COSÍ VICINO

Stamattina mi è arrivata una telefonata, che diceva che Veronica non c’è più.

È successo due settimane fa e nessuno mi ha avvertita.

Lei abitava in un’altra regione, sul mare. Non la vedevo da anni.

Ma siamo state molto amiche, ai tempi dell’università, perché era venuta a studiare nella mia città.

Abitava in centro, in una torretta e bisognava fare tanti di quei gradini, prima di arrivare da lei. La cosa buffa era che l’ultimo gradino, quello dentro casa, era leggerissimamente più alto degli altri, e così tu, spossato da nove rampe, invariabilmente incespicavi, e non di rado finivi a pelle di leone davanti ai suoi impietosi e divertiti occhi scuri.

Veronica era una specie di Irene Papas ligure, con una marea di capelli neri e una bocca da urlo.

Aveva un pessimo carattere e non le mandava a dire.

Ma era leale, e anche abbastanza ospitale.

Quante notti abbiamo dormito assieme contandocela di uomini, e il sonno arrivava sempre a metà risata, con noi due di schiena, chiappe contro chiappe 🙂

Era tornata sul mare, aveva trovato un marito in gamba, aveva fatto il veterinario come voleva fare, aveva avuto tre bambini, viveva in una bella casa di pietra con le amache in giardino.

Le era capitata la sfiga di questa malattia, e ci lottava già da un po’.

Le telefonavo tutti gli anni, sempre in questo periodo, e parlavamo e ridevamo, nonostante tutto.

Lei non mi cercava mai, troppo scorbutica per farlo 🙂 Però si sentiva che era contenta se la cercavo io.

E l’anno scorso mi aveva detto che stava meglio. Stavo pensando di chiamarla, in questi giorni, e me la immaginavo di frequente, nel suo giardino. E sempre bella, con quell’aria da guerrigliera palestinese.

Ciao, Vez. Chissà dove te ne sei andata.

soundtrack: Alone again, Gilbert O’Sullivan

FLASHDANCE

Credevo di essermi emozionata abbastanza in dodici (quasi) anni di recite scolastiche.

Di natale, di pasqua, di festadellamamma, di fineannoscolastico.

Invece no. Stavolta non me lo aspettavo.

Come (quasi) tutti saprete, oggi è l’ultimo giorno di scuola.

E io sono andata a vedere il saggio finale, ovvero “festa della musica” della mia figlia maggiore, che ha finito la prima media.

Eh, insomma è stato tosto.

Anzi, tostissimo.

Nove classi si sono prese per conto loro e, per una volta, si sono sbarazzate degli adulti e si sono totalmente autogestite.

E hanno fatto meraviglie, tutti. Mica solo la classe di mia figlia 😉

Si sono scelti dei pezzi che sconquinferano anche noi “grandi”, tanto per dire Madonna, o B. Spears, o Eminem.

>Insomma una specie di ponte tra noi e loro.

Si sono fatti da soli le coreografie: incredibili. Noi alla loro età eravamo praticamente delle foche…

Io li ho guardati, tutti.

E non riuscivo a smettere di piangere. Non per una commozione canditamente materna, per carità.

Ripeto li ho guardati tutti, e credo, allo stesso modo. I maschi un po’ più goffi.

Ma niente male, certi passi hip hop :-)…

Ma le femmine… uno spettacolo. Tutte quante: grasse magre alte basse, ma che belle, accipicchia.

E come ballavano. E che sguardi. Coraggiosi. Sfrontati. Fiduciosi.

Aperti su un mondo che io sinceramente non so se sarà loro.

Poi alla fine, tutte le terze hanno fatto Imagine, che può essere ormai banale, ma a noi sui 45 ci fa sempre un effettone…

Tre file, una di flauti, una di voci, una di tastiere. E in un angolo, due ragazzini sparuti con le loro chitarre elettriche, i loro amplificatorini e il loro pedalini per gli effetti.

Ho mangiato musica per quasi vent’anni.

Quei pedali mi hanno fatto venire la pelle d’oca.

E chissà se capivano veramente, mentre cantavano, cosa vuol dire “and no religion too”… ma secondo me, confusamente, sì 🙂

Noi viviamo in un paese agricolo che puzza di letame, niente di che. Agricoltori e piccoli imprenditori.

Molti immigrati, moldavi, rumeni, albanesi.

È tutto molto normale, non mi sarei aspettata una cosa così. Un tale amore per la danza.

La cosa più commovente che abbia mai visto, davvero.

E tutte queste espressioni significavano una cosa sola.

Maschi, femmine: ci guardiamo, ci annusiamo, cerchiamo un contatto.

Ma non siamo sicuri.

soundtrack (evidentemente): What a feeling, Irene Cara