on connait la chanson

10342877_10206213199426509_7790946484025941193_nCaro Moroso,

mi dispiace di essere stata così triste in questi giorni, proprio quando il nostro sapere di esistere l’uno per l’altra (anche a distanza, per tanto tanto tempo) compiva quarant’anni.

E quando mi chiedi che cosa sei per me sappi che no, non te lo posso dire.
Perché, come al solito, non trovo le parole.

soundtrack:

Annunci

sayonara

Caro Carlo,

non ci sono parole ma, in qualche modo, devo pur trovarle altrimenti non so come uscirne.
Strano ma vero, altri amici hanno fatto il salto prima di te e mi hanno procurato un grande dolore però mai uno smarrimento e un senso di vuoto come questo. Sarà che sto invecchiando (e magari rincoglionendo), sarà che sono stanca, sarà che sono caduta dalle scale del Posto con un vassoio pieno di bicchieri e ora sono tutta blu, sarà che da ieri piove ininterrottamente (eppure tutto sa di primavera, forse questa cosa è la più crudele) e mi sembra che anche il cielo stia piangendo, sarà che te ne sei andato così improvvisamente e nel modo più stupido (tu che avevi tutto) e ci hai lasciati con un palmo di naso. Sarà. E io non riesco a farmene una ragione.

Ti avessi chiamato al telefono, tre minuti prima che uscissi dallo studio, dopo mesi che non ci vedevamo. Ti conosco, mi avresti odiata perché magari avevi fretta di tornare a casa. Mi avresti odiata (e trattata male) ma quella macchina sarebbe passata senza incontrarti e tu ora saresti ancora lì a smanettare i tuoi magici cursori per creare la musica che solo tu sapevi addomesticare a quel modo che era il tuo modo.

Invece te ne sei andato via e ti sei portato dietro i miei anni più belli, quelli dell’università, quelli in cui ho scoperto veramente la musica, quelli in cui si provava (e poi, prima dei concerti, mi venivano gli attacchi di cagotto) e per il resto del tempo si campeggiava in studio da Gigi o a Revigliasco. A me sembrava un’avventura meravigliosa fin dal momento in cui, dopo un seminario di Storia del Cinema al quale ci eravamo tutti e due casualmente iscritti, mi avevi fermato nell’atrio “dei passi perduti” di Palazzo Nuovo e mi avevi detto ehi, tu, sai cantare?

Forse non sapevo cantare, oppure non sapevo cantare come sarebbe piaciuto a te che sapevi suonare tutto, cantare tutto. Forse ero troppo timida e goffa. Certe volte mi hai fatto piangere ma mi hai insegnato un sacco di cose. Avevi il tuo carattere ma eri così speciale che sapevi farti voler bene e io te ne ho voluto un sacco, sempre.

E quindi, insomma, fuori sta continuando a piovere e piovo anch’io (si può dire?). Ma oggi è il mio giorno di riposo e lo sto passando a cucinare per cercare di guarire la tristezza. Questa sera verranno amici a cena e mentre impastavo il pane pensavo che ti sarebbe piaciuto quello che sto preparando.

Tra qualche giorno ci sarà l’ultimo addio e, se avrò il coraggio di venire, so che ne uscirò stremata dall’emozione come dopo le recite dei miei figli bambini. Sarà l’ultimo strappone.

Dopo, forse smetterà di piovere. E io smetterò di piangere.
Sayonara, arrivederci.