cecità

images-1Ore quindici. Stazione ferroviaria di Asti.

Faccio le scale in salita, abbastanza faticosamente.
Con la coda dell’occhio vedo un uomo cieco che chiede informazioni.
Continuo a salire le scale pensando che, in fondo, sono fortunata. Non sono cieca.

Arrivo nell’atrio, l’uomo cieco è davanti a me che muove il suo lungo bastone telescopico contro la vetrina di un negozio. Non può proseguire.
A dispetto della mia timidezza, mi avvicino e, con la massima naturalezza, lo prendo delicatamente per il gomito destro (ma dove l’avrò imparato, questo gesto?) e gli domando dove vuole andare.
Lui mi risponde, con la massima naturalezza, che vuole andare al bar in fondo all’atrio.
Non conosco bene la stazione di Asti, non so nemmeno se ci sia un bar, ma ci avviamo a passo spedito. Lui cammina perfino più veloce di me.

È incredibile come si lasci “portare” da una perfetta sconosciuta. Incredibile per me, lui ci sarà abituato.
Mentre camminiamo attraverso l’atrio (e io vedo il bar, sul fondo) lui mi dice nel frattempo le racconto una barzelletta veloce.
Lei lo sa perché i caprioli, in montagna, nei prati, fanno tanti salti?
Perché gli piacciono le capriole.
Io rido, e (davvero) non per finta.
E lui aggiunge vede? è una barzelletta che si può raccontare anche ai bambini.

Lo lascio davanti alla cassa e lo avverto che, davanti a lui in coda, c’è un’altra persona.
Vado perché devo correre al lavoro.

Esco nel caldo rovente della piazza e mi sento su di giri per la prima volta da tanto tempo, in questo periodo di decisioni importanti, di insicurezza, di dubbi, di fatica e di coraggio a tutti costi.
Sono contenta perché sono stata utile a qualcuno, sono stata brava e mi sento più buona.

Ma poi penso che, in fondo, non è così. È solo un’apparenza: non sono altro che una stronza qualsiasi, solo più fortunata.
Insomma, un’altra forma di cecità.

soundtrack:

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anima persa (great expectations 5)

17162430-fiori-appassiti-secchi-avvizziti-l-39-ambiente-biancoMa come, dopo che non ti fai viva da gennaio e ti chiamo io, non hai altro da dirmi?
Tipo che forse il lavoro in gelateria (con i vouchers) è più sicuro che aprire un locale?

Non ti ricordi più che ci conosciamo dai tempi dell’università, che ci siamo volute bene, che ci siamo sempre difese l’una con l’altra, che ai concerti ti caricavo sulle spalle per farti vedere (ché sei alta unmetroecinquantadue, forse ora un po’ meno), che ci siamo raccontato tuttotuttotutto e che conosci i miei sogni, che abbiamo preparato un sacco di esami insieme e che insieme abbiamo dormito e, qualche volta, sbronzate, che hai visto i miei figli piccoli, che hai fatto a casa tua la festa per i miei quarant’anni, che ci siamo sfinite di balli e di chiacchiere?

Io credevo che un’amicizia come la nostra fosse per la vita. Io credevo che tu mi volessi bene.

Invece, come dici tu, siamo invecchiate. Sei presa dalla tua bellissima barca e dai tuoi cani che abbaiano sempre senza motivo.
E quando ti parlo dei miei progetti, dei quali non hai una minima idea, tanto non potrebbe fregartene di meno, mi chiedi informazioni in tono distratto e, quando ti rispondo, ascolto brevi silenzi di disapprovazione.
Giusto un ultimo augurio (assai stentato): spero che tu riesca ad aprire.
Come, che io riesca ad aprire? Io apro, eccome!

Ci tenevo, al tuo tifo.
Almeno in memoria del nostro bene, ne avrei avuto bisogno.
Macché, niente. Ma come fai?

Ecco perché, alla lunga, si diventa dei solitari (e si sta pure bene).
Sei un’anima persa, M.

E, al posto del cuore, hai una rapa.

soundtrack:

sciopero

787020_com_rodchenkouEt voila, siamo senza alimenti.
Così, di punto in bianco.

Significa che non posso pagare l’affitto.
Significa che devo trovarmi un (altro) lavoro provvisorio fino a settembre.

Per fortuna, il secondo lavoro (con i voucher, altrimenti addio sussidio) l’ho trovato, e adesso funziona così:

– mattino. Mi sveglio alle nove (prima non gliela fo’), faccio la spesa di corsa e le due commissioni burocratiche per il Posto.
Prendo il treno alle undicieunquarto e vado ad Asti.

– pomeriggio. Lavoro fino alle seiemezzo, riprendo il treno.

– sera. Arrivo (se il treno non porta ritardo) alle ottomenoventi, passo a salutare mia madre, torno a casa, preparo la cena, sparecchio.

– notte. Alle noveemmezzo mi butto sulle bozze. Finisco verso le tre.

Ora: avendo chiesto formalmente una sorta di collaborazione nelle faccende di casa ai Figli Adolescenti (ex teneri – ma mica poi tanto – kids e ora, soprattutto in vacanza, sfingi nullafacenti) e avendone ricevuto in cambio sbuffi, indifferenza e insubordinazione, ho deciso di reagire.
Perché non è obbligatorio fare la schiava per tutta la vita.
Perché il buon esempio non è servito a niente.
Perché le parole è come se non le dicessi.
Perché sono stanca e preoccupata.
Perché, dopo diciannove anni, mi sono rotta le palle.

Così, stasera, trovando la Figlia sdraiata sul letto a guardare un film e il Figlio assente (e un lavello da incubo), ho scelto di fare la rivoluzione: mi sono preparata la cena. Solo per me.
E ho deciso che, porcapaletta, scendo in sciopero.
D’ora in avanti e finché le cose non cambiano, lavo solo la mia roba, cucino solo il mio cibo, stiro solo la mia biancheria (anche perché non potrei fare diversamente). Ecco.

Reazioni:
il Figlio, dopo un primo momento di sorpresa vedendomi banchettare (si fa per dire, pasta in bianco e insalata) da sola, si è preparato qualcosa da sé.
La Figlia (diciannovenne), dopo avermi fissato con gli occhi sgranati, (e prima di chiudersi in camera sua sbattendo la porta) se ne è uscita con una sola, definitiva, lapidaria parola: stronza!

Non so, ma mi sa che la guerra è appena cominciata.

soundtrack: