non uno di meno

Ma che ci sto a fare, io che vengo dalle colline intorno a Torino e che anche ora abito in provincia, sotto un nubifragio in una città che non è la mia e che finora mi ha dato ben poche soddisfazioni, con il Duomo davanti, che è bellissimo ma mi fa anche un po' paura?

Piove disperatamente, il mio ombrellino cinese da due soldi non serve a un cazzo e sono bagnata come un pulcino, con le mie amate minorchine rosse sfondate dall'acqua e la borsa indiana di tela che si scioglie con tutto il suo contenuto.

Eppure ho fatto di tutto per essere qui e, ora che sono qui, sono contenta, anche se non capisco perché.
C'è una bella atmosfera, rilassata e affettuosa, c'è gente che sale sul palco e dice cose emozionanti.
Ma io non sono di qui, e la pioggia e il freddo mi fanno male alle ossa. Però, a tornarmene a casa, non ci penso neanche.

A un certo punto, alzo lo sguardo e vedo un arcobaleno, grandissimo. Va da Palazzo Reale a dietro il Duomo.
Nitidissimo, strepitoso. Non ne ho mai visto uno così.
Dopo cinque minuti gli arcobaleni sono due.
Mai visti due arcobaleni insieme.

Smette di piovere e sale sul palco Neri Marcoré.
Lui non è milanese, e lo dice. Ma poi cita John Fitzgerald Kennedy che a Berlino Ovest, davanti al municipio disse io sono un berlinese.
Anche Neri Marcoré, stasera, si sente milanese.

Ecco. Allora anch'io capisco perché sono qui, a tremare di freddo in una città che non è la mia e a tifare per un sindaco che non sarà mai il mio sindaco.
Semplicemente perché (e spero non suoni retorico, per me non lo è) ovunque ci si voglia muovere verso la libertà, lì – se posso – io ci voglio essere. Ed è importante che anche io ci sia, siamo in cinquantamila, se non ci fossi ce ne sarebbe uno di meno.

Così stasera, in una Piazza del Duomo praticamente a tappo nonostante la pioggia, dopo tre anni mi sento finalmente (anche) milanese.

soundtrack 🙂 :

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il dottor t e le donne

Un tre anni fa il dottor T., neuropsic tra le altre cose piuttosto belloccio e consapevole di esserlo, mi aveva guardata dritto negli occhi e aveva detto: signora, è solo questione di tempo. Le dò due anni e poi lei mi sbrocca.

Grazie, dottor T.
Non dico che sono un fiore, ma ho già un anno di vantaggio sulla sua profezia 🙂
Se anche capitasse da un momento all'altro beh, son pur sempre soddisfazioni.

soundtrack:

habemus papam

Nanni Moretti per me è come un vecchio amico dei tempi del liceo: il primo della classe, quello che faceva politica sul serio e non mancava mai un'assemblea, pistino e un po' pizzone, certe volte supponente, certe volte anche simpatico.
Un amico che anche allora dovevi prendere a piccole dosi ma col quale hai comunque passato un paio di serate indimenticabili, o un paio di nottate a bere, fumare e parlare.
Uno che non vedi quasi mai, ma che dopo un po' ti manca. E che, quando lo rivedi, un po' ti piace (anzi, in fondo ti piace un sacco) e un po' ti fa venire il nervoso. Non so se rendo l'idea.

Dei film di Nanni Moretti, molti ne ho amati, qualcuno no. E, come tutte le vecchie compagne di liceo, mi imbarazza oltremodo vederlo recitare in scene di sesso (anche perché, come tutti i veri timidi, è negato) ma questo l'ho già scritto qui, in passato.

Tra i suoi film che ho amato, quelli che ho amato di più sono Palombella rossa e La Messa è finita. Forse perché sono i più amari e delicati, i più intimi. Quelli in cui, anche quando faceva l'antipatico, non riusciva mai a essermi antipatico fino in fondo.

Per questo mi sono emozionata, questa sera, a vedere Habemus Papam.
Scrivo a caldo, non spenderò tante parole e le parole saranno confuse perché ci sto ancora ragionando.

Per cominciare, Michel Piccoli è un grande, E mi ha fatto pensare a quel bellissimo film di Manoel De Oliveira, Ritorno a casa, in cui era un vecchio attore di teatro, stanco e reso completamente solo da un incidente automobilistico. Chissà se Moretti ci ha pensato, quando fa dire al Papa che mestiere faccio? faccio l'attore, di teatro.

Per finire, la solitudine. È lei la vera protagonista di questo film, struggente e incantevole, anche se è un film pieno di gente, di gruppi, di folle.
La solitudine dei cardinali che si calano di valium e non solo (ma questo è un ansiolitico maggiore, è roba forte!…) per fare mattina, quella della guardia svizzera sprangata negli appartamenti pontifici ad abboffarsi di dolci davanti alla tv, quella dello psicoanalista che ha nostalgia della moglie, quella del Papa che dice non ce la faccio.

E in mezzo ci stanno le partite di volley, l'attesa dei fedeli in Piazza San Pietro, la goffaggine dei giornalisti, le facce candide delle suorine giovani, i canti dei Papaboys, la stanchezza della gente comune stipata sui bus, il senso di inadeguatezza di clero e psicoanalisi nel tentativo di capire.

Almeno tre le battute superlative: soffro di deficit di accudimento (sbranando una bomba alla crema in un forno in piena notte), lei non andrà all'inferno, l'inferno è un posto deserto (durante una partita di volley), mia moglie frequenta un uomo da due anni, è una brava persona, fa lo psicoanalista anche lui (durante una partita a carte).

Già, è proprio vero, ma perché gli psicoanalisti si sposano con gli psicoanalisti e poi, quando si separano, si mettono con altri psicoanalisti? 😀

soundtrack:

memorie di una geisha

a scuola da nobu


Anni fa è capitato che fossi innamorata (che parolona, eh?).
E siccome da sempre sono affascinata dal Paese del Sol Levante, presa da raptus mi ero comprata L'arte giapponese del sesso – Manuale per aspiranti geishe. In fondo è un libro divertente e mi rendo conto che bisogna essere davvero felici e un po' sceme, per decidere di leggere una roba così.

Ora capita che mi senta sorpresa e, per la festadellamamma, mi sono regalata Nobu West – La cucina di Nobu e l'Occidente. Direi che ho fatto progressi (negli stati d'animo e nelle letture relative) 😉

Nobu Matsuhisa, chef eccelso, dice questa cosa: Io metto sempre qualcosa di speciale nei miei piatti: il cuore, o kokoro, come diciamo in giapponese. Fate come me: metteteci il cuore nelle vostre ricette.

Detto (o meglio, letto) fatto: questa sera a cena, il kid maschio si è visto sbattere sotto il naso i medaglioni di rana pescatrice in salsa agro-piccante con zucchine novelle, germogli di soia e fiori di zucca spadellati e perini mignon con sale nero vulcanico delle Hawaii.
La ricetta, ovviamente, è di Nobu. Ma ci ho fatto qualche variazione, eliminando i finocchi (che mi sarebbero stati lanciati immediatamente in faccia), sostituiti dalle zucchine novelle e aggiungendo i germogli per fare piatto unico e i fiori come decorazione (mica li potevo buttare).
Per la salsa, non avevo il mirin e l'ho inventato con un pizzico di zucchero di canna e due gocce di aceto bianco. E poi mi piaceva il sale nero sui perini mignon, per il resto ho seguito fedelmente le istruzioni che sono essenziali e molto chiare.

Insomma, è un bellissimo libro, ve lo consiglio.
Non vi consiglio, invece, di servire una simile delizia a un figlio adolescente.
Meglio a un fidanzato, se ne avete uno a tiro.

(grande) soundtrack:

l’insostenibile leggerezza dell’essere (elogio dell’imperfezione)

Dopo vari tentativi, sono pronta a smollare la ricetta delle paste di meliga.
Solo, dimenticatevi della perfezione formale (soprattutto per chi è piemontese) del fornaio sotto casa: lui ha forni enormi e professionali e, in più, farine particolari che non si trovano al supermercato.

Però preparatevi ad un'esperienza gustativa da sballo 🙂

Accendete il forno a temperatura 200°, mettete a sciogliere sul fornello a fuoco dolcissimo 250 grammi (aiuto!) di burro e nel frattempo, in una scodellona mescolate 300 grammi di farina bianca, 200 grammi di farina di mais (che non sarà mai abbastanza fine, ma pazienza), 180 grammi di zucchero bianco, un pizzico di sale, la scorza grattugiata di due limoni non trattati e mezzo cucchiaino di lievito istantaneo per dolci.

Versate il burro fuso nella miscela, mescolate bene e aggiungete 4 tuorli d'uovo.
Cominciate a lavorare la pasta, nella scodellona, con le mani.
Vi sembrerà cemento.
A questo punto, infatti, viene il difficile: dovete far passare la pasta attraverso un sac a poche (possibilmente di quelli grandi, fatti di tela cerata, altrimenti spaccate tutto) con una bocchetta tonda dentata di 14 millimetri di diametro, per cui dovete diluire.
Usate il latte, aggiungendolo in minime quantità (un paio di cucchiai per volta) e dopo ogni aggiunta fate una prova con il sac a poche. Ricordatevi che per spremerla fuori, la pasta delle paste, dovete usare (quasi) tutta la vostra forza. Se viene fuori troppo facilmente poi le paste di spapocchiano in cottura, ma alla fine vanno bene anche così, tanto, il sapore sarà comunque superlativo.

Pronti? Via!
Stendete un foglio di carta da forno sulla teglia più grande che avete e con la tasca fate le paste (a me piacciono tonde, ma si possono fare di tutte le forme che volete). Fatele piccole e ben distanziate, cuocendo si allargano (con queste dosi ne vengono circa 25).

Schiaffate la teglia nel forno e contate circa 15 minuti (durante i quali potete massaggiarvi, o farvi massaggiare dal partner i muscoli degli avambracci che saranno certamente provati) ma sorvegliate, sono da tirare fuori appena si dorano lungo il bordo inferiore.

Fate raffreddare le paste di meliga e mangiatele preferibilmente (ovvero se ce la fate) il giorno dopo.
Sono fantastiche anche da sole, ma con lo zabaglione sono letteralmente da orgasmo.

Lo zabaglione è facilssimo. Basta avere in casa uova, marsala (meglio se stravecchio), zucchero e uno sbattitore elettrico. Si fa così, in cinque minuti.
Mettete a bollire dell'acqua in un pentolino che ne possa contenere un altro di misura (quello più piccolo dovrebbe essere una roba concava chiamata polsonetto. il mio amico Marco ce l'ha e glielo invidio moltissimo). Sbattete furiosamente 4 tuorli d'uovo con 4 cucchiai di zucchero. Quando il pappone diventa bianco versatelo nel pentolino più piccolo e, mescolando con una frusta a mano, versateci dentro 4 mezzi gusci d'uovo di marsala (o di malvasia, o di barolo, se volete fare i fichi).
Abbassate la fiamma (l'acqua non deve più bollire, solo fremere), ficcate il pentolino piccolo in quello più grande e montate lo zabaglione intanto che cuoce. Quando è denso e spumoso versatelo nelle coppette e servitelo tiepido con le paste di meliga.

Ululerete (e farete ululare) per ore e ore. Altro che sesso selvaggio 😉

soundtrack (e non perdetevi il balletto :-D):

io so che tu sai che io so

Mi veniva da ridere, stasera al telefono, a sentire un mio vecchio amico che mi diceva sai, quando sono stanco morto dopo una giornata di lavoro, chiudermi in cucina e darci sotto di padelle mi riposa e mi rilassa. Anzi, quando sperimento qualche nuovo piatto e non mi viene esattamente come vorrei io, poi ci resto male. E, ti dirò di più, ogni tanto mi compro un libro di ricette e se ho tempo, capace che passo un pomeriggio a leggermelo, dall'inizio alla fine. Avrò mica qualcosa che non va?…

😀
Caro, vecchio B.
Lo sai, vero, che io i libri di cucina me li porto anche a letto?

Anzi, sabato mattina, mentre aspetto il treno per Torino, faccio un salto alla Feltrinelli e ne prendo uno. Per te.

soundtrack: