preferisco il rumore del mare

Sottotitolo: canzoni che mi fanno venire il nervoso.

Sarà perché non sopporto il casino, in generale.
Sarà perché mi tocca ascoltare una radio molto commerciale, beneamata dagli animatori del centro estivo, che la sparano al massimo volume per la maggior parte della giornata.
Ma io proprio non reggo, fondamentalmente:

Parlami d’amore, Negramaro.
Stanno (veramente) esagerando con gli urletti.

Bruci la città, Irene Grandi.
Cosa significa, precisamente, leccare questo tuo profondo amore?

Lascia stare, Biagio Antonacci.
Appunto, lascia stare.

La compagnia, Vasco Rossi.
Che bisogno c’era, dopo Battisti?

Ah, e poi anche La cura, Franco Battiato.
Perché è bella sì [e la mia cu mi odierà, magari ;-)], però dopo la centesima volta che l’ascolti ti rendi conto che il testo è il classico elenco di balle (o di promesse che non possono essere mantenute) che un qualsiasi maschio usa fare ad una qualsiasi femmina.
Che si vuole cuccare.

soundtrack: Abbassa la tua radio per favor, Alberto Rabagliati

convoy

busSe due miei amici, peraltro sempre di corsa e con un sacco di cose da fare, inchiodano la macchina nel caos del traffico di una città trafficatissima per scattare questa foto, significa due cose.
1. che mi pensano 🙂
2. che do un’idea di grande solidità.

Beh, questo un po’ mi stupisceun po’ mi commuove.
Chissà se sono davvero così.
Forse, in piccola parte, .

Ma non sono mica sola.

Quante persone, in questo Paese, lavorano quasi dieci ore al giorno, per circa quattro euro all’ora, magari con un contratto co.co.co. che dura un mese.
E hanno una laurea però magari, per vari motivi che la vita ti mette tra i piedi, si sono distratti un attimo e hanno perso più di un treno.
In queste dieci ore stanno al caldo, con la lingua di fuori.
C’hanno paura per i propri figli.
Non hanno neanche tempo per fare una pipì.
E magari, grosse responsabilità.
Cercano di non pensare al futuro, perché l’unico modo per trovare la forza è vivere giorno per giorno, altrimenti al mattino va a finire che non ti alzi più.

Siamo in tantissimi, ci pensavo oggi mentre tornavo a casa, e in macchina c’erano quarantotto gradi.
In qualche modo, anche se siamo deboli, siamo (anche) forti.
E, da un certo punto di vista, meno male che ci siamo, e che teniamo duro.
In fondo siamo utili ad un sacco di altre persone, forse messe ancora peggio di noi.

Personalmente, quando sono tornata a casa, ero contentissima.
Perché ho potuto finalmente fare la cacca che mi sono dovuta tenere almeno per sei ore, perché a scuola non c’era modo di ottenere la cartigienica, e sfortunatamente mi ero dimenticata di portarmi dietro i kleenex.

soundtrack 1: Grace, Jeff Buckley
soundtrack 2: Gioia e rivoluzione, Area
soundratck 3: Diesel, Eugenio Finardi

una gita scolastica

gitaAlga guida impavida ai novantallora sulla tangenziale (est? nord? ovest? boh.) nonostante la notte praticamente insonne che le fa ballare l’occhio sinistro.
Sono le settetrenta e la giornata si preannuncia splendida: cielo terso e blu, brezzolina fresca, sole a palla che minaccia un caldo sahariano nelle prossime ore.
Alga sorpassa di slancio una fila di tir molto pittoreschi.
Alcuni caricano tubi arancioni di un metro di diametro, altri sembrano giganteschi rocchetti, altri trainano serbatoi di acciaio abbagliante che sembrano siluri atomici.

Alga si sente molto determinata ma, nello stesso tempo, una morsa di quasi nausea le stringe lo stomaco.
E lei lo sa, il perché.
Oggi è un dannato martedì.
Di martedì si fanno le uscite con il centro estivo.

Ore otto: tutti davanti a scuola.
A che ora arriva l’autobus?
Alle nove, dobbiamo aspettare un po’.
Ma perché non arriva?

Perché sono le otto e dieci.
Che ore sono?
Le otto e trenta.
Amore, scusa un attimo, sono in galleria.
Ehi, non te ne andare di qui, tra poco arriva l’autobus.
Ma io devo fare pipì.
Ok, basta dirlo, andiamo a fare pipì.
Mhhhh, non si mangia con le mani! Ma sì che si mangia con le mani!
Che ore sono?
Le otto e quaranta.
Amore, scusa un attimo, sono in galleria.

Ho sete.
Ho fame.
Non posso stare fermo.
Non sono io, sono Mister Bean.
Sull’autobus voglio stare da solo.

Insomma, alle nove arriva l’autobus.
L’autista si perde sulla tangenziale.
Dopo un’ora Alga si sente un po’ prigioniera.
All’interno dell’autobus strillano contemporaneamente cinquanta bambini, e gli animatori allora tirano fuori una vera genialata, tanto per ingannare il tempo.
Gli animatori si dividono in animatorimaschi e animatorifemmine.

Gli animatorimaschi hanno circa ventanni, sono mori con occhi neri e ciglia lunghe.
Indossano magliette della cooperativa di turno con le maniche arrotolate da cui spuntano foreste di peli scuri stranamente non puzzolenti.
Sotto, portano bragoni fiorati con cinture borchiate e fibbie a forma di maiale oppure con gigantesche lettere tipo D&G.
Hanno berretti fatti di rete con visiera che calzano vezzosamente sulle ventitré.
Sfoggiano enormi tatuaggi tribal sui polpacci pelosi, e sneakers Tiger.
Parlano come la Litizzetto in versione maschile.

Gli animatorifemmine hanno circa ventanni, sono bionde mesciate e alcune sfoggiano un solo (!) dreadlock sulla nuca (Alga considera questa cosa una prova di poco coraggio, quando hai i capelli sciolti si può facilmente nascondere).
Indossano magliette della cooperativa di turno con bordo inferiore arrotolato da cui spuntano piercings all’ombelico.
I piercings, veramente, li hanno anche in faccia (labbra e lingua comprese, e la pronuncia ne risente), piuttosto a profusione.
Sotto, portano pinocchietti, o pantaloni tipo alla zuava, o cargo.
Calzano in testa bandane con la pubblicità della birra Ceres, graziosamente sulle ventitré.
Sfoggiano piccoli tatuaggi floreali sui polpacci depilati, e scarponi Etnic.
Parlano come la Litizzetto.

Gli animatorimaschiefemmine hanno qualcosa in comune:
non salutano mai l’Alga, anche se lei si mostra sorridente e cerca di interloquire (saran timidi);
la chiamano signora (e l’Alga si sente morta e sepolta);
le poche volte che le parlano le danno del lei, ovviamente.

Inoltre, hanno in mente la stessa genialata per ingannare il tempo sull’autobus alla deriva.
Metter sullo stereo musica tecno a 170 decibel.

Perché così i bambini si divertono, giusto?

p.s.
nella foto potete ammirare un "corno" (ma non si chiama propriamente così, il termine tecnico dovrebbe essere palco) di daino rinvenuto durante la passeggiata nel bosco, e che è fruttato un corpo a corpo tra Alga e Amore, scusa un attimo sono in galleria che lo voleva usare come clava.

soundtrack: Bernie’s holiday camp, The Who

lawrence d'arabia

tabouléQuesto è un taboulé di boulgour integrale biologico, con pomodori, cipollotti, succo di limone, uva sultanina, foglie di menta piperita, peperoncino.
L’ho appena fatto, è venuto proprio bene.

Sto preparando una strana caprese, che ho letto tanto tempo fa su un blog di una mia amica, che ancora non era una mia amica.
Però la ricetta mi faceva già sbavare allora 🙂

Stasera vengono a cena le mie colleghe simpatiche.
Sono stanca.
Mi fanno male le gambe.
Ho il cuore in cantina (come dice la Nannini).

Ma l’aria al tramonto è dolce, non morde più con i suoi quarantagradi delle due del pomeriggio.
Il gelsomino sul balcone sta scoppiando di fiori.
Lo so già che alla fine rideremo, alla luce delle lanterne.
Ho messo in fresco il Bordeaux, che con il taboulé e la capresemonamour fa un’accoppiata un po’ osé.

Insomma, per ora sono ancora viva.
E son piena di persone che mi vogliono bene.

soundtrack: Umanamente uomo, il sogno, Lucio Battisti

qualcuno volò sul nido del cuculo

Santa Lucia, per tutti quelli che hanno occhi
e gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità  di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.

Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro,
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l’anima e le ali.

Per chi vive all’incrocio dei venti
ed è bruciato vivo,
per le persone facili che non hanno dubbi mai,
per la nostra corona di stelle e di spine,
per la nostra paura del buio e della fantasia.

Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano che canta,
ride e stona perché vada lontano,
fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe.
(anche la solitudine)

Io so per certo che le persone "normali", quelle che dovrebbero volerti bene (perché dovrebbe essere naturale), possono farti diventare pazzo.
E non se ne accorgono.

soundtrack: Santa Lucia, Francesco De Gregori

home alone

melanzaSono a casa da sola, la Cami è a pranzo dalla zia.
Sono ancora in camicia da notte 🙂

Ho fatto due cose rivoluzionarie.

Mettere in ordine lo sgabuzzino: son saltati fuori certi reperti archeologici

E -dato che ho preparato il curry piccantissimo di melanzane per i miei ospiti di stasera- per accompagnarlo ho fatto lo tzatziki con l’aglio di Vessalico.

Se non è cucina fusion questa.

soundtrack: Blue motel room, Joni Mitchell

per favore non mordermi sul collo

Ho appena sentito (di sfuggita, d’accordo) alla radio una pubblicità che lanciava e magnificava un album di Ella Fitzgerald che duetta con i soliti artisti.

Ma la perfettissima Ella, con quella voce assolutamente morbida e cristallina, non è purtroppo buonanima dal novantasei?

Ecco, volevo solo dire che sono disgustata.
Io, queste operazioni commerciali necrofile, non le sopporto.
Forse mi sbaglio, ma mi è sembrato di capire che tra i soliti artisti c’è anche Natalie Cole.
Lei l’aveva già fatto in passato, con il suo legittimo padre Nat King.
Voglio pensare che in quel caso c’entrassero i sentimenti.

Ma adesso, sta diventando una mania.

Aggiornamento: l’album si intitola (ipocritamente) We all love Ella.
Alla faccia.

soundtrack: La collina, Fabrizio De Andrè