birthday girl

sixteen

Cara Cami,

con quest'anno fanno sedici.
E anche se tu sei una figlia speciale (come lo sono tutte le figlie), io sono una mamma qualunque (come lo sono tutte le mamme) con tutti i miei ricordi qualunqui (o speciali) che sfoglio nella mia mente tutte le volte che penso a te (ed è piùommeno tutti i giorni) ma soprattutto oggi che è il tuo compleanno e soprattutto oggi che, per la prima volta, non sei con me.

Quando sei nata, ed eri bellissima e tutta blu, e non mi sembrava vero.
Quando hai fatto il primo sorriso e, nello stesso giorno, la cacca nella piscina di Ruta.
Quando sei stata una settimana in ospedale e dormivo vicino a te.
Quando ti sei messa a piangere perché ero risalita in macchina solo per posteggiare meglio e ti avevo lasciata nel passeggino sul marciapiede, a due metri da me (avevi un fazzoletto di lana a fiori in testa, sembravi una bambina russa).
Quando mangiavi da sola la tua cena sul seggiolone, e la cucina era inondata del sole di giugno.
Quando ti dicevo tappo e tu dicevi patto, poi ti dicevo topo e tu dicevi poto, oppure quando ti dicevo Ehi tu, baffo blu! e tu allungavi una mano verso di me.
Quando ti sei rotta il braccio cadendo dai roller.
Quando cantavamo assieme Il Pippero, in macchina.

Poi le cose han preso un'altra piega e il tempo è volato, abbiam fatto tante capriole (e anche tanti salti mortali) e adesso sei grande.

E adesso che sei grande, che ti posso dire?

Ti posso dire che lo so che è dura, lo era anche per me, alla tua età.
Che devi avere fiducia in te stessa, perché io ho fiducia in te.
Che mi manchi tanto.
Che sei bellissima.
Che stai appena sbocciando e siccome sei altro da me, io ti guarderò sbocciare. E farò sempre il tifo 🙂

Soprattutto, che sono felice che ci sei.

Lo so che è banale, ma è così.

soundtrack [il clip è veramente giurassico, all'epoca ero più piccola di te, però nel suo piccolo è carino. Magari ti piace. E poi lui era il batterista dei Beatles :-)]:

innamorarsi

Quando parlo a qualcuno di Guido, dico sempre il mio amico poeta Guido Catalano.
In realtà io so pochissimo di lui e lui non sa assolutamente niente di me.
Però io so che siamo amici, anche se non so perché.
Anzi, lo so il perchéguido 🙂

È che non è possibile non innamorarsi delle sue poesie che sono strane, fantasiose, buffe, immaginifiche, tristi, lievi e profondissime nello stesso tempo.
Le leggi una volta, e te ne invaghisci. Le ascolti una volta dette da lui, e te ne innamori.

Ho incontrato Guido Catalano al reading della Litnaìt, qualche anno fa, ed è stato amore a prima vista.
Ho tutti i suoi libri, che ormai son quasi consunti (a parte Sono un poeta cara, che lui stesso mi ha fatto gentilmente notare non essere stato violentato dalla sottoscritta) perché li tengo sul comodino, li presto alle persone che amo (soprattutto se sono malate o hanno avuto incidenti: la poesia cura dai dolori di tutti i tipi), li tiro fuori quando invito gli amici a cena e glieli leggo, così poi (fatalmente) si innamorano pure loro.

Quando abitavo a Torino era più facile, ora devo beccare la serata kidsfree e soprattutto diofachenonsiadivenerdìchédevochiudereilnumero, però è lo stesso bello anzi di più, perché è come rivedere una persona che non vedi da tanto tempo.

Anche ieri sera è stato bello, e la cosa più bella è che ho detto ai miei pochi amici milanesi venite con me a sentire il mio amico poeta Guido Catalano, e loro han detto sì, volentieri, ché le poesie che ci hai letto a cena la settimana scorsa erano proprio strane e belle, anzi, già che ci siamo lo diciamo anche ad altri nostri amici.

Così gli amici da pochi son diventati tanti e il mio amico poeta Guido Catalano ha avuto (come sempre) il successo e gli ammiratori che si merita, anche se aveva la tosse.

Nonostante io sappia pochissimo di lui e lui non sappia assolutamente niente di me, io ammiro il mio amico poeta Guido Catalano perché lui vive della sua poesia e, con i tempi che corrono, vivere della propria poesia è una roba eroica.

E se per caso lo avessi a cena da me, credo che gli farei lo stracotto, o la pastaefagioli, o il granbollito con le tresalse, oppure ancora la bagnacaudacomesideve: quattro piatti che io considero in assoluto la massima dichiarazione d'amore a chi si siede alla mia tavola.

soundtrack [;-)]: Magherita, Riccardo Cocciante (anzi no, Cocciantone)

lavorare con lentezza

All’inizio degli anni novanta, gli attori Johnny Depp e Winona Ryder avevano deciso di sposarsi. Johnny si era fatto tatuare le parole “Winona forever”. Quando hanno rotto, ha fatto cambiare la scritta in “wino forever” (ubriaco per sempre). Se nei prossimi giorni anche tu dovrai modificare un tatuaggio o trasformare un messaggio, ti consiglio di scegliere qualcosa di più positivo come “winner forever” (vincitore per sempre).

🙂

Grazie, Rob, ma i miei due tatuaggi me li tengo cari.
Così come sono.
In un certo senso, a guardar bene, son due sconfitte.
Ma mi ricordano ogni giorno che a queste sconfitte sono sopravvissuta. E anche alla grande, direi.

Quindi, winner o non winner (ché tanto, in anticipo non si può mai sapere), mi sono lanciata nell'ennesima sfida, ovvero fare il lievito madre, o la pasta madre, o la pasta acida che dir si voglia.

Serve, ovviamente, a far lievitare e si ottiene mescolando farina, acqua e un agente fermentante. Io ho usato il miele.

Funziona come per lo yogurt: lì i fermenti vivi si mangiano il latte, qui il miele si mangia la farina e l'acqua, facendole gonfiare e profumandole in modo gradevolmente acidulo.

Il problema sono i cosiddetti rinfreschi:
Se ho capito bene il procedimento, all'inizio l'impasto deve stare a temperatura ambiente e ogni due giorni (per due volte), bisogna eliminarne una parte e sostituirla con altra farina e altra acqua.
Poi deve giacere in frigo e ogni cinque giorni (per tre volte) la cosa va ripetuta, dopo di che il portento è pronto e promette pizze, focacce e pani da urlo.

Però.

Intanto è lungo (e io, nonostante l'esercizio zen quotidiano che da anni eseguo con discreto successo, per certe cose rimango drammaticamente impaziente) e non è detto che riesca al primo colpo.

Per esempio, quel che vedo ora nel barattolo di vetro e che mi sembrava bello vivo, dopo tre giorni di frigorifero assomiglia a una mappazza in letargo :-/
Non so se è normale.
Forse no, forse sì.

Lo saprò solo fra quindici giorni e dopo altri tre rinfreschi.
Nel frattempo l'ansia mi attanaglia e se qualche anima gentile che transita da queste parti mi volesse lasciare chessò, un qualsiasi chiarimento o anche solo una parola buona, gliene sarei immensamente grata.

E comunque, anche se per stavolta l'esperimento mi dovesse andare a puttane, io ci riprovo, sì.
Perché (e chi mi conosce lo sa), nel mio piccolo, io non mollo mai.

soundtrack (adoro questa cover :-D):

passaggio in india

56678314 Son quasi due anni che sto a Milano.
All'inizo speravo in un colpo di fulmine, come per Genova, invece no.

È un avvicinamento lento, questa città l'assaggio un pezzetto per volta e quel che mi guida, fondamentalmente, è la curiosità dei miei sensi, primi fra tutti gusto e olfatto.

Per dire, se all'orizzonte si materializza un negozio di alimentari strano, snobbo alla grande le più belle vetrine piene dei più bei vestiti e mi precipito alla scoperta di nuovi sapori e di nuovi odori.

Così è stato oggi pomeriggio a Porta Venezia, quando i miei occhi hanno incrociato un'insegna che recitava Krishna Indian Bazar.

Zot.
Tutte le vezzose lusinghe di Corso Buenos Aires si sono polverizzate in un nanosecondo, spazzate via dalla prorompente consapevolezza che già da parecchio tempo avevo esaurito la scorta di mango chutney.

Beh, mi sono ritrovata in un film di Jim Jarmusch: un vero emporio scalcinato Mumbay-style.
Ovvero, il piacere di fare la spesa di tante cose buonissime (e profumatissime) per un totale di quindici euro 🙂

I Madras Pappadams, quelle robe tonde e sottili che, messe nell'olio bollente, si gonfiano a dismisura e accompagnano, aromatiche e croccanti, le mie cene indiane.

Il riso basmati pakistano, in una borsina con tanto di cerniera lampo e manici rossi (credo la riciclerò per uscire alla sera).

Il tè speziato per fare il chai, che costa la metà del Twinings e, a naso, pare moooooolto più buono [Estrellita, te ne porto una scatola :-)].

Il garam masala, da usare nel curry di lenticchie (una vagonata, dovrò cercare dei barattoli per stivarlo).

Il chutney di mango marca Patak's, secondo me la migliore (lo uso per il curry al pomodoro, ma ci sbavo dietro anche spalmato da solo su una fetta di pane tostato).

L'incenso a coni Satya Sai Baba, così tanto indiano (e solitamente introvabile).

La saponetta ayurvedica Chandrika con sette olii essenziali e olio di cocco, verde smeraldo, che ti promette una healthy and glowing skin (e se non è così, pazienza: era troppo bella e profumata per lasciarla lì).

Ma c'erano anche tredici qualità di lenticchie, i samosa surgelati, l'acqua di rose, cinque tipi di curry, uno scaffale intero di olii profumati per i capelli e per i massaggi, spezie a profusione, farine varie, chapati sottovuoto…
Insomma, in un posto piccolo e un po' scrauso, tutto quello che può far sognare ad occhi aperti una come me 🙂

E la cosa più buffa è che era pieno di clienti indiani che parlavano con il proprietario indianoin italiano!
Già, lìpperlì fa ridere, se non fosse che in India c'hanno l'hindi, il bengali, il marathi, il tamil, il telugu, il gujarati eccetera eccetera 😀

soundtrack:

tra le nuvole

Le mie tre orchidee sono rifiorite.
C’è il sole e, quando esco di casa, sento un buon profumo nell’aria.
Sono riuscita a entrare nei miei vecchi, gloriosi pantaloni di Frav.
Ho ritrovato gli occhiali da sole che avevo perso e che mi stanno così bene.
Le mie nostalgie sono sempre di meno, mi sento leggera, sganciata, sospesa.

La mia vita non è cambiata di una virgola, ma io sì (anche se non capisco come).
Per festeggiare, mi faccio una cosa spumosa e dolce.
Proprio come mi sento ora.

Mi faccio un soufflé (che non è una roba difficile, basta avere uno sbattitore elettrico) 🙂

Prendo 6 uova, separo gli albumi e li metto da parte.
Sbatto i tuorli con 2 etti di zucchero di canna, un pizzico di sale e 2 cucchiai di Calvados.
Quando il composto è chiaro e spumoso, sempre sbattendo, aggiungo 2 cucchiai di farina.

Faccio bollire 75 cl di latte e ci verso dentro il composto di tuorli, sempre mescolando, riportandolo a ebollizione.
Spengo il fuoco e lascio la crema a intiepidire, coperta.

Sbuccio 6 mele Fuji (le mie preferite, croccanti e zuccherose), le taglio in 8 spicchi e le faccio saltare in padella con un pezzetto di burro finché diventano mordide ma non molli, poi le spolvero con 2 cucchiai di zucchero.

Accendo il forno a 180°, monto a neve ferma gli albumi e li incorporo con gentilezza alla crema tiepida.
Imburro e spruzzo di zucchero il mio bellissimo stampo da soufflé di porcellana bianca e verso, alternandoli, uno strato di crema, uno di mele e così via, per finire con la crema.

Schiaffo a cuocere immediatamente e, dopo 20 minuti, immediatamente porto in tavola.

Il soufflé di mele (come tutti gli altri soufflé) va infornato pochi minuti dopo che gli albumi sono stati montati e va servito appena cotto, giusto il tempo di portarlo dalla cucina al posto dove sarà giustiziato.
È questo, il suo segreto.

Una nuvola fragrante, un dolcecoglil’attimo.

Senza star lì troppo a pensare, prima che sia troppo tardi.
Perché il momento è magico.

Perché, adesso, sono felice.
Anche se non so perché.

soundtrack:

il passato è una terra straniera

Basta poco (che, in realtà, poi è tantissimo).

Una giornata limpida e calda, una nuova amica, un cappuccino alla Feltrinelli, il mercato e una sciarpa del mio blu personale, un mojto in pieno sole vicino ai navigli, una telefonata che parte dal mare e mi raggiunge in metropolitana, mezz’ora di stretching ad ascoltare il mio corpo, una cena affettuosa con ospiti a sorpresa, foto al mio gatto e al mio cibo (wow!), un giro di carte.

Basta questo, per pensare che è ancora bello, che me lo merito, che il caso fortunato esiste, che il mio passato è doloroso (e, in qualche modo, continua a fare male) ma lo posso chiudere in una scatola e, ogni tanto, sollevare il coperchio per dare una sbirciatina e sapere che mi serve a imparare, ma che sono stata brava a metterlo da parte.
Finalmente.

Il negozio di alghe era chiuso, però avevo dei pomodori perini bio.
Con il famoso coltellaccio li ho tagliati per il lungo a metà e ho scavato via la polpa con un cucchiaino, li ho salati e capovolti a perdere acqua.
Ho tritato due minispicchi di prezioso aglio di Vessalico con un pugno di foglie di basilico di Prà d.o.p. (ostaggio delle vacanze di Pasqua a Camogli), ho emulsionato il battuto in una ciotolina con due cucchiai di olio evo e un pizzico di sale e l’ho versato sulle barchette di pomodoro, che ho sistemato sul piatto crisp (preventivamente unto d’olio) del mio microwave.

Una spolverata di pane grattugiato e poi sotto il grill per 20 minuti.

Semplici e buoni, per benedire una giornata semplice.
E (molto) buona 🙂

soundtrack:

pasqualino settebellezze

                                                   Pasqua è la festa chuovae mi piace di più.

Intanto è di primavera, quando tutto è nuovo e più dolce: chissà perché, la vita sembra più facile e le prime fioriture ti danno l'impressione di poter essere perdonato di tutti i tuoi peccati.
Poi è la festa del passaggio (per gli Ebrei) e quella della rinascita (per i Cristiani): da qualsiasi parte la si voglia guardare, è la festa di un felice cambiamento.

Anch'io vorrei (e ho bisogno di) cambiare in meglio: ci sto lavorando, e piccoli risultati già si vedono.
Per ora lavoro dentro, quando sarà il momento mi occuperò anche del fuori (ché ne ha bisogno, eh?)

Il simbolo della Pasqua è l'uovo, perché è dall'uovo che nasce la vita.
E l'uovo mi fa pensare al nido, perché è quello che vorrei.
Certe volte credo di essere abbastanza brava da fare nido, per i kids, certe volte non mi sento all'altezza.

Comunque.

Da domani sparisco per un po', ma lascio qui la ricetta di uova più buona che conosco.
È una ricetta di famiglia. È una ricetta di nido.

Fate rassodare otto uova.

Mentre cuociono, tritate con la mezzaluna mezza cipolla e un bel ciuffo di prezzemolo.
Mettete il battuto a soffriggere a fiamma bassa con un paio di cucchiai di olio evo (i foodbloggers dicono così, e io mi adeguo, sarebbe olio extravergine di olive).
Aggiungete mezzo tubo di concentrato di pomodoro e aggiustate di sale.
Allungate la pappetta con un po' di brodo vegetale, dev'essere fluida ma non troppo liquida.

A questo punto, rassodatela con un paio di cucchiai di pane grattugiato: andate piano, non deve diventare di calcestruzzo ;-), deve restare morbida, insomma, una salsa.
Finite con uno spruzzone di aceto (rosso o bianco, non importa), fate sobbollire ancora un paio di minuti e spegnete.

Sbucciate le uova e tagliatele in quarti, disponetele su un piatto da portata (mia madre lo usava quadrato) e versate con un cucchiaino la salsa su ogni spicchio.
Fate raffreddare.

Questa ricetta viene dall'Emilia, ma molti miei amici piemontesi se la ricordano da quando erano piccoli.
Forse perché assomiglia un po' al carpione, magico piatto estivo di quelle parti lì 🙂

E ha vinto la gara di cucina degli scout, l'estate scorsa.

È il mio augurio di buona Pasqua.

soundtrack: