è stata via

Alga ha ballato sull'aia, sotto un cielo di stelle, in una gelida notte altoastigiana con gli amici di sempre, la musica di sempre, che è da sempre la loro musica (sono invecchiati ballandola, insieme).

Ha dormito nella stessa stanza in cui ha preparato l'esame di Storia dell'Arte Moderna.

Ha passeggiato lungo il fiume che le piace di più e che (secondo lei) ha l'odore più buono del mondo.

È arrivata a metà di un libro speciale.

Alga è una che in qualche modo è sempre via, da qualcosa o da qualcuno.
Ma, ogni tanto, torna.

E questa volta è tornata con una bella collana, i peperoni di Carmagnola, un gigantesco bulbo di amaryllis e, soprattutto, con l'affettuosa certezza che entro dicembre avrà anche lei una petite noire 🙂

soundtrack:

com’era verde la mia valle 2

La mia salvia in vaso, quella che mi ero portata da Dogville, è morta.

Ciò nonostante, io continuo ad innaffiarla, come se niente fosse.

Ha resistito esattamente per due anni e cinquantadue giorni, davanti alla finestra, con tutte le foglie (che diventavano pian piano sempre più piccole) appiccicate al vetro.
Dev'essere stata dura, per lei, stare chiusa qui ad agonizzare con tutto quel verde a pochi metri di distanza.

Solamente la scorsa settimana ne ho usato un po' per fare la pasta e fagioli, poi all'improvviso deve aver deciso che non gliene fregava più niente e da un momento all'altro ha dato forfait.

Che la bagno a fare?
Non lo so.
Io la bagno, e basta.

soundtrack:

agente 007 – dalla russia con amore

Fare l'insalata russa (che con la Russia non c'entra un belino di niente, loro la fanno in tutt'altro modo) in teoria è facile.

Farla da sballo, è tutta un'altra storia.
Non che sia difficile, ma è una specie di esercizio zen.
Proprio per questo è uno dei piatti che mi diverto di più a cucinare 🙂

Poi, naturalmente, esistono un sacco di varianti. Io ne conosco due: quella semplice e quella piemontese.
Su quella piemontese ci sarebbe molto da dire. Fondamentalmente, oltre ai piselli, alle patate e alle carote include tonno sbriciolato e sottaceti sminuzzati.
Qui la cesellano, addirittura. E chi ci ho portato sa che è proprio così 🙂

Comunque, io la faccio abbastanza bene (ma perché sono sempre così modesta? io la faccio meglio di quella di Peck :-D) e, siccome a mia madre piace un sacco, domani gliela porto, per il suo compleanno.

E le porto anche il sugo nizzardo (un nostro retaggio infantile) per condirci i rigatoni, e il cheesecake ai frutti di bosco della Marina, che è il dolce più delizioso che io conosca.

Tornando alla famosa insalata, i trucchi sono quattro:

– tagliare carote e patate a minutissimi pezzi (e in questo sta l'esercizio zen, che ti libera dalle preoccupazioni e fa volare il pensiero), più patate che carote, in modo che cuocendo in acqua salata per cinque/sei minuti, le prime comincino a sfaldarsi leggermente.

– dare una scottata ai piselli, soprattutto se si usano surgelati (e vi assicuro che vanno benissimo): alla ripresa del bollore vanno gettate dentro le carote e dopo un paio di minuti le patate.

– scolare dopo sei minuti e scolare davvero, tipo per un'ora circa.

– preparare la maionese in casa e che sia abbastanza limonosa, fatta con un buon olio di semi di mais (con quello di oliva diventa amara). io la faccio anche con gli albumi e col magico minipimer: embé?

Tutto qui 🙂
Quando la verdura è fredda la si amalgama delicatamente con la maionese, la si spiana col dorso di un cucchiaio e la si decora – con amore, mi raccomando – con uova sode a spicchi, cetriolini sottaceto affettati per il lungo, capperi piccoli e dissalati a dovere e rondelle di olive verdi.
Poi la si mette a nanna per una notte in frigorifero (e questo è il quinto segreto).

Credetemi, è ancora più buona dopo tre giorni, se per caso ne avanza.

Ma è difficile 😉

soundtrack ( e beccatevela, va'):

il sapore della ciliegia 2

Rendo noto a quella scarsa parte di blogosfera che mi frequenta che, a quest'ora della notte, ho appena terminato, finito, estinto, giustiziato su una fetta di panbrioscédelmulinobianco, l'ultimo cucchiaino di confettura home-made di ciliegie nere di Pecetto.

Cinque barattoli che son durati due anni e anche qualche mese di più.

Il sapore era incantevole.
Impareggiabile.
Irrangiungibile dalla quasi totalità delle marmellate/composte/confetture reperibili in commercio, compresa la famosa Wilkin & Sons di Tiptree, Essex.

Naturalmente non era merito mio, ma della materia prima.

E adesso potrebbe venirmi anche un attacco di panico.

soundtrack:

racconto d’autunno

Driiiiiin! Driiiiiin!

Pronto.

Pronto, ciao, sono E.

Ohi, E.! Quanto tempo… Come stai?

Oh, bene, volevo dirti che mi sposo.

Cosaaaa?!

Sìsì 🙂 sai G.? Quello con cui avevo avuto una storia poi si era squagliato e io ci ero rimasta così male, ma poi ancora era riapparso e continuava a circolarmi per casa?

Sì, più o meno me ne avevi parlato. Del resto, noi due non ci vediamo dai tempi del liceo…

Beh, insomma, un mese fa eravamo qui da me sotto la pergola e faceva tanto caldo e io ero triste. E sai quante ne ho passate, ultimamente… e anche prima…

Uhm, già…

E si parlava di amici che si erano sposati o risposati e dovevo sembrare così triste che lui a un certo punto mi fa: alla fine dell'inverno, invece, a te, ti sposo io. In chiesa.
Era serio, eh?

Urca. E tu?

Io devo aver fatto una tale faccia che lui ha detto: io a te ci penso sempre, anche se faccio finta di niente. Mi piace, come sei. Cucini da dio, abbiamo un sacco di cose in comune, mi piace dormire (e non solo) con te, i tuoi figli mi adorano, sei svitata, disordinata e disorganizzata ma io sono un drago del bricolage…

Ehm.. e tu?

Io ho pensato che in fondo son tutte cose vere, però poi gli ho detto: ma se non sei nemmeno innamorato di me!

Uh. E lui?

E lui mi fa: forse è vero, però ti voglio un sacco di bene. Ti ho guardata, in questi anni.
Ti ho guardata con molta attenzione e penso che se prometto, non ti lascerò mai.

O_o E tuuuu?

E io ho pensato che sotto sotto anch'io ho sempre continuato a pensare a lui, anche se facevo finta di niente e vedevo degli altri.
E se non è innamorato di me ma mi vuole bene, beh, vuol dire che durerà 🙂

Ohhh. E quindi?

E quindi, probabilmente a Marzo, sei invitata al nostro matrimonio! Mi vesto di bianco, eh?
E mi faccio accompagnare all'altare dai miei figli 🙂
Cerchiamo una chiesetta qui nel Roero, sarà bello, in mezzo alle vigne…
Poi festeggiamo da me, siamo in pochi, solo gli amici più cari. Ci vieni, vero?

Certo! Ti faccio il catering?

Va bene!

Va bene 🙂

Ciao, allora!

Ciao, E.

🙂
🙂
🙂

soundtrack:
 

la solitudine del maratoneta

Ecco, allora è questo, il momento.

Il momento in cui, qualche sera, resti a casa da sola.
Per ora, qualche sera solamente.
In un prossimissimo futuro, molte di più.

Sulle prime sei quasi sollevata, hai il minuscolo biloc tutto per te (wow!).
Un paio di mesi dopo cominci a guardarti intorno e a sentirti strana.

La chiamano sindrome del nido vuoto e, anche se sei stata sempre troppo incasinata per pensare che il tuo fosse un vero nido, capisci che, in fondo, ci sta.

Allora pensi a cosa fare di te in quelle ore che devi passare ad aspettare, col cellulare a portata di mano.

Mah?
Boh?

Potresti uscire, ma all'ultimo momento non si può combinare niente e poi non hai benzina nella macchina.
Potresti guardare un film alla TV mentre stiri, ma alla fine l'apparecchio ti ripugna e non ci pensi nemmeno.
Potresti appenderti al telefono e ci provi anche, ma non trovi nessuno in casa.
Potresti fare le pulizie di primavera (in ritardo), ma sei troppo stanca.
Potresti cucinare, ma per te sola non sei ancora capace a farlo.
Potresti lavorare a maglia, ma per lavorare a maglia bisogna essere innamorata oppure disperata, oppure ancora incinta. E non sei nessuna delle tre.
Potresti semplicemente divanarti. Ma sai che non ce la puoi fare, semplicemente non è da te.

Così ciondoli in lungo e in largo nei tuoi sessantametriquadri, fumi una sigaretta dopo l'altra, bagni le piante, ti decidi con riluttanza a cenare, e mangi qualcosa di riscaldato al microonde, rigorosamente in piedi.
Ti siedi davanti al Mac, casomai non ti fossero bastate nove ore di monitor, e pasticci un po' con la musica.
La ascolti. Fumi. La ascolti. Fumi. Pensi. La ascolti.

Ti alzi dalla sedia, ti trascini in cucina, fai il minimo sindacale d'ordine, poi torni al Mac, ti stufi del web, ti rialzi.
Rotoli nella vasca da bagno e guardi il vuoto, e pensi.
Esci dalla vasca, ti asciughi e ti spalmi addosso una quantità sconsiderata di crema idratante, dicendo mentalmente byebye alla tua abbronzatura.
Ti depili perfino, e addirittura ti metti lo smalto sulle unghie dei piedi.

Poi finalmente torna il tuo coinquilino, che borbotta un ciao e si schiaffa davanti alla Playstation.

E tu pensi che la giornata è finita.
Che non hai combinato un bel niente, stasera.
Che per secoli sei stata troppo piena e ora che sei vuota ti ritrovi anche leggermente sformata.

Poi pensi che, nonostante il naturale cedimento del tono dei tessuti, una qualche residua elasticità cutanea, da qualche parte, sarà pure rimasta.
Per cui.
Ti riprometti di imparare a fermarti, anche se hai corso così tanto.

Così tanto da rimanere sola.
E da non accorgertene neanche.

soundtrack: