un’ora sola ti vorrei

Domani notte, arriva la Cami, da me.

Sarà uno dei due (di numero) giorni all’anno che la potrò vedere.
Mi farò la doccia, così non saprò di cascina. Cambierò le lenzuola del letto, sperando che voglia dormire con me. Pulirò la mia stanza affinché possa pensare che sia un barlume di casa, quella che non abbiamo più.
Martedì staremo insieme, chissà cosa ci diremo. Non lo so ancora.
Non so bene se essere felice o triste perché lei (giustamente) passa come una meteora e come una meteora scompare rapidamente. E a me, dopo, non restano che 363 giorni per telefonarle, spiarla sui social, ricordarmi di lei e disperarmi perché non ho i soldi per poterla andare a trovare.

Martedì pomeriggio partirà.
Sono contenta di averle passato, in qualche modo, il valore e la bellezza (scomoda) dell’indipendenza. Sono contenta di averla (molto tempo fa) lasciata andare, nonostante fosse ancora una ragazzina. Chissà se è contenta anche lei, di quel regalo che le ho fatto.
Un regalo insolito, sincero e prezioso, che mi è costato tanto.

E che mi costa sempre di più.
Così tanto che non mi so spiegare come io riesca a resistere, anno dopo anno, e come riesca a trovare il coraggio per continuare a pagarlo, continuando a vivere e, apparentemente, facendo finta di niente.

 

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a quiet night

Fuori dalla finestra aperta cantano gli ultimi grilli.
Oggi è stato il primo giorno d’autunno.

Sono a letto, seduta. Ricamo un sampler per il compleanno di mia sorella.
Ho il gatto Spago che ronfa appoggiato alla schiena, ho la Nina ai piedi del letto, che mi guarda.

E niente, a notte alta, io semplicemente ricamo.

hot

Siccome la Nina è in calore e qui ci sono un sacco di cani maschi, per non rischiare una rissa collinare (arriverebbero da chilometri e chilometri) la poveraccia è costretta ad una vita di clausura nella mia monacale cameretta. Lei ovviamente staziona sul mio letto che ha ridotto (si strappa le mutande-pannolino e fa a pezzi le traversine) ad una scena grandguignolesca di bassa macelleria (chi ha avuto una cana in quello stato sa cosa voglio dire).

Però ci facciamo tanta compagnia: io metto sullo stereo Bonnie Prince Billy e disfo gli scatoloni, lei dormicchia.

Poi la porto a spasso quattro volte al giorno, anche di notte.
E camminare nelle vigne, pressoché al buio, ha il suo fascino.
Si sentono ancora i grilli e le civette.

Madame Bovary

Il fatto che tutti pensino (anche se ti vogliono bene o dicono di volertene) che sei “pesante”, che sei “drammatica”, che sei autocentrante  e autocentrata, egocentrica, capricciosa, che è difficile vivere vicino a te.
Questa cosa che ti senti ripetere da quando eri piccola.
E ti rendi conto, da subito, di due cose: la prima è che sei “troppa” (troppa passione nelle cose: “ho visto che cucini con impeto”, troppa passione negli affetti, troppa nel pianto) e quindi fai paura, la seconda è che hai sempre avuto la certezza di non avere un posto nel mondo.

La solitudine e la sofferenza ti scavano da quando eri bambina. Le preoccupazioni (reali, quelle, non come la tua angoscia che viene sempre interpretata come un capriccio) per i figli e i debiti (chiamiamoli con il loro nome) da quando sei adulta.

Sei stanchissima, stanchissima. Dormiresti sempre.

Ti svegli ogni mattina e vorresti non.
La consapevolezza che ti dovrai alzare e affrontare un’altra giornata ti fa venire voglia di vomitare.

Eppure esisti. Eppure si fa.
E poi, come un motore diesel ti metti in moto, lentamente.
Lentamente carburi e arrivi fino a notte.

E poi, di nuovo, ricomincia tutto daccapo.

 

 

l’amour a mort

Il morso di un calabrone fa male forse meno di quello di una vespa ma il dolore dura più a lungo.

Questa sera, dopo essere stata morsicata sulla pianta del piede destro (nella parte più morbida), ne ho fatti fuori sette, a ciabattate. Senza pietà.

Bello, ogni tanto, non avere pietà.
Mi fa bene.