metti, una sera a cena


Ada
è un bel regalo che mi ha fatto la blogosfera.

È una persona speciale (chi la legge, lo sa già) che ho la fortuna di conoscere personalmente e, ogni tanto, di vedere.

Si sa che regalo porta regalo e così, l'ultima volta che ci siamo incontrate, ho avuto da lei in dono un sacchetto pieno di sumac.

Il sumac è una spezia molto usata nel Medio Oriente, dal bellissimo color amaranto e dal sapore fresco e piacevolmente acidulo. L'ho usato ieri sera per aromatizzare un piatto (stranamente, io di solito eseguo) inventato da me.

Ho fatto cuocere in acqua salata bulghur e quinoa e nel frattempo ho tritato mezza cipolla rossa e l'ho fatta dorare nell'olio extra vergine di oliva con un pugno di uvetta, un peperone rosso, uno giallo, uno verde e una melanzana a pezzettini.

Ho salato e sfumato con uno spruzzo di aceto balsamico e ho proseguito la cottura a fuoco basso per un quarto d'ora. Ho spento la fiamma e ho aggiunto una scatola di ceci lessati ben sciacquati sotto l'acqua calda e un cespo di broccoli fatti a cimette e lessati pure loro.

A parte, ho fatto saltare in padella sei calamari tagliati a rondelle in una padella antiaderente con sale, pepe, aneto fresco e salsa di soia e dopo dieci minuti ho aggiunto tre etti di mazzancolle lessate, facendole giusto insaporire per qualche minuto, e ho unito il tutto alle verdure.

Ho scolato i cereali e ne ho fatto una corona in un grande piatto da portata. Nel centro ho versato il composto pesce/verdura, ho condito con un giro d'olio e una generosa spolverata di sumac.

Ieri sera ho cenato con i miei amici, e il mio bulghur/quinoa/sumac è stato spazzolato in pochi minuti 🙂

E davvero credo che l'amicizia vera, più che di parole, sia fatta di percorsi del sentimento, e di scambi: se Ada ha pensato a me, mentre era al mercato delle spezie di Istanbul, io ho pensato a lei, mentre assaggiavo per la prima volta il magico sumac.

Aggiornamento di lunedì 29 marzo (in riferimento anche al commento di Leela, che trovate qua sotto).

Questa mattina, a una certa, il postino mi ha portato un pacchetto misterioso.

Ero ancora in camicia da notte, anche se non era poi presto, io faccio fatica ad addormentarmi e ancor di più a svegliarmi perché ogni volta non mi so decidere a cominciare a popolare un mondo che sento sempre meno mio.

Il misterioso pacchetto era leggero e veniva da un posto di mare.
L'ho aperto e, meraviglia: c'era la famosa, fragrante treccia d'aglio di Vessalico che desideravo da tanto tempo 🙂

Inutile dire che il mittente sono altri due miei amici blogger.
Grazie. Caso mai non lo sappiate, è stato un grande gesto d'affetto.
Un pensiero arrivato da lontano che mi ha davvero aiutata ad uscire di casa, stamattina.
E ad entrare nel mondo col sorriso sulle labbra 🙂

p.s.
prometto solennemente che il prossimo pesto che farò avrà tutti gli ingredienti giusti (perfino i pinoli) 😉

soundtrack:

 

calda emozione

Lo sanno tutti, io non dormo mai.

È una roba che ha il suo perché (e anche il suo nome e cognome), ma è anche vero che cerco qualsiasi scusa per non.
Stasera, ad esempio è stata Rai per una notte, vista in streaming dal mio Mac.

Grande emozione.
Non so bene come spiegare.
Ma chi ha la mia età e chi, come me, ha avuto un padre malato di coscienza civile, può capire.
Sono rimasta appiccicata al monitor e, già che c'ero, ho pure apprezzato Fb come strumento di scambio e di aggregazione.

Tutto in diretta, come stare a guardare la tv con gli amici, insomma con gente che rideva, pensava, si commuoveva insieme a me, in tempo reale.
Io nel mio biloc e loro seminati per tutta l'Italia, ma va bene anche così.

Dopo, finita la festa, consapevole che questo è davvero un momento importante, un momento di svolta (e la svolta tocca solo a noi), me ne sono andata tutta felice in cucina a fare le seppioline col curry, il latte di cocco e il prezzemolo.
Pare che siano venute bene, me le sbafo domani a pranzo.

E a questo punto, buona notte, e buona rivoluzione 😉

soundtrack:

rosso di sera

                                                   Si dice rosso di sera, bel tempo si spera.

Stasera è stata una bella sera, in piazza del Duomo con Beppe Grillo che girava in gommone sulle mani della gente.

E con, a sorpresa, un bellissimo regalo che parla di cibo, umorismo e santità secondo Moni Ovadia e che non vedo l'ora di cominciare a leggere.

Se è vero che rosso di sera, bel tempo si spera forse è vero che anche il popolo digitale avrà d'ora in poi voce in capitolo, imparerò qualche ricetta Kasher, e magari (nonostante io sia ormai diventata un vero lupo solitario) anche il prossimo weekend, non sarà niente male 🙂  

soundtrack:

eva contro eva

                                                                            Esco un momento dalla cucina per dire una cosa.

Non guardo spesso la tv, ma ieri sera per caso ho visto Le Iene.

Non so se hanno fatto apposta a mandare prima il servizio sui vip (si fa per dire) "rimbalzati" dalle liste delle discoteche e poi quello sul centro medico in Congo.

Non credo, ma forse sì, io sono un'ingenua.
Fatto sta che mi son trovata come sull'ottovolante: dallo schifo per una come Carmela del Grande Fratello (credo che ci tenga ad essere chiamata così) che porta come unico valore il fatto di potersi comprare dei vestiti che una qualsiasi potrebbe permettersi solo con due mesi di stipendio, allo stupore e all'ammirazione per una suora anziana (della quale non ricordo il nome) che, quasi da sola, in un rudimentale ospedale nel cuore dell'Africa, finora ha fatto nascere diciottomila bambini.

Tanta era l'enfasi cafona con cui la giovane femmina ostentava la sua poverissima visione del mondo basata sul potere sessuale basato esclusivamente sulla bellezza e sul suo apparire, corredato dai lauti guadagni ottenuti esibendosi come una scimmia più o meno ammaestrata e da una totale mancanza di spessore intellettuale, tanta era l'elegantissima nonchalanche con la quale l'altra donna interrompeva l'intervista dichiarando c'è un parto. Punto.

Confesso che mi sono vergognata. Doppiamente.
Per il fatto di appartenere allo stesso sesso dell'idiota "rimbalzata" e per il fatto che tante donne toste e coraggiose come l'anziana suoraostetrica del Congo continuino il loro lavoro da sole e in silenzio.

Ma di questo, io che non esco quasi mai dalla cucina, sono sicura: in questo nuovo Medio Evo in cui più o meno tutti non sappiamo più come siamo girati, la felicità (e la dignità) sta in Congo, non certo fuori da una qualsiasi discoteca.
Tanto meno, dentro.

E, ieri sera, mi sembra che il merito delle Iene sia stato quello di renderlo chiaro agli occhi di tutti.

soundtrack:
 

fratello, dove sei?

udon

Per natura e per contingenza, non sono una che sorride facilmente.

Non lo facevo nemmeno da piccola, nonostante le ripetute esortazioni da parte di nonna, mamma e zie, ché io avevo altro a cui pensare e già allora non mi piacevano i sorrisi di circostanza.

In compenso, ora ho una cucina minuscola in cui si può stare solo in piedi, con una finestra a feritoia, di fronte al piano di lavoro, che ha per vista un muro di cemento.
È una cucina da souk, sempre in disordine, piena di libri, con un lettore mp3 che spara musica a palla, una piccola dispensa organizzata in modo delirante (è un eufemismo, a vederla dal vivo è molto peggio) e un piano di cottura a cinque fuochi sul quale, dall'una e mezza alle due e dalle sette di sera in poi, bolle sempre qualcosa.

È anche uno spazio libero perché ci faccio ciò che voglio, e multietnico perché ci sfogo la mia voglia di esplorare e di sperimentare.

Per esempio, venerdì notte sono tornata dalla redazione con la voglia di jap, e la colpa è di Tania 😉
Così, verso l'una, ho acchiappato un mazzetto di udon (che avevo in dispensa) e con tre pezzetti di alga kombu, tre tazze di brodo di pollo (che avevo in frigo), tre dita di porro a fettine e due cucchiai di salsa di soia mi son fatta un dashi.
Dopo ci ho cacciato due fette di arrosto di maiale (avanzato) a pezzetti e gli udon.
A fine cottura, un cucchiaino di miso.

Insomma, solo quindici minuti di lavoro per avere una zuppa di udon ( è quella che ho fotografato e postato lì sopra) da autentico sollazzo gastrico 🙂

Non paga, sabato mattina ho preso la metro per esplorare un po' Milano e mi sono spinta fino da Poporoya, dove ho fatto scorta: somen, miso rosso, zenzero in salamoia. Per il katsuobushi, le lamelle di tonno essiccato che servono a fare un dashi di pesce decente, dovrò aspettare il prossimo weekend.

Però magari, nel frattempo, mi viene voglia di Maghreb e allora mi tuffo nel couscous o tiro fuori la tajina che mi ha regalato Vit e mi lancio in uno stufato con le prugne.
Insomma, non so ancora dove la mia passione mi porterà.

Insomma, se è vero che sorrido poco, la mia minicucina e quel che faccio sorridono al posto mio, ogni notte.

E sorridono a tutto il mondo.

soundtrack:

vatel

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/moderna/bpersonaggi/Francois-Vatel-e-la-crema-Chantilly.html

Scusate.
Post rozzo e autocelebrativo.

Tutte le volte che invito qualcuno a cena, sono felice.

Anche se devo fare le corse, anche se servo a tavola in leggero ritardo, anche se per la maggior parte del tempo, mentre gli altri mangiano, me ne sto in cucina perché i piatti vanno seguiti, eccheccavolo.

Sono felice due giorni in anticipo, pensando a quel che farò.
Sono felice anche se poi dura lo spazio di una festa e finisce tutto troppo in fretta.
Sono felice perchè tutti sono sempre felici di mangiare quello che faccio e io spio gli sguardi, i sorrisi e i gesti di apprezzamento e poi me li porto dietro nel ricordo per giorni e giorni.

Io non lo so se è sano. Ma per me non c'è gioia più grande di quella che sta nel nutrire alla grande tutti quelli che conosco.
Credo che sia l'unica cosa che so fare veramente bene e che mi riscatta dalle mie mille imperfezioni.

È l'unica cosa (e io ho paura di tutto) che non mi fa paura.
Anzi, mi gaso un sacco, e divento una macchina da guerra.
Manca un ingrediente? Me lo faccio, che sarà mai?
L'arrosto si attacca? So come rimediare 🙂

Quando ero piccola mio padre diceva una cosa a mia madre, di solito alla fine di un buon pranzo.
Una cosa che la faceva sempre incazzare.
Mio padre diceva così: certo che di te si può dire di tutto, tranne che tu non sappia far da mangiare.

Beh, se lo dicessero a me lo prenderei come il più bello dei complimenti.
Perché è la verità.

soundtrack:

la doppia ora

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È proprio nel momento in cui ti aspettavi la primavera e invece il gelo e la neve ti si rivoltano contro come un manrovescio.
È proprio mentre guidi a casaccio, addormentata e spaventata in un pallido mattino in una città sconosciuta e ti senti tosta e coraggiosa, invece chissà perché ti ritornano in mente frasi come non ti lascerò mai, buonanotte bellissima, mi prenderò cura di te, non ho mai amato nessuna come amo te e anziché parole d'amore ti sembrano emerite cazzate.
È proprio nel preciso istante in cui torni a casa gelata e sfinita e non sai neanche se vorresti un abbraccio, ma comunque l'abbraccio non c'è.

È proprio allora che ti serve la meravigliosa zuppa di cipolle e finocchi, che si prepara in venti minuti, giusto il tempo che ti separa dall'attimo in cui ti renderai conto di dove sei e il crollo della tensione ti farà venire un attacco di panico e/o stramazzare sul sofà con la batteria a terra e in preda a una crisi di pianto.

Quindi, prima che sia troppo tardi, afferra una cipolla media, sbucciala e falla a pezzetti.
Falla rosolare il un filo d'olio con un cucchiaio di timo e un cucchiaino di rosmarino tritato a fuoco dolce per dieci minuti.
Nel frattempo fa' a fettine un finocchio e metti a scaldare tre mestoli di brodo vegetale.
Quando le cipolle sono belle brunite aggiusta di sale, versaci sopra il brodo, aggiungi le fettine di finocchio e lascia sobbollire altri dieci minuti.

Offriti (con tutto l'affetto che puoi)  la zuppa bollente, con una generosa macinata di pepe nero e parmigiano a scaglie.

Dopo la prima cucchiaiata, è (estremamente) possibile che la crisi di pianto venga rimandata a giorno da destinarsi.

soundtrack:

come parli, frate?

                                                                          
Ieri ho trovato gli agretti al supermercato. Significa che forse sta arrivando la primavera. 

Dalle mie parti gli agretti si chiamano barba di frate e si comprano dai contadini.

Quando li metti, ben lavati, in padella a fuoco dolce con un filo d'olio extravergine d'oliva buonissimo e uno spicchio d'aglio vestito e dopo un po' alzi il coperchio, ti si riempie il naso dell'odore che ha un campo coltivato dopo la pioggia: un misto di verde e di fango e ti si strizza lo stomaco dalla nostalgia per la campagna.

Si preparano così, semplicemente, come li preparano i contadini piemontesi.
In mezz'oretta sono pronti e bisogna salarli poco.
Sono poveri, ma molto decorativi: impiattati a nido, come sfondo a un puré di fave piuttosto che a un filetto di vitello appena scottato fanno sempre la loro porca figura, con quell'aspetto di alghe esotiche e il loro colore scuro ma brillante.

Perché sono come quelle persone a cui, lipperlì se le vedi passare per strada, non daresti due soldi ma poi quando le assaggi scopri che hanno un odore e un sapore tutto speciale. E fascino da vendere.

Insomma, c'ho voglia di primavera e voglia di sapori buoni, quelli che qui nella bolla plasticata faccio fatica a trovare.
C'ho voglia di ribellione a tutto questo grigiore e cercare anche solo un cespo di insalata vera è un modo per resistere.

Per cui, il 20 marzo vado in questo posto.
Vado a vedere se finalmente trovo pane (o meglio, verde) per i miei denti 🙂

Poi vi faccio sapere.

soundtrack:

sette anni in tibet

Una delle cose più zen che io conosca, da fare in cucina, è il seitan.

Il seitan, che molti maschi occidentali (soprattutto italiani) chiamano spugnetta per lavare i piatti è in realtà una bistecca di grano inventata secoli e secoli fa dai monaci buddisti spinti dal bisogno di trovare una fonte proteica alternativa alla carne.

Dato il sapore delicatissimo, è estremamente versatile: una volta pronto si può cucinare in mille modi e, nonostante si trovi ormai facilmente nei negozi e nei supermarket, se preparato in casa è moooolto più buono.

Semplicemente, basta chiudersi in cucina, prendere un chilo di farina Manitoba (che ha più glutine rispetto alle altre), impastarla con l'acqua come per fare il pane, solo un po' più morbido e mettere questa pagnotta a mollo nell'acqua tiepida per mezz'ora.

Passati i trenta minuti, entra in ballo la fase zen della preparazione: si mette la palla di pasta in una ciotolona e si infila il tutto nella vasca dell'acquaio.
Sotto il rubinetto aperto, si massaggia la pasta finché l'acqua non diventa quasi limpida, per fare uscire tutto l'amido, alternando acqua fredda e calda e cambiandola ogni volta.

Ci vogliono una quarantina di minuti, il gesto è carezzevole e affettuoso, le orecchie ascoltano la musica dello scroscio e la testa se ne va per gli affari suoi.

Quando la mappazza si è ridotta di due terzi ed è diventata elastica e color nocciola, è il momento di avvolgerla strettamente in un lino immacolato come fosse un polpettone e di farla bollire per mezz'ora, così si eliminano le purine.

A questo punto si prepara il brodo di cottura finale e gli ingredienti vanno a gusti: personalmente all'acqua aggiungo due foglie di alloro, un rametto di rosmarino, due pezzetti di alga kombu, un dito di zenzero fresco a fettine e qualche cucchiaio di shoyu (una salsa di soia leggera).
Si libera il polpettone dal telo, lo si taglia a fette e lo si fa cuocere nel brodo incoperchiato e a fuoco dolce una o due ore.

Quando è tiepido, si invasa col suo liquido. Resiste in frigorifero anche una settimana.

Tramite l'esecuzione di questa facilissima ricetta otterrete almeno tre (buoni) risultati:
avrete un seitan di eccezionale qualità
vi rilasserete un sacco
le vostre mani saranno perfettamente pronte per una manicure coi fiocchi 😉

Provate a servirlo asciugato dal suo liquido, tagliato a striscioline, infarinato, saltato in padella con un filo d'olio, spruzzato di salsa di soia e impiattato bollente con carciofi brasati aglioprezzemolo.

Nessuno ma proprio nessuno oserà chiamarlo spugnetta per lavare i patti.

soundtrack: