la cena delle beffe

Stasera a tavola c’è pasta e fagioli, omelette baveuse con prosciutto e formaggio, spinaci saltati e pesche al vino.
È stata una dura domenica, nuvolosa e fredda.
Causa scarso budget, non ho potuto portare i kids al cinema, ma in cambio ho fatto i biscotti con loro.
Lo so che non è il massimo del divertimento.
Ma è quello che posso fare.

Per cui, non mi merito la Cami che tra il primo e il secondo dice l’alfabeto con i rutti.
Non mi merito Pietro che trascura il cibo perché si è mangiato qualcos’altro prima (di nascosto).
Non mi merito i loro discorsi criptati, a base di tripli sensi, conditi con lanci di pezzi di grissino.
Non mi merito di alzarmi continuamente con il boccone in bocca, perché abbiamo tre –dico tre– ritmi diversi.
Non mi merito di non poter mai scambiare una parola sensata con nessuno, mentre mangio.
Non mi merito questa vita di lavori forzati.

E, soprattutto, non mi merito un dopocena con Pippi Calzelunghe a palla nel videoregistratore del soggiorno.
Con la sigla in svedese.

O forse sì?

soundtrack: beh, direi la sigla di Pippi, a questo punto.

oci ciornie

Se siete nati nei primi anni sessanta, probabilmente avrete visto, qualche volta anche solo di sfuggita, i film del disgelo.
Li mandavano in tv alla sera, abbastanza tardi, di solito in estate (ecco perché si potevano vedere, durante l’anno scolastico dopo carosello era il buio).

Erano tutti in bianco e nero.
Vabbé, anche la tv era in bianco e nero.
Erano probabilmente molto belli ma non ho più avuto l’occasione di ripinzarli, e comunque all’epoca avevo otto o nove anni, quindi posso dire come li avevo percepiti allora.

C’erano dei gran silenzi, come in questo film qui.
Come in questa scena qui, che mi ricordo ancora molto bene, con ‘sti due che non sapevano che cazzo dirsi, d’autunno, in un bosco di betulle spoglie.
Le colonne sonore erano sempre a base di xilofoni.
C’erano persone che entravano in una stanza spoglia, e si fermavano a fissare il muro, anche per cinque minuti di fila.
Poi rispondevano a telefonate incomprensibili, riattaccavano e continuavano a fissare il muro.
Questi film erano delle pizze mostruose.
E, soprattutto, erano tristi da morire, mi facevano tremare di freddo, anche se era giugno.

Forse è da allora, che a me l’est mi fa malinconia.
Non ci posso fare niente.

Anche stamattina, al discount.

soundtrack: Impressioni di settembre, PFM

reds

Volevo solo dire che, comunque, venerdì  mi sono vestita di rosso.
Nel mio paese di cowboys è stato un gesto totalmente insignificante.
Ma per me, che ultimamente posso fare proprio poco, ha avuto il senso di essere, nonostante tutto, a contatto con la realtà del mondo, anche molto lontano da qui.
Chiedo scusa a tutti quelli a cui ho mandato l’sms troppo tardi.
Erano quasi le undici del mattino e, naturalmente, saranno già stati fuori di casa, al lavoro e vestiti di tutto punto.

Il fatto è che io, ultimamente, sono caduta in letargo.

soundtrack: We shall overcome, Joan Baez

twins

Stamattina presto ho fatto un sogno.

Sono in una città sconosciuta, sto andando in bicicletta su un lungomare deserto.
A un certo punto, incrocio un gruppetto di persone che camminano in direzione opposta.
Tra queste persone, noto un viso: è la mia compagna di scuola F.
Sono trent’anni che non la vedo, ma me la ricordo molto bene: piccolina, con i ricci e la pelle scura.
Io continuo a pedalare ma intanto mi domando perché non mi sono fermata, perché voglio perdere quest’occasione di vederla e parlarle, di farmi dire cos’ha fatto in tutto questo tempo.
Così, giro la bicicletta e pedalando più veloce che posso, torno sui miei passi.
Quando la raggiungo e la chiamo, lei fa finta di non riconoscermi.
Però mi guarda e sorride.
Ci sono anche i suoi genitori, e le sue sorelline gemelle, molto più piccole di lei.
È un tardo pomeriggio d’estate, c’è una luce bellissima.
F. mi dice indovina chi sono?
Sei la mia compagna di banco del liceo.
Giusto!
E loro, chi sono?
Le tue sorelle minori. Sono gemelle e si chiamano G. e L.
Ma brava! E io come mi chiamo di nome?
F., no?
Indovinato! E di cognome?
V.
Proprio così! Sai, è tanto tempo che non ci vediamo, ti vengo a trovare presto!
E mi abbraccia.

Fine del sogno.
Nel dormiveglia ho pensato che dovrei telefonarle.
E subito dopo che so benissimo che F. era la più brava della classe, era una peste e una ribelle, ma riusciva bene in tutto.
Era nata gemella, ma l’altra era morta durante il parto, e tante volte mi aveva raccontato di come si sentisse in qualche modo colpevole, di quella cosa lì.
I suoi genitori lavoravano come matti, non potevano seguirla, ma lei era in gamba di suo.
Dopo la scuola ogni tanto andavo a studiare da lei, la casa era sempre vuota fino a tardi, per merenda mangiavamo delle mezze biove spalmate di nutella.
Prima di Natale, era l’anno della maturità, un sabato sera doveva uscire con il suo ragazzo e si è infilata sotto la doccia.
Era sola in casa.
Lo scaldabagno a gas era rotto, e lei non se ne è accorta.
Il suo ragazzo, due ore più tardi, ha dovuto chiamare i pompieri per sfondare la porta d’ingresso.

Lunedì mattina, invece di andare a scuola, siamo andate tutte insieme a trovarla.
Era nei sotterranei dell’ospedale più grande della città, su un tavolo d’acciaio, col suo accappatoio bianco.
Non era pallida, aveva un livido sulla fronte, sembrava che dormisse.
Era la prima volta che vedevo una persona morta.

Dopo qualche anno i suoi genitori hanno adottato due gemelli di pochi mesi.
Erano un maschio e una femmina, però.

soundtrack: Cosa sarà, Lucio Dalla & Francesco De Gregori

(oggi) le comiche

Piripiiiiiiiiiii, piripiiiiiiii, piripiiiiiiiiii.
Suona la sveglia del cellulare.
Sono le quattro e mezza, Pietro oggi parte per la gita scolastica.
Per fortuna l’ho sentita, per fortuna sono sveglia.
Per fortuna Pietro si alza subito.
Abbiamo pure il tempo per far colazione con calma: io mi mangio uno yogurtdibellezza, all’aloe vera.
In qualche modo ci si deve tener su, no?

Usciamo di casa quatti quatti, fuori è ancora buio.
Per non far rumore sono io che porto il trolley di Pietro e, dato che ci sentiamo ecologici, andiamo alla stazione a piedi, tanto ci vanno solo dieci minuti.
Il treno passa alle cinque e mezza, l’appuntamento con la classe è alle cinque e un quarto, per una volta siamo in perfetto orario.

Arrivati alla stazione del paese di cowboys, ci guardiamo intorno: stranamente, non c’è nessuno.
Vabbé, è che siamo un po’ in anticipo, sono solo le cinque e dieci.
Ma Pietro non è tranquillo, così dopo un po’ telefono per avere notizie.

E per venire a sapere che siamo nella stazione sbagliata.
Da quest’anno il treno passa da T., non da C.

Panico.
Panico.
Panico.
Siamo a piedi.
Mancano quindici minuti.
Siamo già in ritardo sull’appuntamento.
Hanno già fatto l’appello.
Pietro scoppia in lacrime.

Ci mettiamo a correre, nel frattempo frugo spasmodicamente nella borsa alla ricerca delle chiavi della macchina, meno male che le trovo quasi subito.
Devo arrivare a casa in cinque minuti.
A parte quando facevo jogging in gioventù, mai corso così a lungo in vita mia.
Arrivo senza fiato alla macchina, ci zompo dentro, giro la chiavetta con la mano che trema.

La Vecchiapunto ruggisce nel buio, e infila il viale contromano.
La caserma dei carabinieri è proprio lì, ma non c’è alternativa, manca il tempo per fare il giro del paese.
Gesummio, fa che non mi vedano.
Raccolgo al volo Pietro che mi aspetta cinquecentometri più in là, sotto i tigli che stanno perdendo le foglie.
Ha un’aria così sperduta, se al posto del trolley avesse un sacco di iuta sarebbe un perfetto Monello di Chaplin.
Partiamo sgommando, vado a tavoletta e sediovuole trovo un solo semaforo rosso.
E, soprattutto, il passaggio a livello alzato. Quella sì, che è una botta di culo.

Arriviamo alla stazione di T. appena in tempo.
Pietro è felice, gli altri genitori mi guardano con commiserazione.
In un branco di adulti e ragazzini che battono i denti – ché stanotte è arrivato l’autunno – sono l’unica che muore di caldo.

Partono. Pietro saluta dal finestrino, ma non mi vede.
Io mi sento come un sacco vuoto.
Torno verso l’auto, inseguita da frizzi e lazzi stile guarda che tornano venerdì sera! venerdì, capito?! alle 20,30, chiaro? arrivano qui! qui, eh? capitooooooooooo?

Tornando mi guardo intorno, è ancora buio.
Ho la nausea.
Faccio appena in tempo a raggiungere il bagno e centrare il cesso.
Vomito lo yogurt all’aloe vera.
Vabbé, la cura di bellezza sarà per un’altra volta.

Posso dormire ancora novanta minuti.
Mi spoglio e mi infilo sotto il piumone.
Stranamente, lì nell’oscurità, tutta avviluppata e appena un po’ tremante, ho un piccolo soprassalto di felicità.

Perché mi rendo conto che, in questo momento, il mio letto è l’unico posto perfetto, per me.

soundtrack: Non mi rompete, Banco del Mutuo Soccorso

monsters & co.

Ti dai una mossa, e fai da mangiare delle cose buonissime, tipo lo stufato alla birra con le patatine: loro si scannano per le porzioni, che tu cerchi di fare matematicamente esatte.
Si insultano così bassamente, che ti fanno male le orecchie e il cuore, ad ascoltarli.
Fai da mangiare cose banali, così magari non si azzuffano: loro ti dicono che fa schifo e spingono in là il piatto.

Cerchi di spiegare che la situazione economica non è proprio il massimo, ma se la metti giù troppo pesante non va bene, rischi di spaventarli.
La metti giù leggera e ti tirano in faccia le fette biscottate, perché «è roba da poveri».
E in più, ti dicono che rifiuti i lavori (che lavori?), perché hai la puzza sotto il naso.
Però ti dicono che il lavoro che hai avuto fino a due mesi fa faceva cacare, perché guadagnavi troppo poco.
Perché, sai, volevano dieci euro da spendere in carte di nonsocheccazzoball, e invece glie ne dai solo tre.

Tu avresti anche le tue idee, ma è tutto così difficile.
Cosa significa essere autorevoli?
Cosa significa essere autoritari?
Dire no ad una cosa, perché ne sei convinto.
Cercare di difendere le tue idee, spiegarle con tono gentile.
Spiegare i motivi (reali) per cui dici di no.
Non ti ascoltano.

Cercare di imporle.
Sentirti stronzo, perché le cose bisogna spiegarle, no?
Ma tanto, se ne fanno un baffo.

E trovi sempre qualcuno che ti dice che non sei capace.

Alla fine, vai avanti come puoi.
Però intanto il dubbio ce l’hai.
Cioè, che hai a che fare con dei mostri.

O che, magari, il mostro sei tu.

soundtrack: If, Pink Floyd