le conseguenze dell’amore

Essere veramente senza soldi (ma senza senza, tipo che non puoi davvero più prelevare con il bancomat e a proposito, un anno fa ho visto uno stramazzato a terra davanti ad un bancomat, appunto, con ambulanza e tutto) e, in più, avere dei debiti con la banca (che effettivamente poi ti chiama), con Equitalia, con la FGA Bank per la macchina che devi finire di pagare, con i vigili perché inavvertitamente sei passata con il rosso (girando a destra, eh. mica attraversando un incrocio) e quindi non te sei nemmeno accorta e non hai dato le tue generalità, non solo ti spaventa da morire ma ti fa sentire:

A) totalmente inetta perché solo una cretina o una sfigata avrebbe potuto accumulare una tale dose di mutui/debiti/sanzioni

B) totalmente inabile perché non riesci a trovarti un lavoro (il diploma di OSS non ce l’hai più e chi ce l’ha l’ha buttato via)

C) totalmente priva di dignità perché in fondo non sei abituata (anche se hai perso il lavoro mille volte) e questo ti rende schiva e triste. Solo che le persone intorno a te non capiscono e pensano che tu voglia fare la vittima. E questo ti rende ancora più arcigna e schiva. E questo rende loro ancora più aggressivi perché sostengono che tu pensi solo a te stessa. Ma essere bisognosi è una situazione orribile, per un sacco di motivi

D) totalmente incazzata con te stessa perché hai sprecato (forse) una buona occasione credendo alle promesse di una persona sbagliata

E) totalmente incerta tra, francamente, farti fuori (meglio no, in Italia come nell’Antico Testamento, il sangue ricadrà sui tuoi figli così come i tuoi debiti) o se scappare con cane e gatto per andare a vivere nei cartoni (meglio no, fa troppo freddo per loro, povere bestiole)

F) totalmente sofferente di mal di stomaco e mal di reni, insonnia, depressione

G) totalmente conscia che tra due giorni non potrai più: telefonare, dar da mangiare degnamente a Nina che rischia l’obesità (d’accordo, c’è sempre il pane secco) e a Spago (idem, ma non so se i gatti si adattano al pane secco). Fortunatamente per ora il tetto sulla testa regge così come l’acqua calda e il wifi (almeno non sarai tagliata fuori dal mondo)

H) totalmente incredula che tutto ciò ti stia realmente accadendo

I) totalmente bisognosa di un sonniferone, stanotte, in attesa, domani, di cercare l’ennesima soluzione per tirarti fuori da questa situazione di cacca.

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voglio

Voglio il sole.
Voglio il mare.
Voglio il caldo.
Voglio tornare bambina.
Voglio dimenticare tutto.
Voglio svitarmi il cervello.
Voglio più cassetti per non avere più pile di panni sulla sedia.
Voglio essere amata per quello che sono.
Voglio cambiare faccia.
Voglio cambiare carattere.
Voglio imparare a suonare il violoncello.
Voglio andare al cinema.
Voglio essere abbracciata ogni giorno.
Voglio ballare scalza con qualcuno che sorride.
Voglio riuscire a fidarmi.
Voglio che le mie ginocchia guariscano.
Voglio ridere a crepapelle.
Voglio vivere con i miei figli.
Voglio svegliarmi al mattino senza provare angoscia o paura.
Voglio poter dormire tutta la notte senza svegliarmi.

Lo so che sono tutte cose impossibili ma io le voglio lo stesso e le voglio ora.

Invece, siccome non posso fare altrimenti, domani porterò il mio curriculum in una casa di riposo per non autosufficienti e, se tutto va bene, diventerò quello che non avrei mai voluto essere: un’assistente di mezza età senza più sentimenti che si guadagna il pane, la faccia larga, piatta e inespressiva, le borse scure sotto gli occhi, triste e garbata ma solo per pietà e per non essere licenziata.
Ne ho viste tante così, in cooperativa molti anni fa, fiaccate dalla vita solitaria e dalla fatica, senza più nessuna emozione, senza più niente da dare.
Mi facevano orrore ma ero giovane e ancora il sangue mi correva a perdifiato nelle vene e facevo il mio lavoro con grande forza vitale e con amore.

Adesso, non so.

educazione siberiana

Sono nella mia stanza e guardo dalla finestra i fiocchi di neve che scendono in tempesta.
Un vento gelido scompiglia la chioma dell’ulivo qui davanti.
Anche la comunicazione, qui in cascina, è andata sotto zero.

Per fortuna la caldaia funziona e qui ho la mia musica. L’olio essenziale di bergamotto brucia nel diffusore.

Spago dorme acciambellato e beato sul mio letto, la Nina si aggira con l’occhio calante nello stretto corridoio rimasto libero dalle mie masserizie accatastate un po’ dovunque (è triste, ma non ho dove metterle). Tra poco andrà nella sua cuccia e si addormenterà anche lei.
Non c’è niente da fare: ogni tanto, qui, bisogna arrendersi e andare in letargo.
E, possibilmente, sognare al posto di pensare.
Ché, in un posto come questo, si finisce sempre per pensare troppo.
Per esempio ieri notte, nel dormiveglia, ho cercato di ricordarmi la casa dei miei genitori e ho fatto come un giro turistico in tempo reale, perché ce l’ho tutta nella testa fin nei minimi particolari.

Il cancello piccolo e bianco che quando ero piccola era di legno, le scale di pietra sconnessa che portano al piccolo prato di fronte all’ingresso con a destra la discesa scoscesa coltivata a fiori di roccioso, i fiori preferiti di mia madre.

Sul prato, l’acero giapponese che rimase per secoli piccolo e stento (a confronto delle Barbie di noi sorelle con le quali giocavamo lì sotto, poco più alto di una grande quercia) e che ci sorprese tutti quanti, ad un certo punto, con una botta di crescita mostruosa e misteriosa: ora la sua chioma misura tre metri di diametro ed è alto quasi quanto me.

A sinistra del prato c’era una betulla ma si ammalò e più a sinistra la grande aiuola rettangolare delle rose. Erano tante, bellissime. Ce ne era una, rosso scuro, che profumava di vino dolce (o di sangria).

Davanti al prato con l’acero, il portico dove per tanti anni c’è stato un grosso dondolo sgraziato, di ferro nero. Quante volte mi ci sono cullata sopra, di primavera, aspettando il mio primo amore che doveva venire a trovarmi.
Dietro la casa, che era una casa molto semplice, bianca con le tapparelle verdi e un tetto a due spioventi rosso (semplice come le case che disegnano i bambini) c’è il piazzale di ghiaia (e dal rumore della ghiaia smossa sapevo che mio padre era tornato dal lavoro: per me la festa più bella, ogni giorno, a fine giornata) e una scala ripida che porta all’orto.
Su un lato del piazzale c’è (ma chissà se c’è ancora) un enorme pittosforo, caso strano in una regione del nord che ad inizio estate butta fuori migliaia di fiori minuscoli e profumati da stordire. Quanto ci ho giocato, e letto libri, là sotto.
E, di fronte e a sinistra, un tiglio altissimo a portamento naturale (quindi bellissimo) che in tarda primavera ospitava un usignolo e che quando fioriva mio padre diceva invariabilmente c’è profumo di esami, riferendosi a quelli di maturità, un suo incubo ricorrente.

Se si entra dalla porta d’ingresso, che è di legno massiccio con una maniglia a pomello che non gira (quante volte mi sono chiusa fuori!) e due vetri gialli riparati da una grata sinuosa di ferro scuro, sotto al portico, si entra in uno spazio aperto che gira tutto intorno a una scala di legno e c’è una ribaltina con il telefono e davanti un grande tappeto (il mio posto preferito, da sdraiata, per lunghe telefonate) e a sinistra c’è il salotto con il camino che tira benissimo e poi, girando in senso antiorario, la sala da pranzo, quello che mia madre pretenziosamente chiamava office, la cucina con il suo terrazzo, e poi un corridoio stretto con due bagni e una piccola camera, quella in cui mi rifugiavo da adolescente e nella quale, sulla moquette, ho perso la verginità.

Le scale portano alle camere che si aprono su un lungo corridoio: lo studio, in cui ho passato giorni e giorni divorando libri perché c’era appunto una grande libreria, due bagni (in uno dei quali è morto mio padre), uno spogliatoio altrimenti detto la camera degli armadi e l’armadio personale di mio padre era inglese, di legno scuro, con un sacco di stipi foderati di vetro per i calzini, i fazzoletti, le cravatte (ci andavo tutte le sere quando lo sentivo arrivare per prendergli le pantofole, un fazzoletto pulito e la giacca da camera, era un rito tutto nostro), la mia camera da letto che ho conquistato, per me sola, a sedici anni, quella di mio padre e mia madre con un meraviglioso roseto sul balcone e quella di mia sorella.

Invece, dal corridoio del piano terra, si scende con una ripida scala in lavanderia (mia madre lanciava la biancheria sporca, in modo molto anticonvenzionale, ai tempi, giù da quella scala) e poi c’è la cantina con la caldaia ronfante e il vecchio baule dove teniamo gli addobbi di Natale, un ampio salone che doveva essere la nostra stanza dei giochi ma ci faceva sempre troppo freddo tranne d’estate e nel quale abbiamo avuto le prime feste da ragazzi, quelle danzanti di pomeriggio con le imposte accostate per fingere che fosse notte e che noi fossimo più grandi di quel che eravamo.

E, ancora, il garage da quale partivamo ogni mattina per andare a scuola con nostro padre sempre ansioso e quasi in panico per un possibile ritardo ma, soprattutto, per le mitiche vacanze a Milano Marittima: si viaggiava di notte per il fresco e per non trovare traffico ed era bellissimo, nostra madre ci gonfiava un materassino sul sedile posteriore, non eravamo costrette ad andare a dormire (tranne nostro padre che faceva un sonnellino preventivo) e si sfrecciava nel buio e la mattina dopo, alle sei, si era là con l’odore del mare che aspettavamo tutto l’anno, i marciapiedi di mattonelle bagnati di pioggia (e l’orribile mannite che, invece, eravamo costrette a prendere, sciolta nel tè e in un bar qualsiasi ancora deserto, per quella che i nostri genitori chiamavano l’acclimatazione). Era tutto come un sogno perché, durante il viaggio, ci eravamo addormentate.

Poi ancora la serra, che era uno dei posti di mia madre, con vetri lunghi e una scalinata di ferro battuto dove ricoverare i gerani durante l’inverno. Dentro c’è una luce fioca e un odore di terra. Lì è morto il nostro gatto Ugo, di vecchiaia.

Ci sono passata davanti poco tempo fa e la casa è stata venduta ed è cambiata.
Stavo guidando e non ho osato guardarla se non con la coda dell’occhio.
Ho solo percepito che è diventata giallina e levigata, ha un tetto a quattro spioventi e al posto delle serrande ha le persiane (però sempre verdi) e con due balconi sulla facciata.
Mi domando se abbiano risparmiato l’acero giapponese.

Nei miei ricordi è stata una casa normale, allegra e molto rumorosa (si litigava spesso e tutti urlavamo come ossessi anche in tempo di pace perché era grande e noi pigri), dove abbiamo fatto tante feste, soprattutto in giardino, piena di odori buoni, di vento nella valle, di temporali estivi, di enormi nevicate invernali (la voce di nostra madre che diceva oggi nevica troppo, impossibile uscire dalla discesa, non si va a scuola!) di fiori in giardino (rose a iosa perché il terreno era di vigna e un enorme lillà, profumatissimo) e di frutti nell’orto (la lunga siepe di lamponi era la mia delizia).
Un posto dove ci si sentiva protetti, dove sono cresciuti nei loro primi anni i miei figli bambini e dove avevo sognato di poter invecchiare.

Non è andata così. Ho attraversato molti oceani e adesso sono qui ad imparare questa educazione siberiana.

Fredda è fredda. Speriamo che sia anche utile.

Forrest Gump

Sono felice perché è venuto a trovarmi, di nuovo, il Nonpiùkid maschio con deliziosa fidanzata annessa (e connessa ❤ ).
Dopo aver cucinato una cena vegana ma buona (e parecchio speziata) e dopo che i zovani si sono ritirati,  invece io ho fatto tardi ri-guardando Forrest Gump.

E mi è venuta una voglia pazzesca di una giacca di pelle ricamata con l’interno di pelononsocosa, uguale a quella di Jenny, che possedevo a sedici anni.

Me l’aveva comprata mia madre in un mercatino di africani.
All’inizio puzzava un casino ma l’avevo addomesticata a forza di patchouly, che allora si vendeva, in minuscole boccette in un altrettanto minuscolo negozio ricavato da una colonna, quattro metri per due, sul bordo dei portici di Piazza Castello.
Quel minuscolo negozio aveva una minuscola vetrina piena di minuscole boccette piene di essenze profumate multicolori e noi ragazze si passava parte del sabato pomeriggio di liberauscita a fissarle affascinate perché forse pensavamo che quei profumi ci avrebbero regalato una vita bellissima e speciale e, soprattutto, la libertà.

La giacca aveva ricami verde mandorla e la usavo quando andavo in montagna.
Era bellissima.
Ero bellissima.

Chissà che fine ha fatto, la giacca.
Chissà che fine ho fatto, io.

calore

In questo colpo di coda invernale che porta gelo e nevischio e cieli biancogrigi, mi aggrappo a un’idea di calore qualsiasi fabbricando scarpine a maglia (chissà se riuscirò a venderle), cucinando quando posso (Carmencita non ama i cibi etnici) piatti ricchi di spezie che mi intiepidiscono l’esofago e lo stomaco, ascoltando senza tregua musica africana.

Quando non ne posso più e mi sento senza speranza e perduta, le voci di Fatoumata Diawara e di Rokia Traoré mi danno sollievo e mi fanno sentire meno triste e congelata.
Lo stesso è lasciarmi ipnotizzare per ore, durante le notti che non finiscono mai, dai tutorial sull’acconciatura dei turbanti.
Ce ne sono a centinaia e le ragazze sono tutte di pelle scura, bellissime.

Ovviamente con il turbante sto da cani. Non ho il viso adatto, sembro una paziente psichiatrica.
Ma ho scoperto di essermi portata dietro, nella mia fuga, decine di sciarpe colorate.

E allora penso che, nonostante tutto, quest’estate, turbante sarà.

blue valentine

Grande notizia.

Lo zoo di New York ha avuto un’ideona per festeggiare degnamente San Valentino:
e cioè che puoi andar lì con il tuo amato/la tua amata e, per la modica cifra di 15 dollari, puoi battezzare col nome di lei/di lui (e adottare, a distanza si spera!) uno scarafaggio gigante.
Pare però che questi scarafaggi siano africani e multicolori.
Insomma, non proprio orrendi.

inverno

Sono giorni di sole gelido, provo a sedermi in giardino ma il vento di montagna mi taglia la faccia.
Ieri notte la caldaia non funzionava (veramente già dalla mattina precedente) e ho dormito con vestaglia, cappotto, calzini, scaldacollo e berretto ma comunque avevo il naso ibernato.
Ho sognato i campi di sterminio.

Per fortuna questa sera il riscaldamento marcia regolarmente e così mi sono chiusa volentieri in camera e adesso sono qui con Spago (aderito al termosifone) e la Nina (che sta facendo la toilette sdraiata sul letto).
Ho acceso un incenso e, dalla piccola finestra vedo un fottìo di stelle. Enormi.

Domani sarà un giorno di inverno in meno.
E io me ne vado a dormire.