le conseguenze dell’amore

Essere veramente senza soldi (ma senza senza, tipo che non puoi davvero più prelevare con il bancomat e a proposito, un anno fa ho visto uno stramazzato a terra davanti ad un bancomat, appunto, con ambulanza e tutto) e, in più, avere dei debiti con la banca (che effettivamente poi ti chiama), con Equitalia, con la FGA Bank per la macchina che devi finire di pagare, con i vigili perché inavvertitamente sei passata con il rosso (girando a destra, eh. mica attraversando un incrocio) e quindi non te sei nemmeno accorta e non hai dato le tue generalità, non solo ti spaventa da morire ma ti fa sentire:

A) totalmente inetta perché solo una cretina o una sfigata avrebbe potuto accumulare una tale dose di mutui/debiti/sanzioni

B) totalmente inabile perché non riesci a trovarti un lavoro (il diploma di OSS non ce l’hai più e chi ce l’ha l’ha buttato via)

C) totalmente priva di dignità perché in fondo non sei abituata (anche se hai perso il lavoro mille volte) e questo ti rende schiva e triste. Solo che le persone intorno a te non capiscono e pensano che tu voglia fare la vittima. E questo ti rende ancora più arcigna e schiva. E questo rende loro ancora più aggressivi perché sostengono che tu pensi solo a te stessa. Ma essere bisognosi è una situazione orribile, per un sacco di motivi

D) totalmente incazzata con te stessa perché hai sprecato (forse) una buona occasione credendo alle promesse di una persona sbagliata

E) totalmente incerta tra, francamente, farti fuori (meglio no, in Italia come nell’Antico Testamento, il sangue ricadrà sui tuoi figli così come i tuoi debiti) o se scappare con cane e gatto per andare a vivere nei cartoni (meglio no, fa troppo freddo per loro, povere bestiole)

F) totalmente sofferente di mal di stomaco e mal di reni, insonnia, depressione

G) totalmente conscia che tra due giorni non potrai più: telefonare, dar da mangiare degnamente a Nina che rischia l’obesità (d’accordo, c’è sempre il pane secco) e a Spago (idem, ma non so se i gatti si adattano al pane secco). Fortunatamente per ora il tetto sulla testa regge così come l’acqua calda e il wifi (almeno non sarai tagliata fuori dal mondo)

H) totalmente incredula che tutto ciò ti stia realmente accadendo

I) totalmente bisognosa di un sonniferone, stanotte, in attesa, domani, di cercare l’ennesima soluzione per tirarti fuori da questa situazione di cacca.

voglio

Voglio il sole.
Voglio il mare.
Voglio il caldo.
Voglio tornare bambina.
Voglio dimenticare tutto.
Voglio svitarmi il cervello.
Voglio più cassetti per non avere più pile di panni sulla sedia.
Voglio essere amata per quello che sono.
Voglio cambiare faccia.
Voglio cambiare carattere.
Voglio imparare a suonare il violoncello.
Voglio andare al cinema.
Voglio essere abbracciata ogni giorno.
Voglio ballare scalza con qualcuno che sorride.
Voglio riuscire a fidarmi.
Voglio che le mie ginocchia guariscano.
Voglio ridere a crepapelle.
Voglio vivere con i miei figli.
Voglio svegliarmi al mattino senza provare angoscia o paura.
Voglio poter dormire tutta la notte senza svegliarmi.

Lo so che sono tutte cose impossibili ma io le voglio lo stesso e le voglio ora.

Invece, siccome non posso fare altrimenti, domani porterò il mio curriculum in una casa di riposo per non autosufficienti e, se tutto va bene, diventerò quello che non avrei mai voluto essere: un’assistente di mezza età senza più sentimenti che si guadagna il pane, la faccia larga, piatta e inespressiva, le borse scure sotto gli occhi, triste e garbata ma solo per pietà e per non essere licenziata.
Ne ho viste tante così, in cooperativa molti anni fa, fiaccate dalla vita solitaria e dalla fatica, senza più nessuna emozione, senza più niente da dare.
Mi facevano orrore ma ero giovane e ancora il sangue mi correva a perdifiato nelle vene e facevo il mio lavoro con grande forza vitale e con amore.

Adesso, non so.

educazione siberiana

Sono nella mia stanza e guardo dalla finestra i fiocchi di neve che scendono in tempesta.
Un vento gelido scompiglia la chioma dell’ulivo qui davanti.
Anche la comunicazione, qui in cascina, è andata sotto zero.

Per fortuna la caldaia funziona e qui ho la mia musica. L’olio essenziale di bergamotto brucia nel diffusore.

Spago dorme acciambellato e beato sul mio letto, la Nina si aggira con l’occhio calante nello stretto corridoio rimasto libero dalle mie masserizie accatastate un po’ dovunque (è triste, ma non ho dove metterle). Tra poco andrà nella sua cuccia e si addormenterà anche lei.
Non c’è niente da fare: ogni tanto, qui, bisogna arrendersi e andare in letargo.
E, possibilmente, sognare al posto di pensare.
Ché, in un posto come questo, si finisce sempre per pensare troppo.
Per esempio ieri notte, nel dormiveglia, ho cercato di ricordarmi la casa dei miei genitori e ho fatto come un giro turistico in tempo reale, perché ce l’ho tutta nella testa fin nei minimi particolari.

Il cancello piccolo e bianco che quando ero piccola era di legno, le scale di pietra sconnessa che portano al piccolo prato di fronte all’ingresso con a destra la discesa scoscesa coltivata a fiori di roccioso, i fiori preferiti di mia madre.

Sul prato, l’acero giapponese che rimase per secoli piccolo e stento (a confronto delle Barbie di noi sorelle con le quali giocavamo lì sotto, poco più alto di una grande quercia) e che ci sorprese tutti quanti, ad un certo punto, con una botta di crescita mostruosa e misteriosa: ora la sua chioma misura tre metri di diametro ed è alto quasi quanto me.

A sinistra del prato c’era una betulla ma si ammalò e più a sinistra la grande aiuola rettangolare delle rose. Erano tante, bellissime. Ce ne era una, rosso scuro, che profumava di vino dolce (o di sangria).

Davanti al prato con l’acero, il portico dove per tanti anni c’è stato un grosso dondolo sgraziato, di ferro nero. Quante volte mi ci sono cullata sopra, di primavera, aspettando il mio primo amore che doveva venire a trovarmi.
Dietro la casa, che era una casa molto semplice, bianca con le tapparelle verdi e un tetto a due spioventi rosso (semplice come le case che disegnano i bambini) c’è il piazzale di ghiaia (e dal rumore della ghiaia smossa sapevo che mio padre era tornato dal lavoro: per me la festa più bella, ogni giorno, a fine giornata) e una scala ripida che porta all’orto.
Su un lato del piazzale c’è (ma chissà se c’è ancora) un enorme pittosforo, caso strano in una regione del nord che ad inizio estate butta fuori migliaia di fiori minuscoli e profumati da stordire. Quanto ci ho giocato, e letto libri, là sotto.
E, di fronte e a sinistra, un tiglio altissimo a portamento naturale (quindi bellissimo) che in tarda primavera ospitava un usignolo e che quando fioriva mio padre diceva invariabilmente c’è profumo di esami, riferendosi a quelli di maturità, un suo incubo ricorrente.

Se si entra dalla porta d’ingresso, che è di legno massiccio con una maniglia a pomello che non gira (quante volte mi sono chiusa fuori!) e due vetri gialli riparati da una grata sinuosa di ferro scuro, sotto al portico, si entra in uno spazio aperto che gira tutto intorno a una scala di legno e c’è una ribaltina con il telefono e davanti un grande tappeto (il mio posto preferito, da sdraiata, per lunghe telefonate) e a sinistra c’è il salotto con il camino che tira benissimo e poi, girando in senso antiorario, la sala da pranzo, quello che mia madre pretenziosamente chiamava office, la cucina con il suo terrazzo, e poi un corridoio stretto con due bagni e una piccola camera, quella in cui mi rifugiavo da adolescente e nella quale, sulla moquette, ho perso la verginità.

Le scale portano alle camere che si aprono su un lungo corridoio: lo studio, in cui ho passato giorni e giorni divorando libri perché c’era appunto una grande libreria, due bagni (in uno dei quali è morto mio padre), uno spogliatoio altrimenti detto la camera degli armadi e l’armadio personale di mio padre era inglese, di legno scuro, con un sacco di stipi foderati di vetro per i calzini, i fazzoletti, le cravatte (ci andavo tutte le sere quando lo sentivo arrivare per prendergli le pantofole, un fazzoletto pulito e la giacca da camera, era un rito tutto nostro), la mia camera da letto che ho conquistato, per me sola, a sedici anni, quella di mio padre e mia madre con un meraviglioso roseto sul balcone e quella di mia sorella.

Invece, dal corridoio del piano terra, si scende con una ripida scala in lavanderia (mia madre lanciava la biancheria sporca, in modo molto anticonvenzionale, ai tempi, giù da quella scala) e poi c’è la cantina con la caldaia ronfante e il vecchio baule dove teniamo gli addobbi di Natale, un ampio salone che doveva essere la nostra stanza dei giochi ma ci faceva sempre troppo freddo tranne d’estate e nel quale abbiamo avuto le prime feste da ragazzi, quelle danzanti di pomeriggio con le imposte accostate per fingere che fosse notte e che noi fossimo più grandi di quel che eravamo.

E, ancora, il garage da quale partivamo ogni mattina per andare a scuola con nostro padre sempre ansioso e quasi in panico per un possibile ritardo ma, soprattutto, per le mitiche vacanze a Milano Marittima: si viaggiava di notte per il fresco e per non trovare traffico ed era bellissimo, nostra madre ci gonfiava un materassino sul sedile posteriore, non eravamo costrette ad andare a dormire (tranne nostro padre che faceva un sonnellino preventivo) e si sfrecciava nel buio e la mattina dopo, alle sei, si era là con l’odore del mare che aspettavamo tutto l’anno, i marciapiedi di mattonelle bagnati di pioggia (e l’orribile mannite che, invece, eravamo costrette a prendere, sciolta nel tè e in un bar qualsiasi ancora deserto, per quella che i nostri genitori chiamavano l’acclimatazione). Era tutto come un sogno perché, durante il viaggio, ci eravamo addormentate.

Poi ancora la serra, che era uno dei posti di mia madre, con vetri lunghi e una scalinata di ferro battuto dove ricoverare i gerani durante l’inverno. Dentro c’è una luce fioca e un odore di terra. Lì è morto il nostro gatto Ugo, di vecchiaia.

Ci sono passata davanti poco tempo fa e la casa è stata venduta ed è cambiata.
Stavo guidando e non ho osato guardarla se non con la coda dell’occhio.
Ho solo percepito che è diventata giallina e levigata, ha un tetto a quattro spioventi e al posto delle serrande ha le persiane (però sempre verdi) e con due balconi sulla facciata.
Mi domando se abbiano risparmiato l’acero giapponese.

Nei miei ricordi è stata una casa normale, allegra e molto rumorosa (si litigava spesso e tutti urlavamo come ossessi anche in tempo di pace perché era grande e noi pigri), dove abbiamo fatto tante feste, soprattutto in giardino, piena di odori buoni, di vento nella valle, di temporali estivi, di enormi nevicate invernali (la voce di nostra madre che diceva oggi nevica troppo, impossibile uscire dalla discesa, non si va a scuola!) di fiori in giardino (rose a iosa perché il terreno era di vigna e un enorme lillà, profumatissimo) e di frutti nell’orto (la lunga siepe di lamponi era la mia delizia).
Un posto dove ci si sentiva protetti, dove sono cresciuti nei loro primi anni i miei figli bambini e dove avevo sognato di poter invecchiare.

Non è andata così. Ho attraversato molti oceani e adesso sono qui ad imparare questa educazione siberiana.

Fredda è fredda. Speriamo che sia anche utile.

Forrest Gump

Sono felice perché è venuto a trovarmi, di nuovo, il Nonpiùkid maschio con deliziosa fidanzata annessa (e connessa ❤ ).
Dopo aver cucinato una cena vegana ma buona (e parecchio speziata) e dopo che i zovani si sono ritirati,  invece io ho fatto tardi ri-guardando Forrest Gump.

E mi è venuta una voglia pazzesca di una giacca di pelle ricamata con l’interno di pelononsocosa, uguale a quella di Jenny, che possedevo a sedici anni.

Me l’aveva comprata mia madre in un mercatino di africani.
All’inizio puzzava un casino ma l’avevo addomesticata a forza di patchouly, che allora si vendeva, in minuscole boccette in un altrettanto minuscolo negozio ricavato da una colonna, quattro metri per due, sul bordo dei portici di Piazza Castello.
Quel minuscolo negozio aveva una minuscola vetrina piena di minuscole boccette piene di essenze profumate multicolori e noi ragazze si passava parte del sabato pomeriggio di liberauscita a fissarle affascinate perché forse pensavamo che quei profumi ci avrebbero regalato una vita bellissima e speciale e, soprattutto, la libertà.

La giacca aveva ricami verde mandorla e la usavo quando andavo in montagna.
Era bellissima.
Ero bellissima.

Chissà che fine ha fatto, la giacca.
Chissà che fine ho fatto, io.

calore

In questo colpo di coda invernale che porta gelo e nevischio e cieli biancogrigi, mi aggrappo a un’idea di calore qualsiasi fabbricando scarpine a maglia (chissà se riuscirò a venderle), cucinando quando posso (Carmencita non ama i cibi etnici) piatti ricchi di spezie che mi intiepidiscono l’esofago e lo stomaco, ascoltando senza tregua musica africana.

Quando non ne posso più e mi sento senza speranza e perduta, le voci di Fatoumata Diawara e di Rokia Traoré mi danno sollievo e mi fanno sentire meno triste e congelata.
Lo stesso è lasciarmi ipnotizzare per ore, durante le notti che non finiscono mai, dai tutorial sull’acconciatura dei turbanti.
Ce ne sono a centinaia e le ragazze sono tutte di pelle scura, bellissime.

Ovviamente con il turbante sto da cani. Non ho il viso adatto, sembro una paziente psichiatrica.
Ma ho scoperto di essermi portata dietro, nella mia fuga, decine di sciarpe colorate.

E allora penso che, nonostante tutto, quest’estate, turbante sarà.

blue valentine

Grande notizia.

Lo zoo di New York ha avuto un’ideona per festeggiare degnamente San Valentino:
e cioè che puoi andar lì con il tuo amato/la tua amata e, per la modica cifra di 15 dollari, puoi battezzare col nome di lei/di lui (e adottare, a distanza si spera!) uno scarafaggio gigante.
Pare però che questi scarafaggi siano africani e multicolori.
Insomma, non proprio orrendi.

inverno

Sono giorni di sole gelido, provo a sedermi in giardino ma il vento di montagna mi taglia la faccia.
Ieri notte la caldaia non funzionava (veramente già dalla mattina precedente) e ho dormito con vestaglia, cappotto, calzini, scaldacollo e berretto ma comunque avevo il naso ibernato.
Ho sognato i campi di sterminio.

Per fortuna questa sera il riscaldamento marcia regolarmente e così mi sono chiusa volentieri in camera e adesso sono qui con Spago (aderito al termosifone) e la Nina (che sta facendo la toilette sdraiata sul letto).
Ho acceso un incenso e, dalla piccola finestra vedo un fottìo di stelle. Enormi.

Domani sarà un giorno di inverno in meno.
E io me ne vado a dormire.

sweetness in the belly

Che bella sorpresa sapere che domani arriverà il Nonpiùkid maschio con la sua morosa e che si fermeranno qui per almeno 24 ore.
Sono scodinzolante come la Nina quando vede la pappa.
E non importa se questo weekend qui in cascina siamo a tappo, cederò volentieri la mia camera e volentieri dormirò sul divano che, tra le altre cose è comodissimo.

Alla sera dovrò lavorare ma avrò la domenica per stare con loro e, comunque, il sabato pomeriggio li avrò tra i piedi in cucina, li conosco 🙂

Devo solo cercare di dormire, stanotte (anche se so che non sarà così, sono troppo emozionata), altrimenti domani sarò uno straccio.
Evabbe’, anche se sarò uno straccio, va bene così.

Lo sento nella pancia che, almeno per 24 ore, sarò felice.

le regole dell’attrazione

Oggi devo per forza scrivere delle cose che mi faranno stare male ma poi, alla fine, mi faranno stare meglio. Un modo come un altro per affrontare una grande sofferenza, per ricordarmi gli errori che ho commesso e, forse, non ripeterli più (anche se suppongo sia difficile: in genere gli errori si continuano a commettere, non è così?).

Questi appunti sono frutto di notti insonni, di pensieri sgradevoli, ripetitivi, circuitali. Però anche di una ricerca determinata fuori e soprattutto dentro di me. Posso dire che nelle ultime settimane ho scoperto qualcosa di nuovo riguardo alla mia situazione sentimentale (una delle numerose situazioni che mi fanno soffrire in questo periodo) e ho pensato che se riesco a capire questa cosa, probabilmente sarò in grado di uscirne, sebbene a piccoli passi e, di conseguenza, costruire un piccolo trampolino per lanciarmi nella risoluzione di tutti gli altri miei problemi.

La sensazione più atroce che abbia provato in quest’ultimo anno è stata quella di non riuscire a capire il perché la mia storia sia finita e perché io non abbia saputo vedere, perché, nonostante tutto, io sia rimasta a costo di farmi distruggere. Ora, forse, so il perché.

Esiste (e in fondo è così semplice) una struttura di personalità denominata attualmente NP e io ho avuto la sfortuna e l’insensatezza (la responsabilità dei disastri non sta mai dalla stessa parte) di andarci a sbattere contro.
Tanto più che la persona in questione era già così quarant’anni fa e io lo sapevo benissimo, solo non conoscevo le modalità delle quali sono venuta a conoscenza solo ultimamente.

Tutti i narcisisti patologici sono uguali e hanno le stesse modalità per attirare, legare, sottomettere e finire le loro vittime (che lo sono fino ad un certo punto perché diventano codipendenti).
Sono persone pericolosissime perché agiscono per la maggior parte del tempo inconsciamente per guarire le loro profonde ferite ma hanno anche un largo campo d’azione assolutamente conscio e volontario perché hanno un chiaro fondo di sadismo anche se tendono a “dimenticare” perché sentirsi “cattivi” lede il loro enorme Ego ferito e comunque, dopo aver compiuto il loro “dovere” distruttivo, ci tengono ad uscirne “puliti”.

Ho provato a confrontare la mia esperienza con lo schema delle tre fasi e sono rimasta di stucco: tutto combaciava perfettamente! Ecco perché non riuscivo a capire, non riuscivo a farmene una ragione, continuavo a sbattere la testa contro un muro di gomma, rigirandomi su me stessa senza trovare una chiave, una spiegazione, un motivo qualsiasi.

Fase 1: Love Bombing.
Colpo di fulmine. Corteggiamento stretto e spietato basato sui lati deboli della vittima: richiesta di pietà e di affetto per la vita triste e solitaria che il narcisista è costretto a vivere (moglie stronza e incomprensiva, assenza di affetto, ingiurie, umiliazioni, deprivazione affettiva e relazionale). La persona da agganciare dev’essere intelligente, sensibile, creativa, serena, possibilmente con un buon lavoro che ama, piena di vita, con una buona concezione di se stessa,  di bell’aspetto e curata nella sua persona, altruista, empatica, con molti amici. Meglio (anzi, fondamentale) se la sua autostima è fragile ed è stata faticosamente conquistata nel corso degli anni a prezzo sempre molto alto. Meglio ancora se è sola da molto tempo, quindi più “tentabile”. Il top (nel mio caso) è se si capisce che ha pensato al narcisista per molto tempo durante la sua vita, che è stata complicata.
Quindi, per agganciare bene la vittima, dichiarazioni d’amore insolite, stimoli intellettuali di varia natura, proposte pressanti di convivenza dopo pochi mesi, decisioni repentine di abbandonare il partner precedente e la famiglia (della quale il narcisista è ormai stufo marcio), intenzioni di protezione (punto debole della vittima che ha sempre fatto da sola pur soffrendone), di cura, di risoluzione di problemi pratici.
Tutto questo perché il narcisista deve sentirsi grande, onnipotente, protettivo, unico, migliore di tutti quelli prima (quindi sistematica svalutazione dei precedenti partners della vittima che in passato l’hanno fatta soffrire, al punto di fare ricerche su internet, chiedere a parenti e amici che li hanno conosciuti – anche professionalmente – per poi riferire alla vittima quanto poco essi valgano). Atteggiamenti di tenerezza indescrivibili, promesse per il futuro, ammissioni di colpa per il comportamento passato nei confronti della vittima. Rassicurazioni di ogni tipo.
La vittima, o preda, a questo punto diventa codipendente e, anche se comincia a nutrire (se è una persona fondamentalmente sana) dei dubbi su tutta questa fretta di vivere insieme, su tutta questa abbondanza di felicità capitata così, di punto in bianco, poi si lascia convincere.

Done.

Fase 2: Allargamento.
Una volta acchiappata la preda, il narcisista può rilassarsi e svelarsi per quello che veramente è. Dopo un breve periodo (magari anche di convivenza) durante tutto quanto è filato a meraviglia (cura comune della casa, acquisti ossessivi di mobili e suppellettili, cene fuori, vacanze offerte, grande ammirazione per il partner verbalizzata in pubblico), il narcisista si rivela sempre scontento, molto bisognoso di attenzioni, insofferente agli amici della preda, controllante sull’ordine e sulla pulizia che non sono mai abbastanza (eppure sapeva dall’inizio che la preda era magari, al contrario di lui, disordinata: gliel’aveva detto lei!). Cominciano i rimproveri quotidiani non verbali:  buttare per aria la pattumiera per scoprire contenitori di plastica non lavati o materiali sbagliati nei contenitori sbagliati, svegliarsi alle cinque del mattino per mettere ossessivamente in ordine alfabetico i cd o i dvd. Poi segue il tentativo di far abbandonare alla preda suoi punti di riferimento: lavoro (lavori troppo, in fondo non ti rende, io vorrei stare di più con te, non preoccuparti, ti aiuterò a trovare un lavoro più leggero e comunque io guadagno bene e i soldi sono fatti per essere spesi), figli (sono grandi, hanno una casa a due passi, noi abbiamo bisogno della nostra privacy), amici (sono dei rompipalle interessati solo alle tue cene, non possiamo stare un po’ tranquilli noi due?).
La preda, ovviamente, esegue. Perché il narcisista ha mal di testa, perché si è rotto una gamba, perché il suo lavoro in fondo non lo soddisfa, perché l’ex moglie è stronza, perché i figli lo preoccupano. La preda asseconda il suo Ego enorme e fa funzionare la sua parte “crocerossina”.
In più, per “agganciare” ancora meglio, il narcisista mostra regolarmente alla preda i messaggi delle altre persone che lo corteggiano, sia dal punto di vista sessuale/amoroso, sia dal punto di vista professionale o amicale, così da mostrarsi meraviglioso sotto ogni punto di vista e da farla sentire “fortunata” ad avere una relazione con lui. E nello stesso tempo, comincia a diventare aggressivo verbalmente: gli insulti sono la sua specialità (sei gravemente disturbata, sei pazza, ora capisco perché i tuoi ex ti hanno mollata, non sei una buona madre, non ti sai comportare, sei una mela marcia, sei un’ingrata)
E la preda, piano piano, comincia a sentirsi criticata, screditata, sottovalutata. E sola (magari perché le sono morti degli amici ed è triste. E lì, il narcisista non è in grado di essere di nessun aiuto, perché non sente niente, non è capace di sentire).
Eppure, il narcisista può anche essere in analisi da anni e anni, probabilmente da un analista che asseconda il suo Ego (e che gli racconta di altri pazienti, lo invita cena a casa sua, si fa accompagnare a casa da lui: ve lo immaginate? eppure, se il suo analista non fosse così rafforzante, il narcisista lo avrebbe mollato da secoli!)

Done.

 

Fase 3: lo Sgancio.
Quando il narcisista vede che la vittima reagisce, passa all’azione per liberarsene. Ovviamente non è mai colpa sua, è colpa della vittima.
Quindi, somministra la punizione della freddezza e del silenzio (cosa che ha sicuramente sperimentato da piccolo e che sa che può far soffrire la sua preda, proprio perché porta delle ferite che hanno fatto in mondo che si facesse agganciare).
Si rifiuta emotivamente, affettivamente (punto debole della vittima) e sessualmente (non la tocca per mesi, dorme vestito e sul bordo del letto e quando la vittima cerca di avvicinarsi, la umilia: non mi piace baciare, sei sempre stata una ventosa fin da ragazza. Smettila di seguirmi come un cane!).
Se la vittima arriva al punto di andare fuori di testa, perché non le viene fornita (intenzionalmente) alcuna spiegazione, le si dice che è pazza e che è colpa sua se viene trattata in questo modo perché non è mai stata capace di esprimere amore nei confronti del suo partner, cioè del narcisista (se tieni male questa casa significa che non mi ami, se fumi significa che non mi ami, se ascolti la tua musica ad alto volume significa che non mi ami, se ingrassi significa che non mi ami e, fondamentalmente, della tua adorazione non so che farmene!), che è una persona malvagia, che è una brutta persona. Per rafforzare il senso di colpa nella vittima, il narcisista arriva ad inventare fatti mai accaduti (ti sei fatta mantenere dai tuoi cugini anche quando vivevamo insieme, il letto in cui dormiamo l’ho comprato io, vuoi vendere i miei regali, stai cercando di bannarmi dal tuo telefono, da FB e quindi dalla tua vita, condividi sui social cose che non dovresti, tra cui le foto dei miei figli minori).
Non contento, se ne va di casa dicendo che lo fa per poter sopravvivere alla crudeltà e all’insensibilità della vittima (che ormai è senza lavoro e senza casa) ma assicurando che non vuole troncare e si prenderà cura di lei (ovvio, così alimenta il suo Ego meraviglioso e onnipotente, spacciandosi anche in quel frangente come salvatore) per poi, dopo pochi giorni, tornare e (magari dopo l’ultimo approccio sessuale seguito dalla dichiarazione non credere che dopo quello che abbiamo fatto resterò con te, non posso, mi hai fatto troppo male, non potremo mai funzionare) dichiarare: ho cambiato idea, voglio troncare, non aspettarmi, non posso né ti voglio mantenere.
Seguono messaggi e mail piene di risentimento riguardanti il fatto che magari la vittima o preda, mollata da sola in una casa da mantenere e che logicamente (causa mancanza di lavoro) non può mantenere, faccia fatica a sgombrarla anche dei mobili o degli oggetti che al narcisista ovviamente non interessano più. Oltre al rinfaccio sistematico riguardante quello che il narcisista ha dovuto sopportare da parte della preda: discussioni infinite (che cominciava sempre lui e riguardo a questioni insignificanti), pianti, disperazione della preda (perché il narcisista NON vuole vedere il risultato del suo atteggiamento distruttivo: gli piace umiliare e distruggere ma ama sentirsi un santo, gli serve, ne ha bisogno, non per niente il 90% delle persone che conosce – sempre superficialmente – lo giudica tale).
Quando la preda, esasperata e ormai in poltiglia, lo implora di non farsi mai più vivo (e magari di non farsi vivo al funerale di sua madre perché due dolori così pazzeschi non sarebbero sopportabili tutti in una volta), la prende come l’ennesimo insulto alla sua sconfinata generosità e bontà (come faceva probabilmente da piccolissimo di fronte all’atteggiamento evitante dei suoi gelidi, anaffettivi genitori), al suo essere sempre il Migliore, al suo essersi dato con tutto se stesso, al suo aver creduto di poter afferrare un sogno al volo, al suo non aver voluto capire quanto poco valesse la sua preda.

Done.

Ecco, io queste cose dovevo proprio scriverle.
Rendersi conto di tutto questo comporta una sofferenza enorme perché ci si ritrova senza niente e ci si rende conto di aver perduto tutto: amore, bellezza, energia, voglia di vivere, femminilità, possibilità di dare e, in fondo, anche di prendere, luce interiore, autostima.
E la cosa peggiore è che, giustamente, ci si sente in parte responsabili.
Ma esiste, come sempre e se vogliamo (e io voglio) una possibilità di rinascita e di riscatto. Esiste anche il sollievo di aver finalmente capito perché non c’è niente da capire, finalmente.
Questa possibilità comincia con la fase 4: il No Contact, e io, che alla fine credo di essere fondamentalmente sana, nonostante le mie ferite che mi porto dietro da una vita (ma chi non ce le ha?) e che hanno dato mano libera al mio narcisista, ho avviato spontaneamente da un anno (sembra un’eternità…) a questa parte.
Spero solo, e prego, che il mio narcisista non torni. Perché spesso, anche dopo anni, tornano.
Ma ora so che in passato (perché me lo ha confessato lui, durante la prima fase) ha avuto altre prede e che in futuro ne avrà altre, anche se, come tutti i narcisisti, ama passare molto tempo da solo (finché ha una riserva di amore e di adorazione succhiata dalla sua ultima vittima) e francamente mi fa pena. Mi fa pena il suo essere esteriore perfetto: ottimo professionista, generoso, bell’uomo apparentemente affettuoso (bacia tutti/e), sempre presente a rosari e funerali. Il suo credersi superiore al quale si aggrappa.

Non sono, di natura, una persona vendicativa. Non credo ci troverei alcuna soddisfazione. Solo, spero di aver imparato qualcosa. E mi piacerebbe potere, in qualche modo, mettere in guardia quelle che gli verranno a tiro. Perché queste persone, vere mine vaganti, sono molto intelligenti e sembrano davvero meravigliose.
E, soprattutto sono attirate dalle donne sensibili, forti, indipendenti, di carattere (non scelgono mai donne-zerbino, non ci sarebbe gusto) e generose.

Io, nel frattempo, aspettando di guarire da un’esperienza così profondamente devastante, mi aggrapperò a piccole cose: lavarmi i denti tre volte al giorno per non aver bisogno del dentista (!), Spago e la Nina, la mia vita piccola piccola qui in cascina, i miei pochi amici, un lavoro che se dio vuole verrà, la mia capacità di cucinare, i miei figli anche se da lontano, il violoncello, sempre (e ridalli!) la primavera che verrà.

 

ice

Infatti da due giorni fa un freddo porco e stanotte ha cominciato a nevicare, stamattina ho trovato il fuori tutto bianco. Ma il cielo è grigio e ovattato e non c’è luce nella neve.

Ragione di più per starmene chiusa in camera fino a tardi. Anche se di notte dormo poco poi, immancabilmente, crollo beatamente verso le sette del mattino e, siccome non vedo ancora la ragione per vivere una giornata normalmente lunga (anzi, meno ore da passare sveglia e in piedi mi mettono al riparo dalle troppe sigarette e annessi e connessi), mi godo quelle dormite profonde piene di sogni molto vividi e reali, quasi sempre concitati ma non sempre sgradevoli.
Soprattutto il potermi riaddormentare di prima mattina in un modo diverso da quello della notte, più semplice e innocente (forse perché sono davvero stanca), mi piace.

Mi piace l’abbandonarmi al sonno proprio come una bambina e mi torna in mente mia madre quando mi diceva torna a letto, è troppo presto per alzarsi. Ed è proprio così: mi sento tranquilla e giustificata e, miracolosamente, i pensieri si offuscano e diventano confusi e inoffensivi, non fanno più male.
Mentre invece, di notte, sono così precisi e acuminati e ripetitivi e tristi e cattivi come morsi e vorrei svitarmi il cervello per qualche ora ma non ci riesco, non ci riesco ed è una vera disperazione. Invece al mattino no, e non so veramente il perché ma se ne stanno in un angolo buoni buoni e mi sento liberata, piccola, protetta, amata, perdonata.

Così, magari vado a fare pipì, apro gli scuri per vedere che tempo fa poi li richiudo e nella penombra torno sotto le coperte, i miei animali si sistemano vicino a me e scivolo nel sonno finalmente in modo totalmente naturale, senza dovermi per forza concentrare, e sogno, sogno tantissimo.

E quando mi sveglio (scandalosamente tardi e mi rendo conto che è un lusso che mi viene concesso dalla povertà e dalla mancanza di lavoro, quindi forza e coraggio, prendiamoci la parte bella di una situazione difficile) e sento che la caldaia fa il suo dovere, ho un po’ meno paura ad alzarmi, a vestirmi e a scendere in cucina per la mia fettina di pane con un velo di prosciutto crudo e per la mia tazza di caffè mentre il resto della comunità, magari, si sta facendo l’aperitivo.

Poi, da lì in avanti, può darsi che sia tutta una lotta fino al momento di coricarmi di nuovo ma la giornata passa in fretta e non mi vergogno nemmeno, Alce Nano e Carmencita mi danno il buongiorno nel loro modo asciutto e un po’ sfuggente e so che capiscono i miei orari bislacchi, è il loro modo silenzioso per fare sponda al mio malessere.

Insomma, per ora vivo in un mondo di ghiaccio ma so (spero che sia) che è una fase, un inverno che adesso infierisce ma che presto cederà il passo a qualcos’altro che io chiamo Primavera.

In questo momento è il mio modo, non so fare diversamente.
Ho tanto da perdonarmi, e devo cominciare a farlo.