un amore di swann

… ma era così timido con lei, che, avendo finito col possederela quella sera, cominciando con l’aggiustarle le sue cattleya, sia per timore d’offenderla, sia per  paura di apparirle retrospettivamente un bugiardo, sia per difetto d’audacia nel formularle un’esigenza più grande di quella (ch’egli poteva ripetere, poiché la prima volta non aveva messo in collera Odette), i giorni seguenti usò lo stesso pretesto. Se ella aveva delle cattleya allo scollo, egli diceva: – è un peccato, stasera le cattleya non hanno bisogno che le aggiusti, non sono fuor di posto come l’altra sera; tuttavia mi sembra che questa non sia tanto dritta. Posso sentire se neppure queste hanno odore? […] e così ogni volta si iniziavano le sue carezze, e molto più tardi, quando l’assestamento (o il simulacro rituale dell’assestamento) fu da un pezzo caduto in disuso, la metafora “far cattleya” divenuta un semplice vocabolo di cui si servivano senza pensarci quando volevano esprimere l’atto del possesso fisico – in cui d’altronde non si possiede nulla – sopravvisse nel loro linguaggio a quella consuetudine dimenticata, commemorandola.

E forse quella forma particolare di dire “far all’amore” non significava esattamente la stessa cosa che i suoi sinonimi. Si ha un bell’essere stanchi delle donne, considerare il possesso delle più differenti come sempre lo stesso e noto in precedenza; esso diviene invece un piacere nuovo se si tratta di donne abbastanza difficili, o da noi credute tali, perché siamo costretti a farlo nascere da qualche episodio impreveduto dei nostri rapporti con esse, com’era stato la prima volta per Swann l’assestamento delle cattleya.

          Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Una volta le orchidee non mi piacevano.
Poi, non so nemmeno perché, me ne sono comprata un paio di piantine al supermercato. Roba andante, non da Nero Wolfe, per dire.

Eppure.
Le ho schiaffate con noncuranza sul tavolino della nonna, di fronte alla finestra.
Le ho bagnate poco, guardate non tanto, spesso dimenticate, mai trapiantate, raramente concimate, assolutamente mai pensato nemmeno di spolverargli le foglie.

Ma ogni anno, puntualmente, sono rifiorite. E sempre nel mese più triste dell’anno,  febbraio, quando in giro, di fiorito, non c’è proprio niente.
Così. In silenzio, mi hanno fatto compagnia in una casa che non ha nemmeno un davanzale.
Quest’anno poi, guardatele. Si sono veramente sprecate 🙂
E, anche se non sono cattleya, mi hanno fatto pensare a Marcel Proust e all’anno in cui l’ho letto (sì, ci ho messo un anno) e a quanto è stato bello. E a quanto ero giovane.

E come, a modo loro, mi ricordino che, anche se in giro (apparentemente) sembra ci sia poco o nulla, si possa ogni volta rifiorire.
Sempre.

soundtrack:

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4 thoughts on “un amore di swann

  1. Fausto marchetti ha detto:

    a quanto leggo le orchidee bisogna maltrattarle per rivederle fiorire. A noi rimangono solo le foglie.
    rileggendo il tutto comprendo meglio: tu non le hai maltrattate ma hai messo in evidenza quello che era necessario fare :in grassetto.

  2. estrellita ha detto:

    maddai: quindi l’orchidea sarebbe il mio fiore 😉
    ma veramente quelle della foto sono le tue?

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